Coda Italia

(Children of Deaf Adults), associazione di promozione sociale, figli udenti di genitori sordi

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista ad Assunta Galluzzi

Intervista ad Assunta Galluzzi di Michele Peretti – 25/04/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Assunta Galluzzi è figlia di genitori sordi. In famiglia ha una zia e un cugino anch’essi sordi. Ha lavorato per anni all’ENS di Salerno, presso altre sezioni Campane e anche per la sede nazionale. Attualmente ricopre la carica di presidente Anios Campania. Molti la conoscono come interprete istituzionale RAI. Questa professione le ha consentito di cimentarsi in svariati ambiti: politico, sociale, sanitario, religioso e artistico.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Il tempo mi ha resa consapevole di essere diversa ma non in senso negativo. Ho un vissuto sicuramente particolare, una sensibilità e un senso di responsabilità sviluppatisi troppo presto rispetto ai miei coetanei.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
L’esposizione all’italiano come lingua è stata difficile. Da piccola vivevamo con la nonna paterna che parlava solo in dialetto. L’italiano lo ascoltavo in TV e alla radio. Mi incuriosivano le parole nuove, ma non avevo ancora ben compreso che si dovesse utilizzare questa lingua per comunicare con gli “altri”. Ero ancora piccola, la mia era una comunicazione alternata e mista. A volte confondevo il canale comunicativo da utilizzare, usavo i segni anche con gli udenti, fin quando non ricevetti una ramanzina da una zia di mio padre. Da quel giorno non ho più voluto andare a trovarla, nonostante la buonissima torta che preparava appositamente per me.

3) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
Diventare interprete non è stata né una scelta e neanche senso del dovere. Mi è sempre risultato naturale accompagnare, spiegare, tradurre per i miei genitori e per i loro amici quello che ascoltavo quando ero con loro. Sono diventata interprete LIS senza nemmeno accorgermene.

4) Quale percorso formativo hai intrapreso per diventare interprete LIS?
Dopo un’adolescenza abbastanza tormentata cercavo di svincolarmi da responsabilità e doveri di figlia di sordi, intenta a trovare la mia libertà di spazio e di tempo. Tuttavia, verso la maggiore età, mio padre accettò di candidarsi per le elezioni amministrative. Un Sordo in politica, una vera novità per quei tempi. Sono rimasta al suo fianco, seguendolo per tutta la campagna elettorale. Alla fine mi ritrovai sul palco di Piazza Amendola della mia città a tradurre Bettino Craxi. Iniziai così questa avventura. Subito dopo ho collaborato con la sezione provinciale dell’ENS di Salerno, occupandomi di segretariato sociale, inizialmente come volontaria. Ho partecipato a una sanatoria dell’ENS Sede Centrale e ottenuto il primo attestato di interprete generico di Linguaggio Mimico Gestuale (LMG). Ho iniziato a seguire con interesse e curiosità il dibattito LIS/LMG e a confrontarmi con i pochi colleghi del mio territorio. Ho guardato alla Lingua dei Segni con una consapevolezza diversa che mi ha aiutata a comprendere anche il mio ruolo di interprete. I tempi nel frattempo sono maturati e ciò mi ha consentito di frequentare un corso di interprete LIS di 1200 ore nella mia città. L’unico sinora organizzato. Un vero colpo di fortuna.

5) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Innanzitutto appartengo a questa comunità e sento di esserne parte integrante. Sono orgogliosa di come affrontano le difficoltà del quotidiano nel silenzio. Apprezzo il coraggio e la caparbietà con i quali perseverano nel condurre la loro vita con quel pizzico di follia; le abilità manuali, la loro creatività e soprattutto l’allegria e la spensieratezza. Apprezzo meno il finto vittimismo per ottenere, senza l’impegno necessario, quello che altri invece raggiungono con studio e sacrificio.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
La mia personalità e il mio carattere si sono forgiati in questo ambiente. Sono aperta verso gli altri, non giudico e non discrimino. Ho molti limiti. Tuttavia mi sono autoregolata, a volte autoeducata e le decisioni che prendo sono sempre esageratamente analizzate. Mi fa star male il solo pensiero di ferire qualcuno, per cui prendo raramente posizioni.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Mi sovviene una fredda sera d’inverno. Avrò avuto circa dieci o dodici anni e alla TV trasmettevano un vecchio film. I miei erano a tavola e io sotto il televisore traducevo in segni. La storia si fece sempre più struggente. Le lacrime scesero sul mio e sul loro viso. Mio padre, visibilmente commosso, si alzò per passarmi un fazzoletto affinché potessi asciugarmi le lacrime e continuare a segnare.

8) Come pensi debba essere valutata la qualità degli interpreti?
La qualità degli interpreti viene valutata in ogni circostanza sia dal sordo che dallo stesso interprete in quanto ponte comunicativo. Soddisfare le esigenze di entrambi i soggetti della comunicazione, soprattutto nel servizio in trattativa, non è sempre scontato. In questo mestiere aggiornamento e studio sono le costanti per non trovarsi impreparati.

9) Interprete e Performer: due facce della stessa medaglia?
Entrambi condividono certamente un percorso inerente la conoscenza della lingua, mentre le tecniche interpretative sono completamente diverse. I performer devono possedere in più una certa sensibilità artistica e la capacità di trasmettere il messaggio al di là delle parole. Io stessa sono stata performer in esibizioni di piazza, traducendo canzoni classiche italiane e napoletane e riscuotendo il plauso dei sordi. L’ultima esperienza, quella del Festival di Sanremo LIS (che molti hanno seguito su Rai Play) l’ho dedicata a mia madre, grande sostenitrice di questo evento. Sono fiera di aver interpretato sia il mattatore Fiorello che il monologo di Roberto Benigni. In questa occasione ho ricevuto i più bei complimenti della mia carriera.

10) Qual è il tuo motto?
“Non sono gli uomini a tradire, ma i loro guai” di Vasco Rossi.

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Maria Civita di Mario

Intervista a Maria Civita Di Mario di Michele Peretti – 26/04/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Maria Civita Di Mario è nata e vive a Latina. I genitori sono entrambi sordi. Sua madre è diventata sorda entro l’anno di età a causa della meningite, mentre suo padre è diventato sordo intorno ai dieci mesi dopo aver contratto la malaria. Nata e cresciuta nel mondo dei sordi, ha affermato: “Solo alle scuole elementari ho preso coscienza che i miei genitori erano sordi e diversi dai genitori dei miei compagni”. Ha conseguito un primo diploma di interprete LIS a Roma e successivamente presso l’Ente Nazionale Sordi, Sede Centrale, dove è iscritta nel Registro Nazionale degli Interpreti. Nel 1999 ha conseguito il primo diploma di Interprete LIS riconosciuto a livello europeo. Dal 1996 collabora con la RAI in qualità di interprete in simultanea della Lingua dei Segni. Traduce le edizioni LIS del TG1, TG2, TG3, RAINEWS 24 e approfondimento delle ore 11 su RAINEWS 24 oltre ai discorsi di fine anno del Presidente della Repubblica, diversi dibattiti parlamentari dalla Camera e dal Senato della Repubblica, spot elettorali e discorsi del Presidente del Consiglio. È stata inoltre interprete presso l’ENS – Sede Centrale. In occasione della morte del Santo Padre Giovanni Paolo II ha tradotto i funerali in mondovisione. Formatrice di interpreti in corsi organizzati da associazioni di categoria, è stata docente di tecniche di traduzione e di analisi comparativa. Attualmente dipende da Rai Pubblica Utilità ed è anche docente di Teoria ai corsi di Lingua dei Segni. È iscritta all’ANIMU (Associazione Nazionale Interpreti di Lingua dei Segni Italiana).

1) Cosa significa per te essere CODA?
Non mi sono mai posta questa domanda quando ero piccola. Vivere con dei genitori sordi è stata la mia condizione naturale, il mio mondo. I miei genitori sordi erano il mio punto di riferimento. Circondata dal loro amore era naturale per me segnare con loro in LIS e parlare in italiano con i miei parenti, i miei nonni, i miei zii e i miei cugini, tutti udenti come me. L’essere bilingue senza averne cognizione di causa non mi pesava. Era la normalità segnare con i miei genitori e i loro amici sordi e parlare con i parenti, i vicini di casa, i compagni dell’asilo e delle elementari. In adolescenza le cose cominciarono a cambiare e molto. Da quel momento le regole, i modelli e la cultura sorda nei quali mi ero riconosciuta, non valevano più. Ho sentito la dolorosa necessità di prendere le distanze da quel mondo e di sviluppare una mia identità. Mi trovavo a essere non più “sorda” e non ancora “udente”. Intorno a me non c’erano altri ragazzi nella mia condizione, spesso mi sentivo sola e incompresa. Anche in quel periodo così delicato non negavo la sordità dei miei genitori, anzi, solo che preferivo non parlarne. Oppure se mi trovavo a fare la spesa con mia madre e qualcuno ci fissava, anche a bocca aperta, divertita rispondevo a tono che non è educato fissare le persone. Dopo un lungo periodo di ricerca, grazie soprattutto alla scelta di seguire un corso psicologico personale, sono giunta a una maggiore consapevolezza di me stessa, di quello che sono: una CODA, ma anche Maria Civita con i miei pregi e i miei difetti come tutti, udenti e sordi. Ho dovuto lavorare sulla mia rabbia interiore e accettare l’ignoranza, nel senso etimologico della parola, del mondo degli udenti verso i sordi e del mondo dei sordi verso gli udenti. Ho compreso inoltre, visto il mio imprinting, quanto sia vitale per me “comunicare visivamente”, tradurre in un canale visivo tutto il mio mondo interiore di bambina e di Coda. È essenziale come l’aria che respiro. Successivamente ho acquisito la consapevolezza di dover imparare a raccontare il mio mondo sordo all’interlocutore udente che poco o nulla sa del mondo dei sordi. All’inizio mi pesava raccontare sempre le stesse cose, ora non più. Ho cercato di capire, inoltre, come entrare in relazione con gli udenti. Il mio percorso interiore è ancora lungo, ma posso dire con tranquillità che io sono per mia natura CODA: un ponte tra il mondo dei sordi e quello degli udenti, un po’ sorda e un po’ udente. Sono felice di essere bilingue, di aver acquisito due lingue così belle, una parlata e scritta e l’altra visiva. Felice di far parte di due culture così diverse ma anche così simili. La vita mi ha dato una differenza rispetto agli altri ma anche una grande opportunità: la Lingua dei Segni Italiana che ha avuto e ha un ruolo importante nella mia vita.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Ricordo la preoccupazione dei miei genitori che io non parlassi bene in italiano e che mi isolassi troppo in quanto figlia unica. Questo perché mi vedevano solo segnare e non sentivano le mie prime parole; la conseguente decisione di iscrivermi fin da subito alla scuola materna per farmi socializzare con altri bambini udenti; l’infondatezza della loro preoccupazione perché tutti, maestra compresa, dicevano che ero una bimba allegra e fin troppo chiacchierona. Ho acquisito dunque spontaneamente e naturalmente la Lingua dei Segni Italiana con i miei genitori sordi e l’italiano con i miei parenti udenti. Osservavo i miei genitori segnare tra di loro o con i loro amici e cercavo di cogliere tutte le loro espressioni e la valenza comunicativa che trasmettevano. Ero comunque immersa in un mondo udente. Inoltre, quotidianamente stavo con mia nonna paterna. Tra i tanti racconti di mia nonna Velia sulla mia infanzia ce n’è uno che mi è particolarmente caro. La mia nonna paterna mi raccontava che spesso stava con me, giocavamo insieme, mi faceva compagnia e mi accudiva quando i miei genitori erano al lavoro. Con lei cantavo le prime canzoncine che si insegnano ai bambini e mi divertivo anche a segnarle in LIS. Non facevo i gesti che normalmente fanno gli altri bimbi udenti. Invece, quando io e mia cugina Silvia giocavamo alle principesse, mi veniva spontaneo parlare in italiano.

3) Quali sono i primi segni che hai imparato?
Sicuramente il segno MAMMA e il segno PAPA’, il segno CIAO come tutti i bimbi, udenti e sordi e il segno ASPETTA. La frequenza del Circolo dei sordi della Sezione ENS di Latina e l’osservazione dei sordi intenti a comunicare tra di loro, hanno fatto sì che completassi il mio processo di acquisizione della Lingua dei Segni. Solo in età adulta, avendo fatto un percorso di studi approfondito nei vari corsi LIS che ho frequentato, ho compreso le strutture linguistiche e le regole che caratterizzano questa lingua. Oggi posso affermare di essere perfettamente bilingue.

4) A scuola ti sei mai sentita diversa?
Alle elementari cominciavo a notare le differenze tra i miei genitori e i genitori degli altri miei compagni ma non ci facevo caso. Anzi, mi ostinavo a difendere i miei genitori anche sulle loro pronunce sbagliate delle parole “cinéma” e “frigoriféro”. Loro erano i miei genitori e non potevano sbagliare. Io stessa sbagliavo la pronuncia di alcune parole e quindi venivo derisa. Con il tempo pieno alla scuola elementare i miei incontri con la nonna diminuirono e vedendola solo i fine settimana mi raccontava che io un giorno le dissi, avrò avuto sì e no 8 anni:” Nonna non ti preoccupare per me, io ho capito che devo usare le mie mani per parlare con mamma e papà mentre con te e gli altri devo parlare… è normale!” Anche alle superiori, al Liceo classico, in occasione dei colloqui con i professori. Percepivo un certo imbarazzo da parte dei docenti e io vivevo un senso di vergogna mista a rabbia, inadeguatezza. Mio padre, invece, viveva la cosa con tranquillità e spiegava a suo modo ai miei professori che non essendoci all’epoca la figura dell’interprete LIS quella della mia presenza agli incontri era una necessità per lui. Facendo da ponte, gli permettevo di abbattere le barriere della comunicazione. Eppure non vivevo bene quelle situazioni perché ero troppo coinvolta anche emotivamente.

5) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
La cultura sorda è dentro di me fin nel profondo. È un mio patrimonio genetico imprescindibile ma che si evolve con la maturità. Apprezzo la grande forza di volontà, la caparbietà e la grande dedizione delle donne e degli uomini sordi che combattono, ancora oggi, per il giusto riconoscimento legale della Lingua dei Segni Italiana; la loro capacità di ingegnarsi per affrontare anche le situazioni più disparate, la capacità di resilienza di alcuni, il grande senso di comunità e solidarietà che permea i loro rapporti. Non amo molto la dipendenza dal mondo degli udenti, che purtroppo vedo ancora in certi ambienti. Penso che le persone sorde, in quanto cittadini a pieno titolo come gli udenti, debbano smettere di delegare all’udente le proprie scelte e recuperare la loro capacità di autodeterminazione affidandosi agli interpreti LIS unicamente per la traduzione. Solo così, scegliendo l’interprete LIS come ponte tra le due lingue e le due culture, il mondo dei sordi e quello degli udenti, potranno finalmente incontrarsi alla pari.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Crescere perfettamente bilingue è stata una grande ricchezza per me, come credo lo sia per tutti i bambini bilingui. Non importa se si parli di una lingua vocale, come l’italiano, o di una lingua dei segni, nel mio caso la LIS. Il bilinguismo è una ricchezza ed è stata una fantastica opportunità e un grande aiuto quando ho scelto di svolgere la professione di interprete. Sicuramente la LIS mi ha portato a sviluppare una buona memoria visiva e a strutturare un mio sistema di comunicazione che si attiva principalmente attraverso gli occhi e la visualizzazione mentale. Io spesso ragiono per immagini e quasi naturalmente ho questa attitudine alla comparazione linguistica. Mi capita, infatti, di processare mentalmente allo stesso modo anche quando devo parlare in inglese o in un’altra lingua straniera. Questa attitudine mi è utilissima nelle tecniche di traduzione e interpretazione, nel mio lavoro quotidiano. Tra l’italiano e la LIS posso dire che la Lingua dei Segni Italiana è quella che esprime al meglio il mio pensiero poi però quel pensiero o lo esprimo a parole o lo esprimo in segni a seconda dell’interlocutore che ho davanti.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Ricordo le feste o le riunioni al circolo dell’ENS di Latina. Lì la comunità sorda e i CODA si riunivano per condividere un momento di spensieratezza. Tutti insieme usavamo la LIS, giocavamo, chiacchieravamo e socializzavamo.

8) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
La mia all’inizio non è stata una scelta consapevole. Avevo appena finito la maturità al Liceo classico e valutavo a quale università iscrivermi. Ricordo che nell’estate del 1992 ero e mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua. Volevo iscrivermi a Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza e diventare la paladina dei diritti delle persone sorde. Tuttavia sentivo forte in me un conflitto, sentivo che il protagonista della lotta per la conquista dei diritti dei sordi non dovevo essere io, una CODA, bensì una persona sorda. Quindi, titubante cominciai ad aprirmi e a confidarmi con mio padre. Lui credo fosse consapevole del mio desiderio di conoscere il suo passato di bimbo sordo e di capire il suo dolore silenzioso e taciuto fino a quel momento. Così decise che l’indomani saremmo andati a Roma a vedere il suo Istituto: il Tommaso Silvestri. Ricordo un torrido pomeriggio d’estate quando io, mamma e papà ci recammo a via Nomentana, 56. Papà come vide tutte quelle scale cominciò a raccontare della sua infanzia e della sua vita in Istituto. Fino ad allora non lo aveva mai fatto forse perché non credeva fossi pronta a sopportare un carico di racconti così duro e particolare. Mi parlò della vita in convitto, delle attese per le festività che erano l’unico momento in cui poteva vedere e stare in famiglia, della fatica nel dover imparare a parlare, a leggere e a scrivere in italiano, delle tante stranezze dell’italiano scritto, dei metodi educativi alquanto rigidi dei religiosi dell’epoca. Il caso ha voluto che di lì a poco sarebbe partito il primo corso per Interpreti presso il Gruppo SILIS. Ricordo che Emanuela Cameracanna e gli altri sordi come anche i ricercatori del CNR presenti, vedendomi segnare, mi proposero di fare un colloquio in una stanza senza i miei genitori. Un po’ per gioco, un po’ per curiosità entrai e mi ritrovai inconsapevolmente a sostenere l’esame di ammissione al corso interpreti. Stiamo parlando del 1992, io non avevo alcuna consapevolezza dell’essere bilingue, del mio essere CODA o del fatto che quella che usavo fosse una vera lingua. In televisione solo Medicina 33 veniva tradotta in LIS, non c’era alcun telegiornale tradotto. Una volta conseguito il diploma come interprete, ero felicissima. I miei genitori erano fieri di me ma non credevano che quel lavoro mi avrebbe dato da vivere. Nel 1996 ho superato la selezione con la Rai e da lì ho cominciato a lavorare.

9) Come sei entrata a far parte del team di interpreti Rai?
A seguito di una dura selezione dove si richiede di tradurre in simultanea l’edizione di un telegiornale, con o senza aver letto le notizie in anticipo. Dopo cinque lunghissimi giorni arrivò la telefonata dalla Rai: ero stata presa. Bisogna dire che molto ho imparato lavorando sul campo, in televisione, come anche ai convegni e ai seminari del CNR. All’inizio ero affiancata da interpreti senior, poi con il tempo mi sono conquistata un mio ruolo lavorativo. Tuttavia ho continuato a collaborare con la comunità sorda e con i suoi ricercatori. Fondamentale è fare una comparazione linguistica che garantisca una certa aderenza al messaggio da veicolare. La LIS come la lingua italiana è una lingua viva che si evolve e si modifica continuamente. Questo è il bello del mio lavoro. Bisogna conoscere entrambe le lingue, entrambe le culture, tenersi sempre in costante aggiornamento sul lessico delle due lingue. Il mio pallino sono i neologismi dell’italiano e della LIS. Un esempio per tutti e molto attuale è il segno adottato per Coronavirus. Grazie ai social la comunità sorda mondiale ha stabilito in brevissimo tempo un segno unico e inequivocabile per identificare la malattia. Il mio lavoro è una sfida continua, anche nella ricerca del registro linguistico più adatto al contesto per realizzare il passaggio dalla cultura udente a quella sorda e viceversa. D’altronde, essere interprete non significa soltanto possedere la padronanza della lingua che si traduce ma anche della cultura a essa legata. In effetti, nella lingua utilizzata (vocale o dei segni) troviamo spesso riferimenti ai proverbi, alle citazioni, ai modi di dire.

10) Qual è il tuo motto?
Penso che proprio in questo momento triste per la presenza della pandemia da COVID-19 in tutto il mondo, ognuno di noi abbia fatto delle riflessioni personali. Molti sono in difficoltà economiche, sociali, tanti hanno subito un lutto o una perdita, si sentono soli e isolati in casa e guardano la televisione o utilizzano un social per aprirsi al mondo o per avere informazioni. Da figlia di sordi vorrei dire a tutti che:
– posso essere udente, sordo o CODA ma siamo tutti diversi l’uno dall’altro per qualcosa. Ognuno è diverso per le sue peculiarità e il bello del mondo e della vita risiede proprio nella sua diversità.
Come interprete:
-noi interpreti di Lingua dei Segni stiamo lavorando da casa o in presenza per svolgere il nostro lavoro al meglio e così facendo cerchiamo di abbattere le barriere della comunicazione. Affidatevi a professionisti e non a persone improvvisate perché se vi affidate a un professionista avrete la certezza che il vostro pensiero arrivi con una traduzione fedele ora e sempre. Grazie.

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Divertimento e Inclusione 2020

Divertimento e Inclusione 2020

Torneremo di nuovo ad abbracciarci, a stringerci le mani, a ridere e giocare insieme!
Vi aspettiamo a San Benedetto del Tronto dal 21 al 27 Giugno insieme a Sordapicena Sociale per un nuovo divertentissimo campo estivo per bambini sordi, udenti e… naturalmente CODA!

Aspettiamo l’evolversi dei decreti del governo per sapere se potremo stare insieme! Noi lo speriamo tanto!

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Rosanna Zanchetti

Intervista a Rosanna Zanchetti di Michele Peretti – 09/04/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Rosanna Zanchetti è nata e vive a Roma. I suoi genitori erano entrambi sordi. Nata e cresciuta nel mondo dei sordi, ha affermato: “Solo all’età di sei anni, all’uscita da scuola, ho preso coscienza che i miei genitori erano diversi dai genitori dei miei compagni”. Si è laureata in Storia della Filosofia, ha conseguito un primo diploma di interprete LIS a Roma e successivamente presso l’Ente Nazionale Sordomuti, Sede Centrale, dove è iscritta nel Registro Nazionale degli Interpreti. Nel 1999 ha conseguito il primo diploma di Interprete LIS riconosciuto a livello europeo. Dal 1996 collabora con la RAI in qualità di interprete in simultanea della Lingua dei Segni. Traduce le edizioni LIS del TG1, TG2, TG3 e RAINEWS24 oltre ai discorsi di fine anno del Presidente della Repubblica, diversi dibattiti parlamentari e discorsi del Presidente del Consiglio. Ha collaborato con l’Università La Sapienza di Roma in qualità di interprete per studenti sordi. E’ stata inoltre interprete personale di alcuni Presidenti dell’Ente Nazionale Sordi. In Parlamento è stata interprete personale dell’allora Presidente ENS Ida Collu. In occasione del Giubileo del 2000 ha tradotto in mondovisione l’intervento del Papa. Formatrice di interpreti in corsi organizzati da associazioni di categoria, è stata docente di tecniche di traduzione e di analisi comparativa.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Non mi sono mai posta questa domanda. Vivere con dei genitori sordi è stata la mia condizione naturale, il mio mondo, fino all’ingresso nell’adolescenza. Da quel momento le regole, i modelli e la cultura sorda nei quali mi ero riconosciuta, non valevano più. Ho sentito la dolorosa necessità di prendere le distanze da quel mondo e di sviluppare una mia identità. Mi trovavo a essere non più “sorda” e non ancora “udente”. Dopo un lungo periodo di ricerca, grazie soprattutto alla scelta di seguire un Percorso di crescita interiore, sono giunta alla scoperta di me stessa e di come superare la rabbia che avevo nei confronti del mondo dei sordi. Ho compreso inoltre quale sia stato il mio imprinting di sussistenza, la mia necessità primaria di tradurre in un canale visivo tutto il mio mondo interiore di bambina, di Coda. Una delle prime consapevolezze acquisite è stata quella di imparare a raccontare il mio mondo sordo all’interlocutore udente e la necessità di un contatto visivo per attivare il mio codice comunicativo. Un’altra scoperta di me, che devo a questo percorso, è stata quella di capire come entrare in relazione con gli udenti. Avevo la necessità di un contatto fisico, di un tocco sulla spalla per arrivare a “sentire” a livello sonoro la comunicazione che stavo ricevendo: una sorta di codice di accesso comunicativo. Posso affermare con serenità che questo Percorso, in una sorta di work in progress continuo, mi porta a cogliere e approfondire le specificità che caratterizzano le due comunità, a costruire finalmente un ponte tra il mondo dei sordi, quello degli udenti e me stessa. Una sorta di puzzle dove tutti i pezzi trovano una loro giusta collocazione, arrivando così a una riappacificazione tra il mio “essere sorda” e il mio “essere udente”. Ora mi rendo perfettamente conto che la vita mi ha dato una grossa opportunità. La Lingua dei Segni ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo della mia personalità.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Ho imparato spontaneamente la Lingua dei Segni fin da piccola. Osservavo i miei genitori segnare tra di loro o con i loro amici e cercavo di cogliere tutte le loro espressioni e la portata comunicativa che trasmettevano. Ero comunque immersa in un mondo udente. Inoltre, la nonna e una zia paterna, entrambe udenti, abitavano con noi.

3) Quali sono i primi segni che hai imparato?
Sicuramente il segno MAMMA e il segno PAPA’, le prime due parole significative nella vita di un bambino. La frequenza del Circolo dei sordi dell’Istituto Gualandi e l’osservazione dei sordi intenti a comunicare tra di loro, hanno fatto sì che completassi il mio processo di acquisizione della Lingua dei Segni. Solo in età adulta, avendo fatto una riflessione linguistica approfondita sulla Lingua dei Segni, sono arrivata alla comprensione profonda delle strutture linguistiche e delle regole che la caratterizzano. Grazie a questa riflessione metalinguistica posso affermare di essere perfettamente bilingue.

4) A scuola ti sei mai sentita diversa?
Direi di sì, soprattutto in occasione dei colloqui dei genitori con gli insegnanti. Percepivo un certo imbarazzo da parte dei docenti e io vivevo un senso di vergogna mista a rabbia.

5) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
La cultura sorda è dentro di me, mi appartiene. È un mio patrimonio in continua evoluzione. Apprezzo la grande forza di volontà di donne e uomini sordi che combattono per il giusto riconoscimento legale della Lingua dei Segni; la capacità di ingegnarsi per affrontare anche le situazioni più disparate, il grande senso di comunità e solidarietà che permea i rapporti tra di loro. Una diffusa dipendenza dal mondo degli udenti, che purtroppo vedo ancora in certi ambienti, è l’aspetto che mi piace meno. Penso che queste persone dovrebbero smettere di delegare all’udente le proprie scelte, recuperando una propria capacità all’autodeterminazione. Solo così i due mondi, quello sordo e quello udente, potranno finalmente incontrarsi.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Crescere perfettamente bilingue è stata un’opportunità fantastica e un grande aiuto quando ho scelto di svolgere la professione di interprete. In una relazione interpersonale mi porta a cogliere il sistema cinesico dell’intenzione comunicativa dell’interlocutore. Ciò è fondamentale per chi, come me, sceglie di fare questa professione. Di sicuro mi ha portato a sviluppare una buona memoria visiva e a strutturare un mio sistema di comunicazione che si attiva principalmente attraverso gli occhi. Grazie a questa opportunità ho sviluppato, direi quasi spontaneamente, l’attitudine alla comparazione linguistica, utilissima nelle tecniche di traduzione e interpretazione. Posso affermare che la Lingua dei Segni è quella che esprime al meglio il mio pensiero. Solo in un secondo momento devo necessariamente tradurre quello stesso pensiero in parole.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Il sabato pomeriggio, al circolo ricreativo, dove i miei genitori incontravano i loro amici sordi e io potevo giocare con gli altri bambini, sordi e udenti, figli di sordi. Lì mi sentivo “normale” perché tutti comunicavamo con la stessa lingua: la Lingua dei Segni.

8) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
La mia è stata una scelta consapevole: volevo diventare interprete e crescere professionalmente. Una sfida continua a trovare le strutture comunicative, il registro linguistico più adatto al contesto e realizzare quel passaggio transculturale dalla cultura udente a quella sorda e viceversa. D’altronde, essere interprete non significa soltanto possedere la padronanza della lingua che si traduce, bensì della cultura a essa legata. In effetti, nella lingua utilizzata (vocale o dei segni) troviamo spesso riferimenti ai proverbi, alle citazioni, ai modi di dire.

9) Come sei entrata a far parte del team di interpreti Rai?
Partecipando e superando una dura selezione. In questo ambito la vera formazione si acquisisce sul campo, affiancando un interprete senior e collaborando attivamente con la comunità sorda e i suoi ricercatori. Fondamentale è fare una comparazione linguistica che sia sempre più aderente alla Lingua dei Segni che, come tutte le lingue, evolve e si modifica costantemente.

10) Qual è il tuo motto?
Il mio Percorso di crescita interiore ha portato a fare mie queste convinzioni:
– nessuno è solo al mondo;
– nasco in una famiglia “opposta” per maturare un’esperienza di vita per me formativa;
– fondamentale è mantenere la consapevolezza di chi ero, chi sono e chi sarò.
Concludo affermando che per ogni problema ci sono tre soluzioni.

26 Aprile 2020
di Michela Moschillo
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Mother and Father Deaf Day 2020

Purtroppo in questo periodo alcuni di noi sono lontani dalle proprie famiglie d’origine a causa del coronavirus, ed è per questo che abbiamo deciso di inviare un video per i nostri genitori sordi per potergli augurare tutto il bene possibile, a loro che sono le nostre radici e il nostro cuore!!!

Mother Father Deaf Day

Oggi è la giornata mondiale dei genitori sordi, Mother – Father Deaf Day. Anche Coda Italia, come ogni anno, intende celebrare questo giorno augurando a tutti i nostri genitori ogni bene, nonostante le distanze fisiche, ma sempre vicini con il cuore ad ogniuno di loro!

Pubblicato da CODA Italia su Domenica 26 aprile 2020

Il Mother and Father Deaf Day è la festa dei Genitori Sordi istituita da CODA International – Children of Deaf Aduts, cade in tutto il mondo l’ultima domenica del mese di Aprile ed è un’occasione per omaggiare i nostri genitori sordi e ricordargli quanto gli vogliamo bene!
QUI trovate dei suggerimenti in inglese per festeggiarli!

Con l’occasione vi lasciamo anche le scorse edizioni:
2015201620172018 (più video) – 20192020 !!!

Un abbraccio a tutte le mamme e tutti i papà sordi!!!

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Info Coronavirus

Vi raccomandiamo e vi preghiamo di seguire le indicazioni sempre da fonti ufficiali per evitare il rischio di diffondersi di false notizie, seguite siti seri come il Ministero della Salute e il Dipartimento della Protezione Civile, il sito del governo, il sito della vostra regione o comune, vi lasciamo alcuni link utili qui sotto.
http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus
Le domande frequentiAltre domande
Locandine chiare da diffondere
Protezione Civile, sito ufficiale con mappa aggiornata
Mappa del mondo

Su FB vi segnalamo due belle iniziative per la LIS e i sordi segnanti:
Dirette LIS TV da un’idea di Romina Rossi, interpreti volontari per tradurre in diretta trasmissioni televisive e video
– Nei commenti del post di Laura Santarelli, interpreti volontari per questi giorni di emergenza

Noi cercheremo video in LIS per chiarire queste importanti informazioni anche ai sordi segnanti, grazie a tutti coloro che si stanno occupando di divulgare questi video!
Vi ricordiamo che sulla pagina FB “Dipartimento della Protezione Civile” ogni giorno alle ore 18 ci sarà un’aggiornamento tutti i giorni e gli interventi saranno tradotti da un’interprete LIS.

Discorso del 9 Marzo 2020 di Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei Ministri
– Italia tutta “zona protetta” –
Coronavirus info

Da un'idea di Valentina De Matteis, si è proposta come interprete Romina Rossi, l'idea del riquadro originale è di Michela Moschillo, il lavoro di montaggio video è di Eleonora Di Vita e Valentina Di Vita, con spunti ed entusiasmo da parte di altri associati sul gruppo WhatsApp… Tutto questo per dire che anche in un momento di crisi, siamo ovviamente preoccupati, ma sappiamo essere propositivi e non smettiamo di pensare a come rendere accessibili informazioni importanti anche per i nostri genitori e amici sordi segnanti! L'unione fa la forza, siamo lontani ma vicini con il cuore! ❤️

Pubblicato da CODA Italia su Sabato 7 marzo 2020
Da un’idea di Valentina De Matteis, si è proposta come interprete Romina Rossi, l’idea del riquadro originale è di Michela Moschillo, il lavoro di montaggio video è di Eleonora Di Vita e Valentina Di Vita, con spunti ed entusiasmo da parte di altri associati sul gruppo WhatsApp…
Tutto questo per dire che anche in un momento di crisi, siamo ovviamente preoccupati, ma sappiamo essere propositivi e non smettiamo di pensare a come rendere accessibili informazioni importanti anche per i nostri genitori e amici sordi segnanti!
L’unione fa la forza, siamo lontani ma vicini con il cuore! 
❤️
informazioni dal Ministero della Salute, grazie a Laura Santarelli per la traduzione LIS
essere coda alessandra farris

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista ad Alessandra Farris

intervista a Alessandra Farris di Michele Peretti – 06/03/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Alessandra Farris è figlia di genitori sordi. Cofondatrice e Responsabile Marketing di IntendiMe, ha studiato Lettere Classiche all’Università di Cagliari. Ha una decennale esperienza nella vendita, nella gestione e formazione del personale. In IntendiMe vede, insieme ai suoi soci, la possibilità di apportare un impatto importante e positivo nella vita delle persone sorde. L’intero team aspira alla creazione di un’impresa che rappresenti qualcosa di grandioso. Non soltanto per la soluzione in sé, ma per tutto quello che di bello è possibile costruire insieme, offrendo una possibilità di rivincita alle persone sorde in un mondo che talvolta le esclude e sottovaluta. Alessandra sogna un mondo veramente accessibile, inclusivo e senza barriere e ha tutta l’intenzione di dare il suo contributo per realizzarlo.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Per me essere CODA significa avere il privilegio di esplorare il mondo da due prospettive differenti, con lo sguardo rivolto verso la stessa direzione. Essere CODA significa anche crescere e imparare a parlare più in fretta nonché prendersi delle responsabilità che di certo i miei coetanei non avevano. Tutto questo ha fatto di me una persona tanto empatica e sensibile quanto combattiva. Amo e rispetto tutti gli esseri viventi nella loro unicità. Ho imparato che vale sempre la pena lottare per ottenere i propri diritti e che la diversità è ricchezza. Chi non la vede è prigioniero di una barriera mentale.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Sono cresciuta in una famiglia bilingue dove LIS e italiano viaggiavano di pari passo: ad ogni parola corrispondeva un segno e io i segni li capivo già nella culla. Segnare e parlare è stata per me una cosa naturale e scontata, direi. Ho cominciato a parlare davvero molto presto e a due anni avevo già capacità tali da parlare al telefono e prendere gli appuntamenti dal medico per i miei genitori. Chi stava dall’altra parte della cornetta mi diceva: “Sei solo una bambina, non puoi prendere gli appuntamenti”! E io rispondevo “Sì, sono una bambina ma i miei genitori sono sordi e al telefono non sentono, quindi lo faccio io per loro”.

3) Quali sono i primi segni che hai imparato?
Ho imparato e replicato subito i segni infantili come mamma, pappa, latte, papà, etc. sempre accompagnati dal vocale. Ma, a dire di mia madre, il mio segno preferito era “papà bello”: sono sempre stata innamorata di lui e l’ho dimostrato fin da subito! Pensandoci bene, i miei genitori hanno usato inconsapevolmente il metodo Baby Signs che è tanto in voga adesso, una scelta veramente azzeccata che mi ha permesso di acquisire rapidamente grandi capacità di comunicazione e interazione col mondo.

4) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri?
Io ero quella coi genitori strani, che parlavano con le mani. I miei compagni seguivano i loro movimenti con attenzione e li guardavano affascinati, mentre i loro genitori li squadravano con aria di sufficienza. Gli altri bambini mi domandavano perché mio padre parlasse in quel modo strano, con quell’accento così particolare e io rispondevo con grande sicurezza: “è americano”. Beh, ci hanno creduto per anni. Dopo la diffidenza iniziale tra bambini e genitori le barriere mentali quasi sempre cadevano. I miei compagni adoravano i miei genitori e li chiamavano zia Antonella e zio Raffaele, diventati per loro confidenti e consiglieri (perché i sordi sanno ascoltare con attenzione). Per quelli con cui ho mantenuto un rapporto di amicizia le cose non sono cambiate. Però non dimenticherò mai quei bambini, ivi compresi i miei vicini di casa, che mi prendevano in giro perché i miei genitori erano sordi e mia nonna che usciva di casa con la scopa per difendermi. Non scorderò mai nemmeno le mamme che, una volta conosciuta la mia e appurato che sapesse parlare in un italiano corretto (forse anche migliore del loro), dicevano alla maestra che i miei temi venivano scritti da lei. A dire il vero nell’italiano scritto non è poi così tanto brava come in quello parlato! Eppure io i temi li scrivevo anche a scuola, davanti alla maestra e ai miei compagni! Divertente, no? La verità è che, così come ho iniziato a parlare molto presto, ho iniziato a leggere e a scrivere altrettanto presto e tutto ciò che scrivevo era frutto della mia fantasia e della mia immensa curiosità, la stessa che già dai 6-7 anni mi portava a prendere in prestito dalla biblioteca libri come La Divina Commedia e I Promessi Sposi, seppur nell’edizione per bambini.

5) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
La cultura sorda mi piace tutta. I sordi hanno un modo tutto particolare di comunicare il proprio Io più profondo, così iconico e affascinante. Quando inizi a conoscerla e ad apprezzarla, non ne hai mai abbastanza. Sia che siano segnanti o meno, le capacità espressive dei sordi sono pazzesche: il volto, il movimento degli occhi, delle sopracciglia, delle mani e non solo… parlano, parlano tantissimo! E che dire dell’arte nelle sue varie declinazioni col cinema, il teatro, la pittura e la fotografia? Adoro quella particolare attenzione per i dettagli che spesso ci sfuggono e che solo un canale visivo più allenato di quello di chi si affida principalmente a quello uditivo riesce a esaltare. Non si può non amare tutta questa creatività! Cosa non mi piace, invece? Talvolta l’invidia che percepisco tra i sordi stessi, che si guardano l’un l’altro sentenziando sulle scelte altrui, soprattutto in merito al metodo linguistico-educativo e alla scelta dei dispositivi acustici all’ascolto. Questa mancanza di unità e di non accettazione delle scelte personali è una cosa che mi dispiace moltissimo, perché io credo davvero che insieme si possa ottenere molto di più, sempre nel pieno rispetto della libertà di scelta di ciascuno, senza giudicarla né ostacolarla. Ognuno ha il proprio bagaglio di esperienze e le proprie esigenze, ognuno aspetta di vedere riconosciuti i propri diritti e ogni conquista non deve mai rappresentare uno svantaggio per qualcun altro.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Come ho già raccontato, questo contesto ha accelerato lo sviluppo delle mie capacità comunicative e le ha amplificate in maniera notevole nella parola e nella scrittura, come anche nelle espressioni del viso e del corpo. I continui stimoli in due lingue mi hanno spinta a cercare di farmi capire bene e a interagire precocemente con le persone. Allo stesso tempo, mi hanno provocato un’insaziabile sete di sapere e hanno nutrito la mia curiosità e passione per le lingue e per tutto ciò che è nuovo e non ordinario. Credo che una sana convivenza tra lingua parlata e segnata, come è capitato a me, sia un’occasione di crescita e di sviluppo davvero preziosa. Tra le altre cose, il mio tipico atteggiamento da maestrina mi ha spinto fin da piccola a correggere gli errori di pronuncia e grammaticali commessi dai miei genitori, aiutandoli così a migliorare la loro produzione parlata e scritta. Diciamo che tra noi c’è sempre stato uno scambio reciproco di conoscenze di cui tutti abbiamo giovato.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Ricordo che in prima liceo non avevo un buon rapporto con la professoressa di italiano e latino, nonostante fossero le mie materie preferite (che poi, assieme al greco sono diventate le mie principali materie di studio universitario). Un giorno mia madre si recò a un colloquio con la professoressa. Quando le dichiarò di essere sorda e le chiese l’accortezza di parlarle in modo lento e chiaro, senza girarsi e coprirsi la bocca come stava facendo, la professoressa le rispose che era proprio scema come me. Chiaramente mia madre si sentì umiliata e offesa per sé e per la figlia, di cui conosceva invece le capacità, e lasciò la scuola in lacrime. Rientrata a casa scoprii l’accaduto e il giorno dopo lo denunciai al preside, che però si dimostrò disinteressato nel prendere provvedimenti. Così mi recai subito in segreteria e feci richiesta di ritiro per l’anno scolastico in corso. Nei mesi successivi studiai a casa da sola e sostenni l’esame da privatista superandolo brillantemente.

8) Com’è nata l’idea di IntendiMe?
Premetto che in quanto CODA ho sempre desiderato realizzare qualcosa che potesse aiutare i miei genitori e le altre persone sorde nella vita di tutti i giorni. IntendiMe è stata l’occasione per farlo. Il fatto divertente è che i miei genitori mi hanno sempre raccontato che, quando avevo appena due mesi, se qualcuno saliva le scale interne di casa io iniziavo a guardare verso l’alto per avvisarli del rumore, e verso i 5 mesi con le dita indicavo la porta: ero praticamente un campanello vivente! Successivamente questo “lavoro” è stato svolto dagli avvisatori luminosi e dal mio cane Pelè (che però col passare degli anni è diventato sordo pure lui!). Mi piace quindi pensare che mentre da piccola ero io il rilevatore sonoro dei miei genitori, da grande gliene ho creato uno vero! IntendiMe infatti è nata per caso durante un percorso universitario volto alla creazione di imprese innovative. Lì ho conosciuto quelli che sarebbero divenuti i miei futuri soci: Giorgia e Antonio. Dal nostro scambio di esperienze è nata l’idea di una soluzione che migliorasse la quotidianità delle persone sorde e insieme l’abbiamo sviluppata. Mai avrei pensato che la mia esperienza personale avrebbe potuto ispirare qualcosa di così bello, capace di trasformarsi addirittura in un’azienda. IntendiMe rappresenta l’incontro di tre teste, tre intelligenze e tre cuori che hanno modellato la propria vita in funzione di questo progetto e che ogni giorno lavorano con entusiasmo, nonostante le difficoltà che incontrano. Lo stesso entusiasmo che coinvolge noi fondatori ha contagiato col tempo le persone che collaborano con noi e che si sono innamorate del progetto e dei suoi valori: primo fra tutti Leonardo, ingegnere sordo che ormai da anni è entrato a far parte del team.

9) Che tipo di riscontro avete avuto dal pubblico sordo?
Tenendo conto del fatto che la soluzione creata da IntendiMe non è ancora sul mercato, non appena abbiamo reso pubblico il progetto, tantissime persone sorde di tutte le età e da ogni parte d’Italia, inclusi vari amici e familiari che vivono la sordità ogni giorno, hanno iniziato a contattarci per saperne di più e per entrare in possesso di KitMe. Siamo stati letteralmente travolti da un grandissimo entusiasmo e interesse. Non vediamo l’ora di soddisfare la loro paziente attesa che in fondo è anche la nostra!

10) Altri progetti in cantiere?
IntendiMe è già parecchio impegnativo, è un progetto enorme e la sua realizzazione è stata un percorso così tanto in salita che al solo pensiero di fare qualcos’altro ho un po’ paura. Scherzi a parte, desidero continuare a diffondere l’innovazione nel segno dell’accessibilità e dell’inclusione, veicolando messaggi positivi sulla sordità e sulle disabilità in generale. Per questo motivo stiamo costruendo un ambiente di lavoro inclusivo e paritario che comprenda personale sordo e udente capace di collaborare in equilibrio e nel pieno rispetto delle reciproche esperienze e professionalità. Questo è da sempre il nostro obiettivo e il perché del nostro impegno. Per noi le imprese devono generare valore non solo economico ma anche e soprattutto morale. È vero, abbiamo ancora un po’ di strada da fare, ma ogni giorno siamo sempre più vicini alla meta.

11) Qual è il tuo motto?
Sono una persona molto empatica verso il prossimo, credo molto nella collaborazione e nell’importanza dei piccoli gesti, perciò: “Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno”. Questo pensiero di Madre Teresa mi guida sia nella vita personale che lavorativa.

essere coda anna maria peruzzi

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Orgogliosamente CODA: Anna Maria Peruzzi si racconta

Intervista a Anna Maria Peruzzi di Michele Peretti – 04/03/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Anna Maria Peruzzi ha ottenuto il riconoscimento come interprete LIS dalla Regione Lazio nel 1983, quando ancora la Lingua dei Segni veniva considerata Linguaggio mimico gestuale, ottenendo così il primo attestato in Italia da una pubblica amministrazione. Dal 1962 al 1978 ha lavorato come segretaria di redazione per il giornale “La Settimana del Sordomuto” e segretaria del Presidente Nazionale dell’ENS, Dott. Vittorio Ieralla. Nel 1980, anno di inizio della ricerca sulla Lingua dei Segni in Italia, ha iniziato la collaborazione presso l’allora Istituto di Psicologia del Linguaggio e oggi Istituto delle Scienze e Tecnologie della Comunicazione del CNR, diretto dalla Dott.ssa Virginia Volterra. Interprete ufficiale del III° Simposio internazionale sulle lingue dei segni, tenutosi a Roma nel 1983, tappa fondamentale per la ricerca della Lingua dei Segni Italiana. Interprete personale di Oliver Sacks in occasione della sua visita in Italia. Consulente e interprete LIS per il film “Dove siete? Io sono qui” di Liliana Cavani. Nel 1993 diviene assistente e interprete personale dell’On. Bottini, primo sordo deputato eletto in parlamento. Per anni membro della Commissione esaminatrice ANIOS, di cui è stata anche vicepresidente nazionale e presidente regionale, più volte eletta nel Collegio dei Probiviri, carica che ricopre tuttora. Unica udente eletta presidente dell’Associazione Gruppo SILIS. Docente di corsi LIS e interpretariato, coordinatrice per i corsi di assistente alla comunicazione presso il gruppo Silis e la Sezione Provinciale ENS di Roma.

1) Cosa significa per te essere CODA?
La reputo una fortuna e sono orgogliosa dei miei genitori sordi che, con amore ma anche sacrifici, hanno saputo dare a me e ai miei fratelli una vita dignitosa. Sono cresciuta con dei sani principi che ho potuto trasmettere ai miei figli e spero anche ai miei nipoti. Sono nata subito dopo la guerra, in un’epoca in cui le persone sorde erano viste con diffidenza o compassione, nel migliore dei casi. Una curiosità particolare, direi quasi morbosa, si poteva leggere sui volti delle persone udenti quando incontravano due sordi intenti a comunicare tra loro. Essere CODA è per me una ricchezza intellettiva che nel tempo mi ha reso orgogliosamente bilingue.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Direi da subito. In casa con noi viveva mia nonna paterna udente e che ogni giorno mi raccontava le storie della sua vita. Così convivevo serenamente con le due lingue e il confronto tra queste non era mai una scelta forzata. Quando frequentavo la scuola dell’infanzia, non trovavo nessuna difficoltà a relazionarmi con i miei compagnetti udenti. Anzi per me era assai divertente e naturale padroneggiare due realtà comunicative.

3) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentita diversa dagli altri?
Diversa sì, ma in senso positivo. Provavo certo un po’ di imbarazzo durante il colloquio con i professori, quando dovevo tradurre per i miei genitori che pur essendo un’alunna diligente, dovevo studiare di più. In quel caso però suscitavo ammirazione nei professori, meravigliati per la mia facilità nel comunicare con una modalità a loro sconosciuta. Quando studiavo in casa con i compagni di scuola, mi divertivo a leggere lo stupore di chi non comprendeva il motivo di un campanello luminoso. Allora mi facevo grande, spiegando a tutti quella mia differenza così straordinaria. Mi sentivo speciale anche quando passando in gelateria, prendevo un gelato dicendo che avrebbe poi pagato mamma e la lattaia scriveva diligentemente su di un libro la muta deve lire… e io pronta ribattevo che doveva scrivere solamente il mio cognome. Quando i clienti di mio padre, nel suo negozio di sartoria, chiedevano se io sentissi o fossi sordomuta, lui con orgoglio mi parlava in italiano chiedendomi di riprodurre in mimica la parola che io prontamente eseguivo. Tutto questo mi faceva sentire speciale.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda?
Sicuramente udente. Mi piace ricordare quando nelle riunioni di lavoro la dottoressa Elena Pizzuto, nota ricercatrice del CNR, era solita ripetere sorridendo ad alcuni miei interventi, che avevo atteggiamenti più da sorda che da udente. La cosa curiosa è che nelle riunioni con persone sorde, le stesse mi dicevano: “sei pur sempre un’udente”. Tutto questo mi fa sorridere.

5) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Della cultura sorda apprezzo la testardaggine, la grande forza di volontà che li ha portati a raggiungere una certa emancipazione e qualità di vita. Oggi hanno finalmente gli strumenti con i quali rivendicare la loro identità di persone sorde. Molto lo devono tuttavia a uomini come papà Magarotto, Ieralla, Rubino, De Carlis, Menossi, Brocchi, Carli, Sebasti, Comitti, Verdirosi e tanti altri umili e sconosciuti gregari che hanno affrontato dure lotte in un periodo storico dove le parole solidarietà, istruzione, lavoro e vita sociale erano per i sordi pressoché sconosciute. L’aspetto che invece ho sempre amato meno è un’innata diffidenza dovuta alla paura di essere fraintesi o peggio raggirati e strumentalizzati.

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi?
No. Credo di poter affermare di aver solo anticipato la fase pinocchiesca che ognuno di noi vive: essere genitori dei nostri genitori. Così facendo ho acquisito una maturità tale da superare quegli ostacoli che la vita inevitabilmente ci riserva.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e Italiano)?
Sono cresciuta con un’attenzione particolare verso la diversità. Sin da piccola le due lingue mi appartenevano simultaneamente. Spesso mi è capitato di ricordare una parola attraverso il segno corrispondente. La mia memoria visiva ne usciva quindi rafforzata. Segnare mi ha poi dato modo di poter cogliere quei dettagli impercettibili ma comunque importanti di uno sguardo. Così ho potuto conoscere gli aspetti meno evidenti che le persone mostrano naturalmente, raffinando la mia percezione visiva.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Non uno, molti! Ad esempio la domenica mattina mio padre era solito lasciare aperto il negozio di sartoria che si riempiva di persone sorde. Quasi fosse una succursale del dopolavoro. Lì erano soliti affrontare ogni argomento, dalla politica al calcio, tutti con una stessa lingua. Avevano bisogno di confrontarsi sulla settimana trascorsa, scambiarsi informazioni, crescere insieme. Un altro episodio cui sono particolarmente legata è quando i miei genitori mi regalarono una radio. Volevano rendermi partecipe degli eventi esterni e farmi ascoltare la musica, un mondo a loro sconosciuto.

9) Diventare interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Più che vocazione direi senso del dovere, almeno agli inizi. Una sorta di protezione verso i miei genitori. Crescendo e acquisendo conoscenze, ho sperimentato giorno dopo giorno una professione in divenire. La stessa che ho scelto e di cui sono stata e sarò sempre orgogliosa.

10) Qual è il tuo motto?
“Se vuoi capire una persona, non ascoltare le sue parole, osserva il suo comportamento”. (A. Einstein)

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Comunicazione a “Chi l’ha visto?”

Egregio direttore,
in qualità di presidente dell’associazione CODA Italia (Children Of Deaf Adults) che rappresenta e riunisce i figli udenti di genitori sordi italiani e collabora con le associazioni equivalenti nel resto del mondo, le scrivo in merito alla puntata della trasmissione televisiva “Chi l’ha Visto?” andata in onda su Rai 3 il 19 febbraio 2020.
Con grande sorpresa e rammarico abbiamo dovuto assistere, impotenti, a un atto di gravissimo pregiudizio riferito alle persone sorde, in cui ci sentiamo direttamente coinvolti e a nostra volta offesi, in quanto figli.
Da sempre, siamo al fianco dei nostri genitori nel combattere stereotipi e pregiudizi riferiti alla loro disabilità e nel cercare di superare le numerose barriere del suono e della comunicazione, tanto più difficili da riconoscere, in quanto invisibili ai più. Viviamo in una società che fatica a vedere nella “diversità” una ricchezza e molti di noi, figli udenti, ne hanno a loro volta subito il pregiudizio.
Nello stesso modo gioiamo con i nostri genitori di ogni azione finalizzata all’inclusione e all’abbattimento di tali barriere, come è stato di recente la positiva esperienza del festival di Sanremo in LIS.
Siamo di conseguenza rimasti esterrefatti di fronte al silenzio della giornalista Sciarelli alle parole della sorella di Annamaria Sorrentino che stigmatizzava arbitrariamente tutti i sordi come violenti.
E’ per noi evidente che ella ha una conoscenza limitata della sordità e circoscritta al piccolo gruppo di persone sorde frequentate dalla sorella. Partecipiamo al suo dolore e confidiamo che le indagini della polizia possano fare chiarezza su quanto accaduto.
Nel contempo siamo rimasti turbati dalle immagini di violenza domestica, che avete trasmesso, e che coinvolgono una coppia di persone sorde, conoscenti di Annamaria, e la loro bambina che ne è stata spettatrice. Lo siamo di fronte a ogni manifestazione di violenza, senza eccezione alcuna!
Ma respingiamo con forza che la parola violenza sia accostata genericamente ai sordi e ai nostri contesti familiari! Siamo frutto dell’amore di persone sorde, che ci hanno accudito, cresciuto e accompagnato all’età adulta con la tenerezza e la sapienza di cui ogni bambino ha bisogno. Abbiamo fatto esperienza quotidiana di un’educazione al rispetto della diversità e del suo valore. Ne siamo fieri e grati.
Per tali ragioni riteniamo inaccettabile il silenzio della giornalista e il tacito consenso della tv pubblica e chiediamo che siano fatte esplicite e pubbliche scuse sia nella prossima puntata, sia sui vostri social che, postando i video in cui tali parole sono state pronunciate, hanno innescato e dato altresì spazio a commenti offensivi, ignoranti e ingiuriosi.
Altrettanto chiediamo sia specificato in modo chiaro e inequivocabile che quella violenza appartiene, fortunatamente, a un gruppo circoscritto di persone sorde (così come ad altri udenti) e che NON è la normalità dei nostri contesti familiari, dando voce alla nostra gratitudine, in quanto figli di genitori sordi, per tutto ciò che abbiamo ricevuto e che ci rende, ciascuno di noi in modo diverso, promotori di inclusione e rispetto nella nostra società, al fianco di quanti, sordi e udenti che siano, sono impegnati per lo stesso fine.
Siamo dunque fiduciosi che possiate recepire quanto da noi evidenziato e richiesto a beneficio di tutti.
Cordiali saluti

CODA ITALIA

“Mi scuso se c’è stato un equivoco, i sordi non sono persone violente, per noi la violenza è violenza non…

Pubblicato da Chi l'ha visto? su Mercoledì 26 febbraio 2020
*** Dopo la nostra lettera e altre lamentele la presentatrice della trasmissione si è scusata, la ringraziamo per la doverosa precisazione. ***

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Champion’s Camp 2020

Champion’s Camp, sport e integrazione: la vittoria più bella!


• Vi aspettiamo cari Codini alla VI edizione del Champions Camp, sia a Pievepelago (Mo) che a Lido degli Scacchi (Fe) per trascorrere quattro settimane all’insegna del divertimento con tante attività.
Per info scrivete a:
Asdgssreggioemilia@gmail.com e codaitaly@gmail.com
Vi aspettiamo!!! 😊🏔🏖
🏐🥎🏀 𝗜𝗦𝗖𝗥𝗜𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗔𝗣𝗘𝗥𝗧𝗘! 🏓🏉⚽

È con tanta emozione che vi comunichiamo l’apertura delle iscrizioni per la VI Edizione di 𝗖𝗵𝗮𝗺𝗽𝗶𝗼𝗻𝘀’ 𝗖𝗮𝗺𝗽, 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁 𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲: 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗽𝗶𝘂’ 𝗯𝗲𝗹𝗹𝗮! 😍👫👭👬
Le settimane di Multisport Camp sono suddivise, per fasce di età, in 4 settimane: due in montagna a Pievepelago (MO) e due al mare, a Lido degli Scacchi (FE).
➡️ È aperto a tutti i bambini e ragazzi sordi che vogliano provare nuove esperienze e specializzarsi in diversi sport, vivendo una vacanza indimenticabile in un contesto di piena integrazione!
‼️ 𝗡𝗢𝗩𝗜𝗧𝗔’: Borse di partecipazione #CampioniInsieme grazie al progetto “Campioni sordi, ieri oggi e domani” promosso da Fondazione Vodafone Italia e quote agevolate per i primi che si iscriveranno. Scrivici per saperne di più!
Non vediamo l’ora di passare un’altra estate insieme a voi! 😍💙
Per informazioni e iscrizioni:
✉️ asdgssreggioemilia@gmail.com
🌐 www.championscamp.it/sport-integrazione/