Coda Italia

(Children of Deaf Adults), associazione di promozione sociale, figli udenti di genitori sordi

essere coda francesca fantauzzi

10 Novembre 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Francesca Fantauzzi

Intervista a Francesca Fantauzzi di Michele Peretti – 08/11/2020
Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Francesca Fantauzzi, figlia dell’artista sordo Carlo Fantauzzi, è interprete e performer LIS. Ha vestito i panni di Esmeralda nella versione segnata del musical Notre Dame de Paris. Recentemente l’abbiamo vista su RaiPlay interpretare alcune canzoni di Sanremo 2020 nonché di altri eventi accessibili.

1. Che cosa significa per te essere CODA?
Essere CODA per me significa sentirsi speciali. Guerrieri forti e fragili allo stesso tempo. Forti perché sin da bambini affrontiamo insieme ai nostri genitori le tante difficoltà imposte dalla vita. Fragili perché a volte l’ignoranza degli udenti ci ferisce. Sono i nostri sorrisi e i nostri valori a renderci dei guerrieri. Grazie alle nostre esperienze più o meno simili noi CODA siamo in qualche modo legati l’uno con l’altro, mano nella mano perché è grazie alle mani che troviamo unione.

2. Quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano) ?
Io nasco da una famiglia così composta: padre sordo, madre udente e fratello udente. La LIS è comunque la mia lingua sin dalla nascita. A volte mi tornano in mente le espressioni facciali di mio papà rivolte a una piccolissima me e poi le favole che mio papà inventava per farmi addormentare rigorosamente segnate. Le ricordo alla perfezione, in ogni dettaglio e potrei segnarvele anche qui, ora! Ricordo che poi però volevo anche ascoltare qualcosa quindi cercavo la mia mamma che era per così dire l’addetta alle canzoni cantate con la voce.

3. Com’è stato respirare arte sin dalla più tenera età?
Sono figlia di un artista. Mio padre è un “maestro del colore” (i critici d’arte lo appellano così), per me è il mio papà pittore! Sono “nata in viaggio”, nel senso che con la mia famiglia eravamo sempre in giro per l’Italia e per il mondo ad allestire mostre e a divulgare l’arte di papà. Durante i lunghi tragitti, mentre mamma in macchina cantava, io segnavo le canzoni per poi farle vedere a papà una volta scesi dall’auto. È un ricordo ancora vivissimo! Papà invece è sempre stato un tipo fuori dal comune e in macchina inventava canzoni segnate e cantate a modo suo con la sua voce. Era ed è tutt’ora così divertente! L’arte e la follia scorrono nelle mie vene e io sono felice di essere nata nella mia famiglia. Forse per questo sono diventata una performer LIS.

4. A scuola o in altri contesti ti sei mai sentita diversa?
Io non mi sono mai sentita diversa in modo negativo. Anzi, mi sono sentita “diversa” perché speciale! A dire il vero da piccolissima a scuola già segnavo con gli altri compagni e rimasi delusa nello scoprire che quella lingua magica la conoscevo soltanto io.

5. Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Della cultura sorda apprezzo il forte senso di identità, per questo stesso motivo mi piace meno. Mi spiego meglio: molti sordi a volte sono talmente presi dalla voglia di vedersi riconosciuta la loro identità che dimenticano di avere figli o parenti udenti. Di alcuni, quindi, non tollero il vittimismo e il senso di colpa che vogliono far provare agli udenti che hanno accanto.

6. Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
Diventare interprete LIS per me è stata una scelta. Il senso del dovere è un’altra cosa. La LIS è anche la mia lingua, la uso quotidianamente, ma quando vesto i panni dell’interprete mi trovo a ricoprire un ruolo preciso e a esercitare una professione!

7. Come sei diventata Performer?
Nel 2008 ho intrapreso il mio percorso di studi riguardante la LIS ma sentivo che il canale comunicativo a me più consono era la musica. E come potevo far vedere quella bambina che segnava le canzoni in macchina o sui palchi della Sicilia ai tempi dei “Giochi senza barriere”? Ho scelto quindi di frequentare l’Accademia Europea Sordi (AES) di Laura Santarelli a Roma presso l’Istituto storico di via Nomentana perché era l’unica scuola con un indirizzo più artistico.

8. Qual è tra le canzoni che hai interpretato quella cui sei più legata?
Senza dubbio “Come un pittore” interpretata per e con papà.

9. C’è un episodio particolarmente significativo che vorresti condividere con noi?
Sicilia, “Giochi senza barriere”, avrò avuto sei o sette anni. Mio padre e degli amici si avviano al bancone del bar. Papà chiede un caffe (senza accento perché non riesce a dirlo), il cameriere fa cenno di sì con il capo poi si volta e inizia a prendere in giro mio padre ridendo e pronunciando caffe, caffe, caffe. Beh, io mi arrampico letteralmente sul bancone e gli grido a brutto muso: “ma come ti permetti di prendere in giro il mio papà se non riesce a dire caffè? L’importante è che tu lo abbia capito, no?”. Il barista rimase di ghiaccio. Ricordo ancora la risata di papà con gli occhi luminosi dritti dritti nei miei, i suoi denti larghi e io fiera di essere la sua voce.

10. Qual è il tuo motto?
L’arte salverà il mondo.

essere coda carmela bertone

10 Novembre 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Carmela Bertone

Intervista a Carmela Bertone di Michele Peretti – 01/11/2020
Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Laureatasi in Lettere, Carmela Bertone si è specializzata come docente di sostegno. Ha conseguito altresì il dottorato di ricerca in Linguistica ed è docente a contratto di Lingua dei Segni (LIS) all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente insegna italiano e storia presso l’ISISS Magarotto di Padova.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Il significato di CODA è legato a numerose situazioni ed esperienze che poi ciascuno coniuga in modi diversi più o meno personali. Per rimanere nel mio campo, la linguistica, essere CODA significa avere la possibilità di esprimersi in due modalità. La lingua dei segni è una lingua speciale che mette più in contatto con l’intimo perché è immediata, ha spesso lessico e strutture trasparenti che permettono di leggere in maniera più fresca e spontanea il senso e i significati. Arrivare subito all’origine delle parole permette di intuire l’essenza del discorso, permette di capire molto di più delle persone. In italiano ciò è meno immediato. Attraverso la LIS ho imparato ad apprezzare le peculiarità dell’italiano, lingua tanto straordinaria quanto la LIS, che si è sviluppata dall’incontro di più lingue. Significa osservare la norma, che è l’uso, e non la legge. Significa osservare nell’italiano elementi linguistici spesso ignorati, come i classificatori e la gestualità orale, che è parte della lingua. Questo non vale solo per l’italiano, ma per tutte le lingue.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Dalla nascita; ho una sorella, Antonietta Bertone, più grande di me di un anno, interprete, con la quale spesso comunicavo in LIS anche se siamo entrambe udenti. Ho anche un fratello più piccolo di 5 anni, Gianluca Bertone; tutti comunicavamo con i nostri genitori e i loro amici sordi in LIS. Con gli udenti in italiano o in dialetto.

3) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
Non so, forse più dovere. Poi scelta, credo. Infine ho provato la ricerca e l’insegnamento. Mi occupo sempre di sordi e di LIS, ma questa sì, è una vera scelta.

4) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Apprezzo il senso di comunità, di appartenenza, di identità in nome del quale si superano anche contrasti molto forti. Una comunità piccola supera guerre e rancori per obiettivi comuni. Non mi piace il fatto che molti non si dedichino alla lotta per i loro diritti ma si accontentino dell’assistenza economica, che di fatto non li fa crescere e non li rende consapevoli delle notevoli competenze che rimangono inespresse, o espresse solo all’interno della loro piccola comunità. Ma questa più che cultura sorda è cultura dell’inclusione sociale italiana che manca.

5) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Uno dei benefici è sicuramente la capacità di guardare agli eventi e ai fenomeni con prospettive diverse, l’accettazione della diversità come ricchezza, come opportunità. Nella ricerca ciò credo mi sia stato d’aiuto. In particolare guardare la disabilità non come dis- ma come diversità. Diverso e diversa-abilità è anche divertimento, gioco di fantasia, di immaginazione e non un mero eufemismo. La lingua orienta pensiero, e pensare diversamente è necessario per la felicità di tutti.

6) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Oh! Ci sono innumerevoli episodi in cui mi sono finta sorda per sentire i commenti, oppure per non essere disturbata. In uno in particolare, comunicavo in autobus con mia mamma, le persone intorno ci osservavano e io ascoltavo i commenti impietositi e stupiti per la nostra comunicazione perché credevano che fossimo entrambe sorde. Io traducevo a mia mamma i commenti, e lei se la rideva di gusto.

7) Italiano segnato e LIS: una lingua nella lingua?
L’Italiano segnato non è una lingua: è una modalità di italiano. È stato inventato dagli udenti che non erano in grado di decifrare la lingua dei segni e che non erano quindi in grado di capire che essa era altro rispetto a quella parlata. Non conoscevano la LIS.

8) Scuole per sordi: passato o presente?
Futuro. Futuro di inclusione di udenti tra i sordi. C’è una filosofia di fondo che mi fa affermare ciò. Non si può riassumere in poche righe. Il senso è che la scuola generalmente percorre sentieri noti. La sperimentazione e la diversità creano vertigine, soprattutto nei genitori che vogliono una formazione certa, sicura per i loro figli. Ma occorre rivedere in primo luogo la qualità delle persone che vi insegnano. I numeri che contano sono i punteggi in graduatoria e non le qualità.

9) La scuola pubblica è pronta all’inclusione degli studenti sordi?
Eccetto la scuola dell’infanzia e primaria, assolutamente no. Insegno da quasi 30 anni, sono poche le realtà veramente inclusive nella secondaria di primo e di secondo grado. Occorre una mentalità che punti alle competenze e non alle conoscenze.

10) Quali sono le difficoltà che gli studenti sordi sono soliti incontrare nell’apprendimento della lingua italiana?
Una lingua naturale si acquisisce alla nascita. Se l’informazione linguistica è ridotta, frammentaria o assente, è evidente che l’acquisizione sarà compromessa. Poi dipende da tanti fattori: la quantità e la qualità dell’udito, delle protesi/impianto, della rieducazione logopedica, degli input linguistici ricevuti anche in forma scritta… insomma il discorso è molto complesso da poterlo riassumere qui. L’acquisizione della lingua, quindi, presuppone molte variabili. L’apprendimento della lingua invece, è un atto secondario rispetto all’acquisizione. Vale a dire che avviene attraverso la volontà, con una motivazione e con delle forme di insegnamento. Quando si parla di apprendimento di una lingua, ci si riferisce alla seconda lingua. Si può apprendere una seconda lingua se c’è una prima lingua madre naturale altrimenti… è “addestramento” alla lingua: uso di formule vuote con poca creatività del linguaggio. Possibili in rari casi con memoria eccezionale. Esistono sordi in Italia che, ahimé!, non conoscono né lingua dei segni, né italiano, né nessuna altra lingua. Questo è un disastro! La lingua è uno strumento che permette di entrare nel mondo ma anche di andare oltre la realtà concreta, di immaginare attraverso le narrazioni e le fiabe, di rappresentarsi, di dare un nome alle emozioni e ai sentimenti, di fare ipotesi… tutti aspetti che sono parte dell’intelligenza. Ecco, si parla ancora di disabilità uditiva quando la vera disabilità è linguistica e, successivamente, talvolta, cognitiva.

11) I sordi e la didattica a distanza: opportunità o limite?
Entrambe, come per gli udenti. Dipende dalle persone, dalle personalità e dagli stili di apprendimento.

12) Qual è il tuo motto?
Il caos è un ordine da decifrare.
(Saramago)

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14 Ottobre 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista ad Antonietta Bertone

Intervista ad Antonietta Bertone di Michele Peretti – 15/08/2020
Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Antonietta Bertone, prima di tre figli, è nata a Salerno da genitori sordi. Mamma Rosetta ricamatrice e parrucchiera mentre papà Vincenzo sempre in prima linea per la tutela e la promozione dei sordi in ambito educativo, lavorativo, sociale e sportivo. Antonietta inizia a lavorare come interprete LIS nel 1983. Dopo la laurea in lingue straniere e aver vinto il concorso ordinario, dal 1997 è anche insegnante di lingua spagnola nella scuola secondaria. È stata vicepresidente di Anios e nel 2011 è stata responsabile organizzativa di “Efsli 2011”, conferenza europea di interpreti di lingua dei segni tenutasi a Salerno. In passato ha lavorato a lungo come interprete LIS nell’ambito del Giffoni Film Festival accanto alla rappresentanza di giurati sordi. Dal 1995 è interprete LIS per Rai TV.

1) Cosa significa per te essere CODA?
In premessa dico che mi piace di più dire “figlia/o di sordi”. Significa aver conosciuto qualche limitazione, essere più forte e avere una marcia in più.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Dalla nascita. Attraverso nonni, parenti e amici di famiglia.

3) Quali sono i primi segni che hai imparato?
Non posso, naturalmente, ricordare. Dai racconti di mia madre posso dire che verso gli otto mesi già segnavo PAPÀ e piccolissime frasi associando due o tre segni. Tuttavia, ricordo perfettamente di quando, in seguito, un’amica di mia madre mi “insegnava” singoli segni: io seduta sul tavolo della cucina e lei di fronte a me. Era un gioco.

4) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
Scelta, fatta molto consapevolmente. Come molti della mia generazione ho iniziato da piccolissima, trascinata dalle situazioni, avendo un padre molto attivo e coinvolto nelle associazioni dei sordi. Scarsa era tuttavia la consapevolezza, sia per ragioni di età sia perché non si pensava all’interprete LIS come a una professione. Infatti io continuavo a seguire il mio percorso di studi universitari. In seguito, a metà degli anni ’80, in maniera più diffusa si è cominciato a parlare della Lingua dei Segni e della figura professionale. Due cose fecero cambiare la mia prospettiva: nel 1993 fui convocata a Roma per una selezione di interpreti LIS poiché alla Camera dei Deputati era stato eletto Stefano Bottini, primo e, ad oggi, unico deputato sordo in Italia. Non vi partecipai perché in quello stesso giorno dovevo discutere la mia tesi di laurea. L’anno successivo accettai l’incarico di interprete LIS dal Comune di Salerno perché era stato eletto Angelo Santoro quale Consigliere comunale.

5) Quale percorso formativo hai intrapreso per diventare interprete LIS?
Ho studiato presso il Silis di Roma. Ho progressivamente implementato la mia formazione partecipando ai seminari intensivi mirati alla formazione degli interpreti organizzati da Mason Perkins, all’epoca diretta da Elena Radutzky, con docenti statunitensi: Nancy Frishberg, Dennis Cokely, Anna Witter-Merithew, Sharon Newmann Solow e altri. Contestualmente prendevo parte a tutti gli eventi formativi organizzati dall’associazione di categoria Anios che, da questo punto di vista, è molto attiva. Fra i formatori posso citare Fulvia Carli, Maria Luisa Franchi, Marco Nardi, Claudia Castelli, Annamaria Peruzzi. In ogni caso mi ritengo in formazione permanente e ciò indipendentemente dal vincolo dei crediti che i professionisti sono tenuti a maturare periodicamente. In realtà, la formazione è alimentata dal lavoro sul campo, nel senso che fra attività lavorativa e riflessione teorica e/o metodologica c’è molta sinergia secondo un interscambio continuo. Altro punto di riferimento è mia sorella Carmela che è una linguista, lavora presso Ca’ Foscari ed è stata l’autrice della prima grammatica della LIS.

6) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Una cultura è, esiste, e la si accetta. Essa si è strutturata nel tempo e nelle forme date per molteplici ragioni. L’apprezzamento implica una forma di giudizio che non ho. Il giudizio è riferito semmai alle singole persone che incarnano una o altra specificità comportamentale. Giusto oggi ho visto il documentario realizzato nell’ambito del progetto di ricerca SIGN-HUB Italia (https://www.youtube.com/watch?v=1vBGw2S6ETg) e ho avuto modo di riflettere, ancora una volta, sul coraggio, sul senso di appartenenza e sul “pionerismo” delle persone sorde che hanno vissuto nel corso di questi ultimi cento anni. Forse, ritornando alla domanda, ho ereditato il senso del coraggio dai miei genitori e dalle persone sorde. Ho sempre in mente un’anziana amica di famiglia, quando racconta come nella vita fra mille difficoltà e paure, derivanti specificatamente dalla sua sordità, si è sempre detta: “dai, coraggio, avanti!”. Sono grata al mondo dei sordi di cui faccio parte perché ho avuto opportunità che altrimenti, forse, non avrei avuto. Mi è capitato di vivere esperienze umane intense ed esperienze professionali appaganti; l’unione di questi due sentimenti l’ho provata quando nel settembre del 2016, a Bruxelles presso il Parlamento Europeo, ho partecipato, in qualità di interprete, alla conferenza “Multilinguismo e parità dei diritti nell’Unione Europea: il ruolo delle lingue dei segni” promosso e organizzato dall’europarlamentare sorda Helga Stevens. Ho fatto parte del team di 145 interpreti, di lingue vocali e segnate, che ha curato, in simultanea, il passaggio linguistico dei contenuti dell’evento fra 32 lingue dei segni e 24 lingue vocali del continente europeo. Trovarsi nell’emiciclo, circondata da partecipanti sordi da tutta Europa, per operare su un tema molto sentito (ricordiamo che in Italia la Lingua dei Segni non è riconosciuta, per ora) è stata un’emozione più unica che rara.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Sono gli stessi benefici che hanno i bambini bilingue di lingue vocali. In più, ma non sono esperta e quindi non so se riconducibile al bilinguismo bimodale, mi riconosco uno spiccato senso visivo e so orientarmi molto bene spazialmente. Un simpatico beneficio, riconducibile non strettamente al bilinguismo bensì alla competenza nella LIS, è quello di poter comunicare a distanza agevolmente. Con i miei fratelli spesso comunichiamo, per esempio, dal quarto piano senza gridare, oppure sbrogliandoci da situazioni seccanti e ci divertiamo molto a spiazzare le persone che ci guardano.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Avevo 17 anni e un fidanzatino. Partii per la gita scolastica e mentre tutti i miei compagni, la sera, telefonavano ai genitori o parenti o fidanzati, io non feci nulla di tutto questo. Al mio ritorno, dopo tre giorni, il mio fidanzato si arrabbiò molto perché avevo, secondo il suo dire, mostrato disinteresse e allontanamento. In realtà essendo figlia di sordi, non avevo l’abitudine di telefonare per avvertire i miei genitori dei miei movimenti. (Si consideri che all’epoca non esistevano i cellulari piuttosto ci si muniva di molti gettoni per telefonare, inoltre anche se avessi telefonato a casa chi mi avrebbe risposto?). Voglio dire che quando uno di noi era fuori per più giorni non c’era quella preoccupazione di sapere dove fosse e cosa facesse. Per cui era fuori dal mio orizzonte mentale la telefonata per avvertire che stavo bene.

9) Come avviene la selezione degli interpreti che lavorano in Rai?
Attraverso una commissione formata da RAI, rappresentanti delle due associazioni di categoria che esistono in Italia, Anios e Animu e rappresentanti dell’ENS.

10) Com’è stato prendere parte alla prima edizione di Sanremo tradotta in LIS?
Divertente, molto stimolante e formativo. Era tutto nuovo: il setting, il tipo di lavoro, le modalità, le situazioni. Sono scaturite, nel confronto con i colleghi coinvolti, molte riflessioni che mi piacerebbe approfondire con altri colleghi e con le persone sorde più in generale. Come squadra eravamo proiettati verso la condivisione dell’esperienza in maniera più estesa, purtroppo gli eventi legati alla pandemia lo hanno impedito. Per ora.

11) Qual è il tuo motto?
Per ora.

essere coda: Jon Urquhart

14 Ottobre 2020
di Michela Moschillo
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Jon Urquhart: Destination Future

Intervista a Jon Urquhart di Michele Peretti – 23/09/2020
Sign Languages are for Everyone!

Jon Urquhart is 27 years old and comes from the beautiful city of Boston, Massachusetts. He works as a full-time American Sign Language/English Interpreter.

1. What does it mean to you to be CODA?
It’s funny that this is the first question because I didn’t really understand my CODA identity until recently. I never understood what was different other than the fact I have a DeafBlind parent. It wasn’t until I became friends with other CODAs who share my same experiences that I really developed that CODA identity, and helped me understand that “No, not everyone has this experience and it’s actually super interesting!”

2. When and how did you first gain access to English?
I was exposed to English when I was very little because my mom is hearing, and my dad grew up oral so they both spoke to me when I was younger. Of course I was the product of baby sign language and still consider sign language my first language, especially because I didn’t use my voice a lot when I was a kid. I had to actually start school late because I was so shy I wouldn’t talk or look at anybody! When I first entered school I was put into speech therapy for about 5 years…not because I didn’t know how to pronounce words, I just had to learn how to interact with people using English.

3. At school, did you ever experience the feeling of being different?
I didn’t ever understand that I had a different home life compared to most, I seriously thought everyone’s doorbell had a flashing light. However, I always found myself strongly connected with the students from different countries who spoke a different language at home because I could relate to them.

4. What aspects do you appreciate, or dislike, of deaf culture?
I appreciate all aspects of Deaf culture, but if I had to say one thing I could change would be DST (Deaf Standard Time). I grew up on this, I still function on this, and I’m habitually late to everything! I had to set the clock in my car forward a few minutes to subconsciously rush myself whenever I drive anywhere.

5. Based on your own experience, which do you think are the benefits of growing up in a two-mode bilingual environment (ASL and English)?
I think it opened up my world a bit. I understood accessibility from a young age and I was able to go into school and make friends by showing a few signs here and there! I also started school at a higher reading level than most other students and I contribute that to my early language acquisition.

6. Is there an event or anecdote of your life that you would like to share with us?
My favorite saying is “squeaky wheel gets the oil”, it means if you don’t speak up, you’re never gonna get it. There are plenty of people nowadays that have a difficult time speaking up and advocating for their needs. Don’t be afraid to speak up for yourself, network the hell out of the people in your line of work! In any job, the more people you know, the easier your life will be.

7. Becoming an ASL Interpreter: vocation or duty call?
Honestly I decided to become an ASL/English interpreter very last minute. Up until my senior year of high school I wanted to become a psychologist because I thought that would be a cool career choice! Well, I took a psychology class my senior year and HATED it (I also failed haha). So I took that as a sign that I shouldn’t go to college for that. It came down to the decision “Do I go to college to learn something new, or do I go to college to master the skills I already have” so I decided to stick with majoring in American Sign Language and I haven’t regretted it a single day since!

8. How would you describe your experience at Gardner-Webb University?
It was a very eye-opening experience. I wasn’t always the best student, so when I entered the ASL program and learned that it was a 6-pt grading scale (94-100 is an A, 87-93 is a B and so on) I was nervous! The professors all complimented each other’s teaching styles, it was a difficult program, but also interpreting isn’t an easy job. Honestly, I’m so fortunate to have been surrounded by so many passionate students also studying to become interpreters, I am still friends with many of them to this day!

9. How was your passion for the performing arts born?
In 7th grade I decided to try out for the school play, it was a production of “Barbecuing Hamlet” and I was cast as the lead. Now mind you, I was still a VERY shy student so giving me the lead role might’ve not been the best decision. Luckily, I turned it out and everyone in the audience kept saying “oh my god, is that Jon? I’ve never heard him speak so much!” I then went on to join the theater program and fell in love with it!

10. Is being a performer also useful to your career as a professional interpreter?
Yes! I think my background in the theater really gives me the ability to conceptualize things in ASL and be able to interpret them efficiently. I do also transfer my skills to Tik Tok where I’ve gained over 256,000 followers. I didn’t realize people would love what I do so much but it turns out when you mix performance with being a CODA it’s fascinating!

11. Which is your preferred field of work?
I have two, I absolutely love Deafblind interpreting and I love conference interpreting. Most of my experience has been in these two fields and I love what I do.

12. Is it possible to learn a Sign Language virtually?
Yes! Actually, I run an online American Sign Language education service through my Patreon. I got the idea when I first started gaining a following on Tik Tok. There were a lot of people that followed me to “learn sign language” but I don’t teach, I prefer they learn from Deaf teachers instead. So, I put in the work and now I have a full staff of Deaf teachers that upload daily ASL lessons for our students and provide mentoring services to those that want it. Currently, we have 86 students and counting.

13. Do you ever have the chance to work along with Deaf interpreters?
Yes! Here in Boston we are so fortunate to have so many Deaf interpreters. Boston really is a great city when it comes to accessibility and our government and most businesses understand the importance of the role of the Deaf interpreter.

14. Are there, in your opinion, common aspects in both deaf and LGBT communities?
I actually never thought about that before! I guess from an inside perspective they are both welcoming communities. Both communities appreciate when people from outside the community try their best to understand their perspective.

15. What could your motto be?
“It’ll all work out”. Honestly I’ve said this for so many years and it applies to everything I do. If I’m going through a rough patch, I know I don’t have to worry because everything ends up working itself out.

essere coda fiorella vellotti

14 Ottobre 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Fiorella Vellotti

Intervista a Fiorella Vellotti di Michele Peretti – 14/05/2020
Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Fiorella Vellotti, classe 1968, napoletana e innamorata della sua città nella quale vive con il marito e il figlio. È diventata interprete LIS conseguendo i seguenti titoli:
– corso biennale c/o ENS di Napoli;
– corso biennale di formazione professionale c/o regione Campania, al fine di ottenere un titolo che fosse riconosciuto dalle pubbliche istituzioni.
È socio fondatore della CILIS, Cooperativa interpreti Lingua dei Segni Italiana, con carica di presidente prima e vice presidente poi. La CILIS è la prima cooperativa nel suo genere in Italia. È nata dall’esigenza di costituire un organismo che potesse far rispettare i dettami della legge 104 a proposito di libertà individuali e che, al contempo, avesse tutti i requisiti per poter partecipare a gare di appalto e rapportarsi con le istituzioni pubbliche e private. L’esigenza in questo senso era tale che l’ENS stesso ci consigliò di costituirci in cooperativa e iniziare a lavorare da professionisti, nonostante avessimo mosso i primi passi all’interno di esso. Dal 1996 è socia ANIMU, una delle associazioni di categoria presenti sul territorio italiano. Come tale ha ricoperto varie cariche a livello regionale, in qualità di responsabile con incarichi di collaborazione attiva con enti pubblici e privati e con la regione Campania. Inoltre, avendo una lunga esperienza come interprete scolastico, collabora con l’ANIMU per tutte le attività regionali in questo ambito. Per molti anni ha lavorato come formatrice di Lingua dei Segni presso vari enti. Dal 1997 è interprete istituzionale per la RAI nelle edizioni dei TGLIS delle varie testate giornalistiche. Nel corso degli anni ha tradotto più di una volta il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, vari spot elettorali nonché la conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ha lavorato al programma “CHI L’HA VISTO”. Di tutti questi prestigiosi incarichi, quello a lei più caro è stata la possibilità di tradurre, in mondovisione, i funerali di Papa Giovanni Paolo II. Di questo grande onore e triste onere le resterà un ricordo unico e indelebile, per il quale ringrazia l’allora direttore del Tg2 Mauro Mazza. Attualmente lavora per RAI Pubblica Utilità.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Mi definisco una CODA atipica, figlia di sordi a metà poiché io e mio fratello maggiore abbiamo mamma udente e papà sordo. Mio padre ha perso completamente l’udito a sette anni, a causa di una meningite. La forza della mia famiglia deriva senza dubbio dai miei nonni. Dopo aver superato lo sconforto e accettata la sordità del figlio come parte inevitabile e integrante della sua e della loro vita, lo misero subito in contatto con la comunità dei sordi. Hanno consentito al figlio di proseguire gli studi presso l’istituto “Pia Casa Arcivescovile” di via Avellino a Tarsia in Napoli, lì mio padre è entrato in contatto con una nuova cultura, la sua. Non lo hanno mai isolato. Lo hanno sostenuto con tutti i mezzi possibili a loro disposizione. L’opera dei miei nonni è proseguita con mia madre che, con grande coraggio e fermezza, ha affrontato i giudizi della società, nonché la naturale e comprensibile apprensione della propria famiglia. Ha sposato l’uomo di cui era innamorata, incurante della sordità e la conferma della sua tenacia è stata l’unione di intenti e sentimenti che li ha accompagnati per tutta la vita.

2) Sei stata esposta sin da subito alla Lingua dei Segni?
Sin da piccola ho frequentato la comunità dei sordi. Ho appreso e utilizzato con naturalezza i primi segni ma ovviamente non avevo consapevolezza di utilizzare una vera e propria lingua con sue regole e una struttura grammaticale. Per me era un fatto naturale. Questo l’ho scoperto da adulta, quando ho deciso di frequentare un corso di Lingua dei Segni e costruire un ponte con il “mondo” di mio padre e sfruttarne le ricchezze che mi aveva trasmesso come un’opportunità.

3) Quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Sono nata e cresciuta in una famiglia dove la sordità era la normalità. Segnavo e parlavo in italiano. Ho instaurato con mio padre una comunicazione che potremmo definire bimodale in quanto lui, essendo diventato sordo dopo l’acquisizione del linguaggio, era in grado di leggere molto bene il labiale, modalità che utilizzava senza problemi con mia madre e con qualunque altra persona con cui entrasse in contatto. Io, a mia volta, ne ho beneficiato acquisendo e sviluppando una sempre maggiore sensibilità nel linguaggio, affinando le capacità cognitive, sensoriali e interpretative della comunicazione in generale.

4) Quali insegnamenti ti hanno trasmesso i tuoi genitori?
I miei genitori sono stati un grande esempio di forza, unione e determinazione. Papà, tenace e intraprendente, non si è mai tirato indietro e ha sempre fatto il possibile per raggiungere i suoi obiettivi e superare gli ostacoli che gli si ponevano davanti. Da persona intelligente e sicura di sé, non si è mai nascosto dietro la sordità e non ha mai permesso che questa diventasse un problema per sé o per gli altri. È diventato un uomo completamente appagato e realizzato sia professionalmente che nella vita privata. È stato un grande amante dello sport, soprattutto del calcio, che ha praticato a lungo, nonché grandissimo tifoso della sua squadra del cuore, il Napoli. Mamma mi ha insegnato che bisogna seguire sempre il proprio cuore e andare avanti confidando nelle proprie convinzioni e nella giustezza delle proprie scelte.

5) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentita diversa dai tuoi coetanei?
Non mi sono mai sentita diversa dagli altri miei coetanei. Anzi, a dire il vero, i miei amici come anche quelli di mio fratello e i nostri cugini hanno amato e frequentato molto la nostra famiglia. Tuttavia ho sempre provato un forte desiderio di comprendere cosa si provasse a essere sordi profondi come mio padre. Da bambina spesso mia madre mi trovava completamente immersa nell’acqua della vasca da bagno o con i tappi nelle orecchie, altre volte mi premevo forte le mani sulle orecchie. Col tempo ho capito che niente poteva ricreare quel mondo di silenzio. Nonostante tutto ho attraversato periodi di rabbia e dolore, legati soprattutto alle reazioni incivili e aggressive delle persone che non si accorgevano della sordità di mio padre. Una volta un uomo gli chiese l’ora e, alla mancata risposta, lo apostrofò in malomodo. È in quei momenti che ho cominciato a capire che per mio padre la sordità non rappresentava un ostacolo, un imbarazzo o un pregiudizio, ma poteva essere motivo di sofferenza per me.

6) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Ci sono dei pro e dei contro. I sordi sono persone estremamente dirette, chiare, esplicite nelle loro manifestazioni e, a seconda dell’interlocutore che hanno di fronte, questo può rivelarsi un aspetto tanto positivo quanto negativo.

7) C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
In casa il campanello, il citofono e il telefono erano ovviamente anche lampeggianti. Dopo lo stupore iniziale, sia i miei amici che quelli di mio fratello ci hanno preso confidenza. Spesso ci si ritrovava tutti insieme, amici sordi e udenti, a festeggiare eventi, ricorrenze, compleanni e a organizzare viaggi. Ricordo una vacanza indimenticabile a Ischia, insieme a un gruppo di trenta tedeschi sordi e udenti di varie età. Avevo circa 12 anni e queste persone, guardando me e mio padre segnare, avevano pensato che fossi sorda. È stata una vacanza unica, dove si sono consolidati rapporti che, con alcuni di loro, ancora oggi perdurano. Per me è stato come gettare il primo seme di quella strada che avrei intrapreso in seguito.

8) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
Essere interprete è stata un’evoluzione naturale del rapporto con mio padre. Posso considerarlo un dono che lui mi ha fatto e oggi, che lui non è più con me, posso dire di sentirlo e averlo vicino ogni qualvolta mi ritrovo ad affrontare un nuovo lavoro e una nuova sfida. Tutto è nato per caso: ero a Roma con mio padre e alcuni suoi amici. Improvvisamente mi sono trovata nel bel mezzo di una visita guidata, all’interno della basilica di San Pietro, a far loro da interprete. Alla fine la gioia e la soddisfazione che leggevo nei loro occhi erano quasi pari al mio orgoglio e alla mia commozione per aver reso fiero e felice mio padre. In quel preciso momento ho capito chi e che cosa volessi diventare. Nei giorni successivi mi feci accompagnare all’Ente Nazionale Sordomuti di Napoli dove cominciai a frequentare il corso per interpreti LIS. Devo a lui anche i legami di profonda amicizia che ho stretto con alcune colleghe nel corso del tempo, rapporti che sono iniziati quando muovevo i miei primi passi nel mondo dell’interpretariato e che si sono consolidati anche grazie a mio padre. Lui ci ha dato la possibilità di fare le nostre prime esperienze come interpreti durante le attività (mostre fotografiche e di pittura, gite e visite culturali) organizzate nel Circolo per non udenti Cicafa di Napoli, di cui è stato Presidente per tanti anni. Con alcune di loro avremmo fondato più tardi la cooperativa CILIS diventando non solo colleghe ma soprattutto grandissime amiche.

9) Quando sei entrata a far parte del team degli interpreti Rai?
Sono approdata in RAI nel 1997 poiché l’azienda era alla ricerca di interpreti per nuove edizioni di TGLIS. Fui esaminata da una commissione tecnico scientifica composta anche dall’allora Presidente nazionale dell’ENS, Ida Collu e da tutto il consiglio. Superata la selezione, mi ritrovai catapultata nello studio del Tg1 per il provino. Non lo dimenticherò mai: era verso fine settembre. Il 17 ottobre 1997 affrontai e superai, non senza apprensione ed emozione, il mio primo Tg2 LIS. Sono passati 23 anni, ma ogni volta è come se fosse la prima. È sempre una nuova avventura, anche e soprattutto in questo momento così difficile per tutta l’Italia e per il mondo intero. La RAI sta facendo molto per dare anche ai sordi maggiore accessibilità alle informazioni e consapevolezza degli accadimenti. Purtroppo la Lingua dei Segni non è stata ancora riconosciuta come una vera e propria lingua. Quando il Parlamento italiano si deciderà ad approvare la proposta che da decenni viene portata avanti, si garantirà ai sordi la libertà di scegliere come comunicare e integrarsi al pari degli udenti.

10) Qual è il tuo motto?
Non ho un vero e proprio motto. Eppure mi è capitato di leggere una frase di Nelson Mandela nella quale mi identifico e che ho deciso di fare mia: ”Sembra sempre impossibile, finché non viene fatto.”

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista ad Assunta Galluzzi

Intervista ad Assunta Galluzzi di Michele Peretti – 25/04/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Assunta Galluzzi è figlia di genitori sordi. In famiglia ha una zia e un cugino anch’essi sordi. Ha lavorato per anni all’ENS di Salerno, presso altre sezioni Campane e anche per la sede nazionale. Attualmente ricopre la carica di presidente Anios Campania. Molti la conoscono come interprete istituzionale RAI. Questa professione le ha consentito di cimentarsi in svariati ambiti: politico, sociale, sanitario, religioso e artistico.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Il tempo mi ha resa consapevole di essere diversa ma non in senso negativo. Ho un vissuto sicuramente particolare, una sensibilità e un senso di responsabilità sviluppatisi troppo presto rispetto ai miei coetanei.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
L’esposizione all’italiano come lingua è stata difficile. Da piccola vivevamo con la nonna paterna che parlava solo in dialetto. L’italiano lo ascoltavo in TV e alla radio. Mi incuriosivano le parole nuove, ma non avevo ancora ben compreso che si dovesse utilizzare questa lingua per comunicare con gli “altri”. Ero ancora piccola, la mia era una comunicazione alternata e mista. A volte confondevo il canale comunicativo da utilizzare, usavo i segni anche con gli udenti, fin quando non ricevetti una ramanzina da una zia di mio padre. Da quel giorno non ho più voluto andare a trovarla, nonostante la buonissima torta che preparava appositamente per me.

3) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
Diventare interprete non è stata né una scelta e neanche senso del dovere. Mi è sempre risultato naturale accompagnare, spiegare, tradurre per i miei genitori e per i loro amici quello che ascoltavo quando ero con loro. Sono diventata interprete LIS senza nemmeno accorgermene.

4) Quale percorso formativo hai intrapreso per diventare interprete LIS?
Dopo un’adolescenza abbastanza tormentata cercavo di svincolarmi da responsabilità e doveri di figlia di sordi, intenta a trovare la mia libertà di spazio e di tempo. Tuttavia, verso la maggiore età, mio padre accettò di candidarsi per le elezioni amministrative. Un Sordo in politica, una vera novità per quei tempi. Sono rimasta al suo fianco, seguendolo per tutta la campagna elettorale. Alla fine mi ritrovai sul palco di Piazza Amendola della mia città a tradurre Bettino Craxi. Iniziai così questa avventura. Subito dopo ho collaborato con la sezione provinciale dell’ENS di Salerno, occupandomi di segretariato sociale, inizialmente come volontaria. Ho partecipato a una sanatoria dell’ENS Sede Centrale e ottenuto il primo attestato di interprete generico di Linguaggio Mimico Gestuale (LMG). Ho iniziato a seguire con interesse e curiosità il dibattito LIS/LMG e a confrontarmi con i pochi colleghi del mio territorio. Ho guardato alla Lingua dei Segni con una consapevolezza diversa che mi ha aiutata a comprendere anche il mio ruolo di interprete. I tempi nel frattempo sono maturati e ciò mi ha consentito di frequentare un corso di interprete LIS di 1200 ore nella mia città. L’unico sinora organizzato. Un vero colpo di fortuna.

5) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Innanzitutto appartengo a questa comunità e sento di esserne parte integrante. Sono orgogliosa di come affrontano le difficoltà del quotidiano nel silenzio. Apprezzo il coraggio e la caparbietà con i quali perseverano nel condurre la loro vita con quel pizzico di follia; le abilità manuali, la loro creatività e soprattutto l’allegria e la spensieratezza. Apprezzo meno il finto vittimismo per ottenere, senza l’impegno necessario, quello che altri invece raggiungono con studio e sacrificio.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
La mia personalità e il mio carattere si sono forgiati in questo ambiente. Sono aperta verso gli altri, non giudico e non discrimino. Ho molti limiti. Tuttavia mi sono autoregolata, a volte autoeducata e le decisioni che prendo sono sempre esageratamente analizzate. Mi fa star male il solo pensiero di ferire qualcuno, per cui prendo raramente posizioni.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Mi sovviene una fredda sera d’inverno. Avrò avuto circa dieci o dodici anni e alla TV trasmettevano un vecchio film. I miei erano a tavola e io sotto il televisore traducevo in segni. La storia si fece sempre più struggente. Le lacrime scesero sul mio e sul loro viso. Mio padre, visibilmente commosso, si alzò per passarmi un fazzoletto affinché potessi asciugarmi le lacrime e continuare a segnare.

8) Come pensi debba essere valutata la qualità degli interpreti?
La qualità degli interpreti viene valutata in ogni circostanza sia dal sordo che dallo stesso interprete in quanto ponte comunicativo. Soddisfare le esigenze di entrambi i soggetti della comunicazione, soprattutto nel servizio in trattativa, non è sempre scontato. In questo mestiere aggiornamento e studio sono le costanti per non trovarsi impreparati.

9) Interprete e Performer: due facce della stessa medaglia?
Entrambi condividono certamente un percorso inerente la conoscenza della lingua, mentre le tecniche interpretative sono completamente diverse. I performer devono possedere in più una certa sensibilità artistica e la capacità di trasmettere il messaggio al di là delle parole. Io stessa sono stata performer in esibizioni di piazza, traducendo canzoni classiche italiane e napoletane e riscuotendo il plauso dei sordi. L’ultima esperienza, quella del Festival di Sanremo LIS (che molti hanno seguito su Rai Play) l’ho dedicata a mia madre, grande sostenitrice di questo evento. Sono fiera di aver interpretato sia il mattatore Fiorello che il monologo di Roberto Benigni. In questa occasione ho ricevuto i più bei complimenti della mia carriera.

10) Qual è il tuo motto?
“Non sono gli uomini a tradire, ma i loro guai” di Vasco Rossi.

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Maria Civita di Mario

Intervista a Maria Civita Di Mario di Michele Peretti – 26/04/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Maria Civita Di Mario è nata e vive a Latina. I genitori sono entrambi sordi. Sua madre è diventata sorda entro l’anno di età a causa della meningite, mentre suo padre è diventato sordo intorno ai dieci mesi dopo aver contratto la malaria. Nata e cresciuta nel mondo dei sordi, ha affermato: “Solo alle scuole elementari ho preso coscienza che i miei genitori erano sordi e diversi dai genitori dei miei compagni”. Ha conseguito un primo diploma di interprete LIS a Roma e successivamente presso l’Ente Nazionale Sordi, Sede Centrale, dove è iscritta nel Registro Nazionale degli Interpreti. Nel 1999 ha conseguito il primo diploma di Interprete LIS riconosciuto a livello europeo. Dal 1996 collabora con la RAI in qualità di interprete in simultanea della Lingua dei Segni. Traduce le edizioni LIS del TG1, TG2, TG3, RAINEWS 24 e approfondimento delle ore 11 su RAINEWS 24 oltre ai discorsi di fine anno del Presidente della Repubblica, diversi dibattiti parlamentari dalla Camera e dal Senato della Repubblica, spot elettorali e discorsi del Presidente del Consiglio. È stata inoltre interprete presso l’ENS – Sede Centrale. In occasione della morte del Santo Padre Giovanni Paolo II ha tradotto i funerali in mondovisione. Formatrice di interpreti in corsi organizzati da associazioni di categoria, è stata docente di tecniche di traduzione e di analisi comparativa. Attualmente dipende da Rai Pubblica Utilità ed è anche docente di Teoria ai corsi di Lingua dei Segni. È iscritta all’ANIMU (Associazione Nazionale Interpreti di Lingua dei Segni Italiana).

1) Cosa significa per te essere CODA?
Non mi sono mai posta questa domanda quando ero piccola. Vivere con dei genitori sordi è stata la mia condizione naturale, il mio mondo. I miei genitori sordi erano il mio punto di riferimento. Circondata dal loro amore era naturale per me segnare con loro in LIS e parlare in italiano con i miei parenti, i miei nonni, i miei zii e i miei cugini, tutti udenti come me. L’essere bilingue senza averne cognizione di causa non mi pesava. Era la normalità segnare con i miei genitori e i loro amici sordi e parlare con i parenti, i vicini di casa, i compagni dell’asilo e delle elementari. In adolescenza le cose cominciarono a cambiare e molto. Da quel momento le regole, i modelli e la cultura sorda nei quali mi ero riconosciuta, non valevano più. Ho sentito la dolorosa necessità di prendere le distanze da quel mondo e di sviluppare una mia identità. Mi trovavo a essere non più “sorda” e non ancora “udente”. Intorno a me non c’erano altri ragazzi nella mia condizione, spesso mi sentivo sola e incompresa. Anche in quel periodo così delicato non negavo la sordità dei miei genitori, anzi, solo che preferivo non parlarne. Oppure se mi trovavo a fare la spesa con mia madre e qualcuno ci fissava, anche a bocca aperta, divertita rispondevo a tono che non è educato fissare le persone. Dopo un lungo periodo di ricerca, grazie soprattutto alla scelta di seguire un corso psicologico personale, sono giunta a una maggiore consapevolezza di me stessa, di quello che sono: una CODA, ma anche Maria Civita con i miei pregi e i miei difetti come tutti, udenti e sordi. Ho dovuto lavorare sulla mia rabbia interiore e accettare l’ignoranza, nel senso etimologico della parola, del mondo degli udenti verso i sordi e del mondo dei sordi verso gli udenti. Ho compreso inoltre, visto il mio imprinting, quanto sia vitale per me “comunicare visivamente”, tradurre in un canale visivo tutto il mio mondo interiore di bambina e di Coda. È essenziale come l’aria che respiro. Successivamente ho acquisito la consapevolezza di dover imparare a raccontare il mio mondo sordo all’interlocutore udente che poco o nulla sa del mondo dei sordi. All’inizio mi pesava raccontare sempre le stesse cose, ora non più. Ho cercato di capire, inoltre, come entrare in relazione con gli udenti. Il mio percorso interiore è ancora lungo, ma posso dire con tranquillità che io sono per mia natura CODA: un ponte tra il mondo dei sordi e quello degli udenti, un po’ sorda e un po’ udente. Sono felice di essere bilingue, di aver acquisito due lingue così belle, una parlata e scritta e l’altra visiva. Felice di far parte di due culture così diverse ma anche così simili. La vita mi ha dato una differenza rispetto agli altri ma anche una grande opportunità: la Lingua dei Segni Italiana che ha avuto e ha un ruolo importante nella mia vita.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Ricordo la preoccupazione dei miei genitori che io non parlassi bene in italiano e che mi isolassi troppo in quanto figlia unica. Questo perché mi vedevano solo segnare e non sentivano le mie prime parole; la conseguente decisione di iscrivermi fin da subito alla scuola materna per farmi socializzare con altri bambini udenti; l’infondatezza della loro preoccupazione perché tutti, maestra compresa, dicevano che ero una bimba allegra e fin troppo chiacchierona. Ho acquisito dunque spontaneamente e naturalmente la Lingua dei Segni Italiana con i miei genitori sordi e l’italiano con i miei parenti udenti. Osservavo i miei genitori segnare tra di loro o con i loro amici e cercavo di cogliere tutte le loro espressioni e la valenza comunicativa che trasmettevano. Ero comunque immersa in un mondo udente. Inoltre, quotidianamente stavo con mia nonna paterna. Tra i tanti racconti di mia nonna Velia sulla mia infanzia ce n’è uno che mi è particolarmente caro. La mia nonna paterna mi raccontava che spesso stava con me, giocavamo insieme, mi faceva compagnia e mi accudiva quando i miei genitori erano al lavoro. Con lei cantavo le prime canzoncine che si insegnano ai bambini e mi divertivo anche a segnarle in LIS. Non facevo i gesti che normalmente fanno gli altri bimbi udenti. Invece, quando io e mia cugina Silvia giocavamo alle principesse, mi veniva spontaneo parlare in italiano.

3) Quali sono i primi segni che hai imparato?
Sicuramente il segno MAMMA e il segno PAPA’, il segno CIAO come tutti i bimbi, udenti e sordi e il segno ASPETTA. La frequenza del Circolo dei sordi della Sezione ENS di Latina e l’osservazione dei sordi intenti a comunicare tra di loro, hanno fatto sì che completassi il mio processo di acquisizione della Lingua dei Segni. Solo in età adulta, avendo fatto un percorso di studi approfondito nei vari corsi LIS che ho frequentato, ho compreso le strutture linguistiche e le regole che caratterizzano questa lingua. Oggi posso affermare di essere perfettamente bilingue.

4) A scuola ti sei mai sentita diversa?
Alle elementari cominciavo a notare le differenze tra i miei genitori e i genitori degli altri miei compagni ma non ci facevo caso. Anzi, mi ostinavo a difendere i miei genitori anche sulle loro pronunce sbagliate delle parole “cinéma” e “frigoriféro”. Loro erano i miei genitori e non potevano sbagliare. Io stessa sbagliavo la pronuncia di alcune parole e quindi venivo derisa. Con il tempo pieno alla scuola elementare i miei incontri con la nonna diminuirono e vedendola solo i fine settimana mi raccontava che io un giorno le dissi, avrò avuto sì e no 8 anni:” Nonna non ti preoccupare per me, io ho capito che devo usare le mie mani per parlare con mamma e papà mentre con te e gli altri devo parlare… è normale!” Anche alle superiori, al Liceo classico, in occasione dei colloqui con i professori. Percepivo un certo imbarazzo da parte dei docenti e io vivevo un senso di vergogna mista a rabbia, inadeguatezza. Mio padre, invece, viveva la cosa con tranquillità e spiegava a suo modo ai miei professori che non essendoci all’epoca la figura dell’interprete LIS quella della mia presenza agli incontri era una necessità per lui. Facendo da ponte, gli permettevo di abbattere le barriere della comunicazione. Eppure non vivevo bene quelle situazioni perché ero troppo coinvolta anche emotivamente.

5) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
La cultura sorda è dentro di me fin nel profondo. È un mio patrimonio genetico imprescindibile ma che si evolve con la maturità. Apprezzo la grande forza di volontà, la caparbietà e la grande dedizione delle donne e degli uomini sordi che combattono, ancora oggi, per il giusto riconoscimento legale della Lingua dei Segni Italiana; la loro capacità di ingegnarsi per affrontare anche le situazioni più disparate, la capacità di resilienza di alcuni, il grande senso di comunità e solidarietà che permea i loro rapporti. Non amo molto la dipendenza dal mondo degli udenti, che purtroppo vedo ancora in certi ambienti. Penso che le persone sorde, in quanto cittadini a pieno titolo come gli udenti, debbano smettere di delegare all’udente le proprie scelte e recuperare la loro capacità di autodeterminazione affidandosi agli interpreti LIS unicamente per la traduzione. Solo così, scegliendo l’interprete LIS come ponte tra le due lingue e le due culture, il mondo dei sordi e quello degli udenti, potranno finalmente incontrarsi alla pari.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Crescere perfettamente bilingue è stata una grande ricchezza per me, come credo lo sia per tutti i bambini bilingui. Non importa se si parli di una lingua vocale, come l’italiano, o di una lingua dei segni, nel mio caso la LIS. Il bilinguismo è una ricchezza ed è stata una fantastica opportunità e un grande aiuto quando ho scelto di svolgere la professione di interprete. Sicuramente la LIS mi ha portato a sviluppare una buona memoria visiva e a strutturare un mio sistema di comunicazione che si attiva principalmente attraverso gli occhi e la visualizzazione mentale. Io spesso ragiono per immagini e quasi naturalmente ho questa attitudine alla comparazione linguistica. Mi capita, infatti, di processare mentalmente allo stesso modo anche quando devo parlare in inglese o in un’altra lingua straniera. Questa attitudine mi è utilissima nelle tecniche di traduzione e interpretazione, nel mio lavoro quotidiano. Tra l’italiano e la LIS posso dire che la Lingua dei Segni Italiana è quella che esprime al meglio il mio pensiero poi però quel pensiero o lo esprimo a parole o lo esprimo in segni a seconda dell’interlocutore che ho davanti.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Ricordo le feste o le riunioni al circolo dell’ENS di Latina. Lì la comunità sorda e i CODA si riunivano per condividere un momento di spensieratezza. Tutti insieme usavamo la LIS, giocavamo, chiacchieravamo e socializzavamo.

8) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
La mia all’inizio non è stata una scelta consapevole. Avevo appena finito la maturità al Liceo classico e valutavo a quale università iscrivermi. Ricordo che nell’estate del 1992 ero e mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua. Volevo iscrivermi a Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza e diventare la paladina dei diritti delle persone sorde. Tuttavia sentivo forte in me un conflitto, sentivo che il protagonista della lotta per la conquista dei diritti dei sordi non dovevo essere io, una CODA, bensì una persona sorda. Quindi, titubante cominciai ad aprirmi e a confidarmi con mio padre. Lui credo fosse consapevole del mio desiderio di conoscere il suo passato di bimbo sordo e di capire il suo dolore silenzioso e taciuto fino a quel momento. Così decise che l’indomani saremmo andati a Roma a vedere il suo Istituto: il Tommaso Silvestri. Ricordo un torrido pomeriggio d’estate quando io, mamma e papà ci recammo a via Nomentana, 56. Papà come vide tutte quelle scale cominciò a raccontare della sua infanzia e della sua vita in Istituto. Fino ad allora non lo aveva mai fatto forse perché non credeva fossi pronta a sopportare un carico di racconti così duro e particolare. Mi parlò della vita in convitto, delle attese per le festività che erano l’unico momento in cui poteva vedere e stare in famiglia, della fatica nel dover imparare a parlare, a leggere e a scrivere in italiano, delle tante stranezze dell’italiano scritto, dei metodi educativi alquanto rigidi dei religiosi dell’epoca. Il caso ha voluto che di lì a poco sarebbe partito il primo corso per Interpreti presso il Gruppo SILIS. Ricordo che Emanuela Cameracanna e gli altri sordi come anche i ricercatori del CNR presenti, vedendomi segnare, mi proposero di fare un colloquio in una stanza senza i miei genitori. Un po’ per gioco, un po’ per curiosità entrai e mi ritrovai inconsapevolmente a sostenere l’esame di ammissione al corso interpreti. Stiamo parlando del 1992, io non avevo alcuna consapevolezza dell’essere bilingue, del mio essere CODA o del fatto che quella che usavo fosse una vera lingua. In televisione solo Medicina 33 veniva tradotta in LIS, non c’era alcun telegiornale tradotto. Una volta conseguito il diploma come interprete, ero felicissima. I miei genitori erano fieri di me ma non credevano che quel lavoro mi avrebbe dato da vivere. Nel 1996 ho superato la selezione con la Rai e da lì ho cominciato a lavorare.

9) Come sei entrata a far parte del team di interpreti Rai?
A seguito di una dura selezione dove si richiede di tradurre in simultanea l’edizione di un telegiornale, con o senza aver letto le notizie in anticipo. Dopo cinque lunghissimi giorni arrivò la telefonata dalla Rai: ero stata presa. Bisogna dire che molto ho imparato lavorando sul campo, in televisione, come anche ai convegni e ai seminari del CNR. All’inizio ero affiancata da interpreti senior, poi con il tempo mi sono conquistata un mio ruolo lavorativo. Tuttavia ho continuato a collaborare con la comunità sorda e con i suoi ricercatori. Fondamentale è fare una comparazione linguistica che garantisca una certa aderenza al messaggio da veicolare. La LIS come la lingua italiana è una lingua viva che si evolve e si modifica continuamente. Questo è il bello del mio lavoro. Bisogna conoscere entrambe le lingue, entrambe le culture, tenersi sempre in costante aggiornamento sul lessico delle due lingue. Il mio pallino sono i neologismi dell’italiano e della LIS. Un esempio per tutti e molto attuale è il segno adottato per Coronavirus. Grazie ai social la comunità sorda mondiale ha stabilito in brevissimo tempo un segno unico e inequivocabile per identificare la malattia. Il mio lavoro è una sfida continua, anche nella ricerca del registro linguistico più adatto al contesto per realizzare il passaggio dalla cultura udente a quella sorda e viceversa. D’altronde, essere interprete non significa soltanto possedere la padronanza della lingua che si traduce ma anche della cultura a essa legata. In effetti, nella lingua utilizzata (vocale o dei segni) troviamo spesso riferimenti ai proverbi, alle citazioni, ai modi di dire.

10) Qual è il tuo motto?
Penso che proprio in questo momento triste per la presenza della pandemia da COVID-19 in tutto il mondo, ognuno di noi abbia fatto delle riflessioni personali. Molti sono in difficoltà economiche, sociali, tanti hanno subito un lutto o una perdita, si sentono soli e isolati in casa e guardano la televisione o utilizzano un social per aprirsi al mondo o per avere informazioni. Da figlia di sordi vorrei dire a tutti che:
– posso essere udente, sordo o CODA ma siamo tutti diversi l’uno dall’altro per qualcosa. Ognuno è diverso per le sue peculiarità e il bello del mondo e della vita risiede proprio nella sua diversità.
Come interprete:
-noi interpreti di Lingua dei Segni stiamo lavorando da casa o in presenza per svolgere il nostro lavoro al meglio e così facendo cerchiamo di abbattere le barriere della comunicazione. Affidatevi a professionisti e non a persone improvvisate perché se vi affidate a un professionista avrete la certezza che il vostro pensiero arrivi con una traduzione fedele ora e sempre. Grazie.

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Divertimento e Inclusione 2020

Divertimento e Inclusione 2020

Torneremo di nuovo ad abbracciarci, a stringerci le mani, a ridere e giocare insieme!
Vi aspettiamo a San Benedetto del Tronto dal 21 al 27 Giugno insieme a Sordapicena Sociale per un nuovo divertentissimo campo estivo per bambini sordi, udenti e… naturalmente CODA!

Aspettiamo l’evolversi dei decreti del governo per sapere se potremo stare insieme! Noi lo speriamo tanto!

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Rosanna Zanchetti

Intervista a Rosanna Zanchetti di Michele Peretti – 09/04/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Rosanna Zanchetti è nata e vive a Roma. I suoi genitori erano entrambi sordi. Nata e cresciuta nel mondo dei sordi, ha affermato: “Solo all’età di sei anni, all’uscita da scuola, ho preso coscienza che i miei genitori erano diversi dai genitori dei miei compagni”. Si è laureata in Storia della Filosofia, ha conseguito un primo diploma di interprete LIS a Roma e successivamente presso l’Ente Nazionale Sordomuti, Sede Centrale, dove è iscritta nel Registro Nazionale degli Interpreti. Nel 1999 ha conseguito il primo diploma di Interprete LIS riconosciuto a livello europeo. Dal 1996 collabora con la RAI in qualità di interprete in simultanea della Lingua dei Segni. Traduce le edizioni LIS del TG1, TG2, TG3 e RAINEWS24 oltre ai discorsi di fine anno del Presidente della Repubblica, diversi dibattiti parlamentari e discorsi del Presidente del Consiglio. Ha collaborato con l’Università La Sapienza di Roma in qualità di interprete per studenti sordi. E’ stata inoltre interprete personale di alcuni Presidenti dell’Ente Nazionale Sordi. In Parlamento è stata interprete personale dell’allora Presidente ENS Ida Collu. In occasione del Giubileo del 2000 ha tradotto in mondovisione l’intervento del Papa. Formatrice di interpreti in corsi organizzati da associazioni di categoria, è stata docente di tecniche di traduzione e di analisi comparativa.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Non mi sono mai posta questa domanda. Vivere con dei genitori sordi è stata la mia condizione naturale, il mio mondo, fino all’ingresso nell’adolescenza. Da quel momento le regole, i modelli e la cultura sorda nei quali mi ero riconosciuta, non valevano più. Ho sentito la dolorosa necessità di prendere le distanze da quel mondo e di sviluppare una mia identità. Mi trovavo a essere non più “sorda” e non ancora “udente”. Dopo un lungo periodo di ricerca, grazie soprattutto alla scelta di seguire un Percorso di crescita interiore, sono giunta alla scoperta di me stessa e di come superare la rabbia che avevo nei confronti del mondo dei sordi. Ho compreso inoltre quale sia stato il mio imprinting di sussistenza, la mia necessità primaria di tradurre in un canale visivo tutto il mio mondo interiore di bambina, di Coda. Una delle prime consapevolezze acquisite è stata quella di imparare a raccontare il mio mondo sordo all’interlocutore udente e la necessità di un contatto visivo per attivare il mio codice comunicativo. Un’altra scoperta di me, che devo a questo percorso, è stata quella di capire come entrare in relazione con gli udenti. Avevo la necessità di un contatto fisico, di un tocco sulla spalla per arrivare a “sentire” a livello sonoro la comunicazione che stavo ricevendo: una sorta di codice di accesso comunicativo. Posso affermare con serenità che questo Percorso, in una sorta di work in progress continuo, mi porta a cogliere e approfondire le specificità che caratterizzano le due comunità, a costruire finalmente un ponte tra il mondo dei sordi, quello degli udenti e me stessa. Una sorta di puzzle dove tutti i pezzi trovano una loro giusta collocazione, arrivando così a una riappacificazione tra il mio “essere sorda” e il mio “essere udente”. Ora mi rendo perfettamente conto che la vita mi ha dato una grossa opportunità. La Lingua dei Segni ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo della mia personalità.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Ho imparato spontaneamente la Lingua dei Segni fin da piccola. Osservavo i miei genitori segnare tra di loro o con i loro amici e cercavo di cogliere tutte le loro espressioni e la portata comunicativa che trasmettevano. Ero comunque immersa in un mondo udente. Inoltre, la nonna e una zia paterna, entrambe udenti, abitavano con noi.

3) Quali sono i primi segni che hai imparato?
Sicuramente il segno MAMMA e il segno PAPA’, le prime due parole significative nella vita di un bambino. La frequenza del Circolo dei sordi dell’Istituto Gualandi e l’osservazione dei sordi intenti a comunicare tra di loro, hanno fatto sì che completassi il mio processo di acquisizione della Lingua dei Segni. Solo in età adulta, avendo fatto una riflessione linguistica approfondita sulla Lingua dei Segni, sono arrivata alla comprensione profonda delle strutture linguistiche e delle regole che la caratterizzano. Grazie a questa riflessione metalinguistica posso affermare di essere perfettamente bilingue.

4) A scuola ti sei mai sentita diversa?
Direi di sì, soprattutto in occasione dei colloqui dei genitori con gli insegnanti. Percepivo un certo imbarazzo da parte dei docenti e io vivevo un senso di vergogna mista a rabbia.

5) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
La cultura sorda è dentro di me, mi appartiene. È un mio patrimonio in continua evoluzione. Apprezzo la grande forza di volontà di donne e uomini sordi che combattono per il giusto riconoscimento legale della Lingua dei Segni; la capacità di ingegnarsi per affrontare anche le situazioni più disparate, il grande senso di comunità e solidarietà che permea i rapporti tra di loro. Una diffusa dipendenza dal mondo degli udenti, che purtroppo vedo ancora in certi ambienti, è l’aspetto che mi piace meno. Penso che queste persone dovrebbero smettere di delegare all’udente le proprie scelte, recuperando una propria capacità all’autodeterminazione. Solo così i due mondi, quello sordo e quello udente, potranno finalmente incontrarsi.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Crescere perfettamente bilingue è stata un’opportunità fantastica e un grande aiuto quando ho scelto di svolgere la professione di interprete. In una relazione interpersonale mi porta a cogliere il sistema cinesico dell’intenzione comunicativa dell’interlocutore. Ciò è fondamentale per chi, come me, sceglie di fare questa professione. Di sicuro mi ha portato a sviluppare una buona memoria visiva e a strutturare un mio sistema di comunicazione che si attiva principalmente attraverso gli occhi. Grazie a questa opportunità ho sviluppato, direi quasi spontaneamente, l’attitudine alla comparazione linguistica, utilissima nelle tecniche di traduzione e interpretazione. Posso affermare che la Lingua dei Segni è quella che esprime al meglio il mio pensiero. Solo in un secondo momento devo necessariamente tradurre quello stesso pensiero in parole.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Il sabato pomeriggio, al circolo ricreativo, dove i miei genitori incontravano i loro amici sordi e io potevo giocare con gli altri bambini, sordi e udenti, figli di sordi. Lì mi sentivo “normale” perché tutti comunicavamo con la stessa lingua: la Lingua dei Segni.

8) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
La mia è stata una scelta consapevole: volevo diventare interprete e crescere professionalmente. Una sfida continua a trovare le strutture comunicative, il registro linguistico più adatto al contesto e realizzare quel passaggio transculturale dalla cultura udente a quella sorda e viceversa. D’altronde, essere interprete non significa soltanto possedere la padronanza della lingua che si traduce, bensì della cultura a essa legata. In effetti, nella lingua utilizzata (vocale o dei segni) troviamo spesso riferimenti ai proverbi, alle citazioni, ai modi di dire.

9) Come sei entrata a far parte del team di interpreti Rai?
Partecipando e superando una dura selezione. In questo ambito la vera formazione si acquisisce sul campo, affiancando un interprete senior e collaborando attivamente con la comunità sorda e i suoi ricercatori. Fondamentale è fare una comparazione linguistica che sia sempre più aderente alla Lingua dei Segni che, come tutte le lingue, evolve e si modifica costantemente.

10) Qual è il tuo motto?
Il mio Percorso di crescita interiore ha portato a fare mie queste convinzioni:
– nessuno è solo al mondo;
– nasco in una famiglia “opposta” per maturare un’esperienza di vita per me formativa;
– fondamentale è mantenere la consapevolezza di chi ero, chi sono e chi sarò.
Concludo affermando che per ogni problema ci sono tre soluzioni.

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Mother and Father Deaf Day 2020

Purtroppo in questo periodo alcuni di noi sono lontani dalle proprie famiglie d’origine a causa del coronavirus, ed è per questo che abbiamo deciso di inviare un video per i nostri genitori sordi per potergli augurare tutto il bene possibile, a loro che sono le nostre radici e il nostro cuore!!!

Mother Father Deaf Day

Oggi è la giornata mondiale dei genitori sordi, Mother – Father Deaf Day. Anche Coda Italia, come ogni anno, intende celebrare questo giorno augurando a tutti i nostri genitori ogni bene, nonostante le distanze fisiche, ma sempre vicini con il cuore ad ogniuno di loro!

Pubblicato da CODA Italia su Domenica 26 aprile 2020

Il Mother and Father Deaf Day è la festa dei Genitori Sordi istituita da CODA International – Children of Deaf Aduts, cade in tutto il mondo l’ultima domenica del mese di Aprile ed è un’occasione per omaggiare i nostri genitori sordi e ricordargli quanto gli vogliamo bene!
QUI trovate dei suggerimenti in inglese per festeggiarli!

Con l’occasione vi lasciamo anche le scorse edizioni:
2015201620172018 (più video) – 20192020 !!!

Un abbraccio a tutte le mamme e tutti i papà sordi!!!