Coda Italia

(Children of Deaf Adults), associazione di promozione sociale, figli udenti di genitori sordi

21 Gennaio 2020
di Michela Moschillo
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Intervista a Millie Brother

Dall’11 al 14 Luglio 2019 siamo stati a Parigi in occasione della conferenza annuale e internazionale dei CODA provenienti da ogni parte del mondo! Abbiamo avuto l’opportunità d’intervistare la fondatrice di CODA International, Millie Brother, che ha risposto ad alcune nostre domande.
Cogliamo l’occasione per ringraziare le nostre interpreti Sonia Caimi e Paola Bonifazi che in quei giorni hanno lavorato tanto e ci hanno permesso di partecipare a tutti gli incontri di quei giorni indimenticabili!

1/5: Come è nata l’associazione CODA International?
2/5: Come hai pensato all’acronimo “CODA”?

Tornate prossimamente per le prossime parti dell’intervista!

12 Gennaio 2020
di Michela Moschillo
0 commenti

Essere CODA: intervista a Luca Falbo

Intervista a Luca Falbo di Michele Peretti – 11/01/2020 
Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Luca Falbo è nato nel 1985 a Milano da genitori sordi. Si è diplomato in informatica prima di iscriversi all’Università degli studi di Milano e laurearsi in comunicazione, approfondendo tematiche come la comunicazione non verbale. Da qui prende forma l’idea per la tesi: creare un laboratorio LIS in seno all’Università. Dopo la laurea ha effettivamente creato il laboratorio portandolo avanti per quasi tre anni, grazie anche al supporto del relatore. Prima della specialistica ha trascorso qualche mese a Bruxelles per intervistare più persone possibili e avere un quadro, a livello europeo, di come è vista la disabilità, quali erano gli interventi in atto e quali sarebbero state le previsioni di intervento future. Al rientro in Italia si è iscritto a Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha terminato il percorso accademico con una tesi sperimentale, una ricerca durata quasi un anno e mezzo sullo stato della sordità in età scolare a Milano. Infine ha iniziato un master in disability management e mondo del lavoro frequentando parallelamente il corso interpreti presso l’ENS di Brescia. Oggi lavora per AIAS Milano come educatore, formatore e assistente alla comunicazione. È co-fondatore di Associazione Culturale Fedora e 4Inclusion, due realtà che gli consentono di trovare soluzioni per trasformare disabilità in abilità, creare accessibilità, fare formazione, corsi di sensibilizzazione e creare opportunità e proposte culturali accessibili per ciechi, ipovedenti e sordi.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Essere CODA è aver provato sulla propria pelle cosa significa avere genitori sordi e vedere le difficoltà che affrontano quotidianamente. Non è qualcosa di prettamente correlato alla Lingua dei Segni. Utilizzare un’altra lingua costituisce solo una delle tante difficoltà. In fondo quello che rende i figli di sordi simili tra di loro è quella sensazione di trovarsi in una terra di mezzo. Noi capiamo i nostri genitori e le persone fuori dal nucleo familiare, ma queste ultime non capiscono i nostri genitori. Questo può sembrare irrilevante, ma a livello di sviluppo personale e nella formazione della propria identità non è così. Crescendo ci si rende conto che le difficoltà che si credevano comuni a tutti sono in realtà solo dei nostri genitori. Quando poi si realizza che le difficoltà esistono perché la società non sa come rispondere a un’esigenza di inclusione tutto viene stravolto. Allora un figlio si domanda: come mai io posso creare un ambiente comunicativo, relazionale e funzionale e gli altri no? C’è il rischio di diventare, in taluni casi, caregiver dei propri genitori. Per fortuna non è stato il mio caso, anche se ammetto che in qualche occasione mi sono ritrovato a esserlo. Sono convinto che essere CODA permetta l’acquisizione precoce di determinate competenze e capacità e una maggior empatia rispetto ad ambienti in cui la sordità non è presente.

2) Come e quando sei stato esposto all’italiano?
I miei nonni materni e i miei zii sono stati i primi a espormi all’italiano e poi ho proseguito andando a scuola. Dato che per me l’italiano costituiva la seconda lingua, a scuola non ero certo il migliore. Di fatti come spesso accade ai bilingui è necessario un certo lasso di tempo prima di capire come e quando usare correttamente entrambe le lingue. Mia nonna era una maestra e aveva pensato bene di darmi delle lezioni e di regalarmi dei libri per stimolare l’apprendimento della lingua italiana. Insieme a lei ho letto I Malavoglia, I Promessi Sposi, La Divina Commedia, Il vecchio e il mare e simili. Allora pensavo fosse un modo per torturarmi, in realtà a lei devo tantissimo e non potrò mai ringraziarla abbastanza.

3) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentito diverso dagli altri?
Qualche volta ammetto di essermi sentito diverso. Ad esempio quando non ero considerato bilingue come chi aveva un genitore inglese e uno italiano. Oppure quando i docenti mi trattavano in maniera diversa perché pensavano non riuscissi a raggiungere ottimi risultati a causa dei miei genitori sordi e segnanti. Eppure ai colloqui, in mancanza di un interprete, ero io a dover indossare le vesti del mediatore. Mi sono sempre sentito normale, mi sentivo diverso solo quando erano gli altri a etichettarmi in tal modo. Per me la LIS costituiva semplicemente un altro canale di comunicazione, nulla di più.

4) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Apprezzo la lingua che mi ha permesso di avere un canale privilegiato di comunicazione, di allargare la mia cerchia di amicizie, di acquisire competenze che altrimenti mi sarebbero state precluse. Apprezzo meno il fatto che talvolta non so bene dove collocarmi: tra gli udenti ho qualcosa che mi distingue (la LIS) ma tra i sordi, nonostante le mie competenze linguistiche e conoscenze culturali, sono considerato comunque udente. Qualche volta questa situazione diviene difficile e complessa da gestire, se consideriamo che ho scelto di lavorare con la LIS e con le persone sorde. Il fatto poi che la società abbia chiuso le porte alle persone sorde per anni e anni ha creato molto rancore e malumori.

5) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Gli studi dimostrano che l’uso di un canale comunicativo visivo-gestuale favorisce una maggiore flessibilità mentale, attenzione selettiva e consapevolezza dell’altro. Inoltre i bilingui bimodali sono in grado di usare entrambe le lingue (lingua vocale e lingua segnica) contemporaneamente, cosa che non accade nel bilinguismo unimodale. Molti hanno definito me, così come altri figli di sordi, un ponte tra due culture. Pensando a questo – rubando una battuta a un’amica – non mi sono mai sentito un ponte che è fisso, immobile, immutabile. Considerando l’esposizione a due lingue, essendo udente tra udenti e sordi e potendo comunicare con entrambi, non mi è mai capitato di sentirmi fermo né tantomeno immobile.

6) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Ci sono due episodi che racconto spesso. Nel primo ero in treno con mia mamma e stavamo tornando dalla Calabria. Eravamo seduti in uno scompartimento a sei posti insieme a due ragazzi. Io e mia madre stavamo segnando, quando a un certo punto il ragazzo ha detto alla ragazza: “stanno parlando con le mani” e la ragazza ha risposto: “sono sordomuti”. Io ho glissato sull’uso di “sordomuti” perché non mi sembrava il caso di intervenire. Il ragazzo mi ha però poi stupito dicendo: “che città è sordomuti?”. A quel punto prima di tradurre tutto l’episodio a mia mamma le avevo detto che le avrei riferito il tutto a patto che lei non avesse riso. Inutile dire che mia madre non era riuscita a rispettare la promessa: lo scambio di battute era troppo divertente. Nel secondo episodio eravamo in un negozio in Belgio. Al momento di pagare, il cassiere ci chiese se fossimo di lì o se io e i mei genitori stessimo usando la Lingua dei Segni del nostro Paese di origine. Stupito, perché poco abituato a questa attenzione, chiesi se conoscesse una Lingua dei Segni. Mi rispose di no, ma che in Belgio a scuola insegnano che esistono lingue parlate e segnate e che lì ce ne sono ben due riconosciute ufficialmente alla pari delle lingue vocali: il francese belga e il fiammingo. Questi due eventi lasciano spazio a molte riflessioni. La più importante che mi è venuta in mente è che in un paese civile non si nasconde un qualcosa di così importante come la Lingua dei Segni, non la si denigra né la si combatte, ma la si accetta in virtù di una libera scelta della persona. La lingua può rivelarsi una ricchezza, uno strumento di lavoro, un percorso terapeutico e molto di più.

7) Diventare Interprete LIS: scelta o senso del dovere?
Sicuramente una scelta. Ad oggi non sono ancora interprete, manca un mesetto all’esame. Tutto è iniziato quando sono andato a vivere da solo e ho quindi smesso di usare quotidianamente la LIS. Certo la usavo comunque ma non quanto prima. Questo mi ha spinto a intraprendere il mio personale percorso di studi sulla Lingua dei Segni e nonostante mi senta madrelingua ho imparato tantissimo. Ora che sono a un passo dal concludere il mio percorso, sono felice della scelta che ho fatto e ho ritrovato la mia identità a cavallo tra due lingue e due culture.

8) Assistenti alla Comunicazione in ATA: una prospettiva plausibile?
Lavorando molto nelle scuole ho capito che in Italia tutto è possibile ma è complicatissimo da implementare. Certo, spero che la figura dell’assistente alla comunicazione si diffonda, ma se gli studenti a scuola hanno massimo 10/12 ore di assistenza (salvo i casi di ricorso a un avvocato con tutto quello che implica) a cosa serve? L’assistente a scuola dovrebbe esserci per tutto il monte ore, in tutti i cicli di studio e non solo per lo studente. Il lavoro più grande si fa sull’ambiente. La persona sorda sa benissimo quali sono i suoi limiti, ma se la società continua a vedere la Lingua dei Segni come l’ennesimo problema faremo ben pochi passi avanti. La Lingua dei Segni è una ricchezza e coloro che si oppongono a questo combattono contro i mulini a vento. Mi spiace per loro, ma prima o poi la situazione cambierà anche in Italia.

9) Di cosa ti occupi in quanto Pedagogista?
Arrivare a essere pedagogista è stato per me l’apice di un lungo percorso e tutto quello che mi ha dato non me lo sarei mai aspettato. Ho massima libertà operativa, nel senso che non sono legato alla didattica ma posso utilizzarla per raggiungere gli obiettivi che ho fissato con i miei educandi. Lavoro principalmente sulle autonomie, in particolare sui disturbi legati alla comunicazione. Oltre a questo, l’essere pedagogista mi ha portato a essere formatore e per un certo periodo ho lavorato come docente universitario. Con il tempo ho aggiunto anche il ruolo di consulente in vari ambiti, non solo quello scolastico.

10) Perché hai scelto di formarti come esperto Ma.Vi.?
Inizialmente sono stato incuriosito da un gruppo di lavoro formato da M. Michela Sebastiani ed Emanuela Valenzano, rispettivamente una pedagogista e una linguista, entrambe interpreti LIS. Le due hanno ideato un nuovo protocollo di visualizzazione grafica, un metodo funzionale all’acquisizione di competenze di lettura, scrittura e comprensione. È stata una delle scelte migliori che abbia mai fatto. Posso dire di aver cominciato per curiosità e di aver proseguito perché è uno dei metodi migliori che io abbia mai sperimentato. Da quando ho preso il primo attestato ho infatti implementato i MA.VI. nei programmi che utilizzo con i miei educandi sordi e non solo. La formazione Ma.Vi. è stata inserita di recente sulla piattaforma Sofia del MIUR rivolta ai docenti. Un riconoscimento importante per le due ideatrici del metodo che hanno vissuto quotidianamente con le persone sorde nel periodo dello sviluppo.

11) Chi è il Disability Manager?
Il Disability Manager è una figura professionale che si è appena inserita nel panorama italiano. Le sue mansioni vanno dalla pianificazione, ricerca e selezione, inserimento e mantenimento in azienda, fino allo sviluppo professionale e organizzativo della persona e dell’azienda. Si occupa inoltre di formazione, analisi del lavoro e dell’azienda rispetto alle normative vigenti in tema di assunzione (articolo 14 o legge 68/99 ad esempio), valutazione del potenziale e adeguamento dell’ambiente di lavoro. Mi piace pensare che sia una di quelle figure capaci di dimostrare quanto le persone con disabilità non siano figure marginali della società o “ruote di scorta”. Con i giusti compromessi possono fungere da motore trainante alla pari di chiunque. C’è un potenziale inesplorato e speriamo che con questa nuova figura qualcosa cambi nella cultura comune. Credo sia il momento di smetterla di voltarsi per strada perché c’è una persona sulla sedia a rotelle o qualcuno che segna. Non considero i miei genitori disabili perché sordi, idem per tutte le persone sorde che conosco. La sordità diventa disabilità solo nella relazione con una società non inclusiva e che crea barriere più o meno consapevolmente. Ad esempio mettere sui mezzi pubblici il nome della fermata è un’accortezza che permetterebbe alla persona sorda di non necessitare di alcun supporto. Non elimino la condizione di sordità, bensì abbatto una barriera.

12) Qual è la mission dell’Associazione Culturale Fedora?
Anzitutto promuovere l’accessibilità in ambito culturale per persone con disabilità sensoriale, quindi ciechi, sordi e ipovedenti, sviluppando attività di sensibilizzazione e fornendo consulenza per lo sviluppo di attività accessibili e inclusive. Questo lo facciamo tramite l’organizzazione di eventi, come quello di dicembre 2019 “Ti invito a Fedora” o i corsi di sensibilizzazione alla LIS. La vera sfida è che tutto quello che produciamo deve essere accessibile per persone cieche/ipovedenti e/o sorde. Talvolta le strategie ottimali messe in campo in un caso possono essere una barriera nell’altro. Bisogna trovare compromessi e finora è sempre andata bene. Dopo il nostro primo evento, una mostra fotografica, è stato grandioso vedere mia mamma discutere dell’evento con una persona cieca. In quel momento ho realizzato che l’accessibilità era possibile e quel successo continua ad accompagnarci in tutte le nostre attività ed eventi. Un’emozione simile l’ho provata a dicembre vedendo i sordi sulle pedane sensoriali fruire di un concerto live, ballare, interagire con gli artisti, fare domande sulla musica.

13) Quale futuro per la LIS nell’era dell’impianto cocleare?
Ho sempre sentito dire che uno esclude l’altro, così come nel 1880 si diceva che “il gesto uccide la parola”. Baggianate! In tutto il resto del pianeta molte persone con IC usano una Lingua dei Segni, sono bilingui e non vedo perché non sia possibile anche qui. Oltre a questo la LIS non è la lingua esclusiva dei Sordi. Può essere un utile strumento di lavoro in molti altri ambiti e situazioni. Più se ne parla, più si usa e più sento che la LIS ha un futuro nonostante sia l’era dell’impianto cocleare.

14) Qual è il tuo motto?
Ne ho due. Il primo è di Samuel Beckett: “Prova ancora, sbaglia ancora, sbaglia meglio”. Il secondo è: “chi siamo non cambia mai, cosa siamo non smette mai di cambiare”. Quest’ultima frase non so di chi sia, eppure mia nonna me la ripeteva spesso.

5 Gennaio 2020
di Michela Moschillo
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Dall’integrazione alla relazione: dialogo tra sordi e udenti

È con grande piacere che condividiamo questo evento, “Dall’integrazione alla relazione – dialogo tra sordi e udenti“, nato da precedenti incontri (come potete leggere qui: http://www.codaitalia.org/2019/05/20/il-suono-dei-sensi/ ), continua la nostra collaborazione con Grande come una città.
Vi aspettiamo l’11 gennaio 2020 a Roma in via della Bufalotta 229.

Dall’integrazione alla relazione – Dialogo tra sordi e udenti

sabato 11 gennaio 2020
dalle 10:00 alle 12:00

Liceo Scientifico Nomentano
via della Bufalotta, 229
Sala Giovanni Falcone 1° piano

Il gruppo AccessibiLIS e il gruppo Musica di Grande come una città – un movimento di pedagogia pubblica nato negli spazi aperti del Terzo Municipio di Roma – organizzano una mattinata dedicata alla riflessione sui luoghi di incontro tra sordi e udenti. Il comune impegno politico, l’educazione, la lingua, la musica sono alcuni di questi luoghi. Spazi immateriali in cui il concetto di ‘integrazione’ cede il passo a un più variegato flusso di relazioni spesso sorprendente e inaspettato, e a volte contraddittorio.

Ci daranno il benvenuto Maria Concetta Romano e Christian Raimo, assessori alle Politiche Sociali e alla Cultura del Municipio III e Beatrice D’Aversa, presidente del Gruppo Silis – Onlus, grazie al quale due interpreti professionisti tradurranno in LIS e in italiano tutti gli interventi, sarà quindi garantito il servizio d’interpretariato LIS-italiano e italiano-LIS .

Monica Caretta parlerà della nascita del gruppo AccessibiLIS all’interno di Grande come una città e di come si possa immaginare una politica culturale nel Terzo Municipio aperta a sordi udenti…leggendo le labbra!

Viviana Rocchi e Isabella Pinto racconteranno l’esperienza dell’ISISS Magarotto Roma di via Nomentana, una scuola in cui l’integrazione si fa alla rovescia perché tutti i bambini e tutte le maestre parlano anche la lingua dei segni. Al tempo stesso, l’intervento si soffermerà sulle problematiche di un modello così controcorrente.

Ad Alessio Di Renzo e Virginia Volterra abbiamo chiesto invece di spiegare che cosa è la LIS, come, quando, perché si usa, e come le lingue parlate e le lingue segnate si incontrano, si intrecciano e si scontrano nell’esperienza concreta delle comunità sorde, nella vita personale e nella società.

Paola Innocente, Ruggero Piperno e Sabrina Zunnui introdurranno il corto Il suono dei sensi, tratto dal laboratorio musicale di Marco Testoni per bambine e bambini sordi e udenti, e la mostra fotografica Cosa mi dice la musica, da loro stessi curata: brevi interviste e scatti fotografici che narrano come la musica, la forma d’arte più legata all’udito, possa diventare spazio di gioco e di scambio tra sordi e udenti. Forse non tutti la pensano così, ma i bambini ne sono convinti!

Bambine e bambini sono benvenuti al Laboratorio di gioco e lettura tenuto in italiano e in LIS dall’Associazione CODA Italia – Children of Deaf Adults. Il laboratorio è aperto a un massimo di 15 partecipanti tra i 4 e gli 8 anni. Per iscrizioni e informazioni scrivere a: caretta.monica79@gmail.com specificando nome, età del bambino e contatti di riferimento del genitore.

L’evento è patrocinato dal Municipio III.
LA MOSTRA FOTOGRAFICA RESTERÀ ALLESTITA PRESSO LA BIBLIOTECA DEL LICEO SCIENTIFICO NOMENTANO FINO AL 31 GENNAIO 2020.

Viviana Rocchi è assistente alla comunicazione presso la Scuola Media Tommaso Silvestri e insegna LIS presso l’ISSR – Istituto Statale Per Sordi.

Isabella Pinto, già docente di discipline giuridiche ed economiche, dal 2012 è dirigente scolastico: prima all’Istituto Tecnico Faraday di Ostia e, dal 2015, all’Istituto Statale di Istruzione Specializzata per Sordi “Antonio Magarotto” di Roma, Padova e Torino. Dal 1992, l’Istituto ha aperto le porte agli alunni udenti realizzando un modello in base al quale l’integrazione e l’intercultura sono alla base del percorso di crescita formativo e personale degli alunni.

Alessio di Renzo è collaboratore tecnico del laboratorio LaCAM ISTC-CNR dell’ISTC-Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR. Dirige la cooperativa Il Treno, che offre attività ludiche ed educative in LIS e italiano, e insegna LIS e Linguistica della LIS presso il Gruppo Silis – Onlus. È autore con Volterra, Roccaforte e Fontana del volume Descrivere la Lingua dei segni italiana (Il Mulino 2019).

Virginia Volterra, dirigente di ricerca CNR, attualmente associata presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, ha coordinato progetti sull’acquisizione e lo sviluppo del linguaggio in condizioni tipiche e atipiche. Con le sue ricerche pionieristiche sulla LIS ha contribuito ad una più approfondita conoscenza e corretta diffusione di questa lingua.

Evento FB – Vi aspettiamo!

8 Dicembre 2019
di Michela Moschillo
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I SORDI E LA REALTÀ. STRATEGIE COMUNICATIVE ED EDUCATIVE

Resoconto del 7º incontro del ciclo di 9 seminari I SORDI E LA REALTÀ. STRATEGIE COMUNICATIVE ED EDUCATIVE.” organizzato dall’SP ENS Padova, ringraziamo per gli interessanti spunti Romilda Danesi e Rita Sala.

cronaca: http://padova.ens.it/images/cod_pro_138/07_cronaca.pdf

video intervista: https://youtu.be/2x4Ia6ZvAWY


“Autodeterminazione e rivalsa” 💪

galleria foto: http://padova.ens.it/i-sordi-e-la-societa-d-oggi-strategie-comunicative-ed-educative

intervista a Pietro Celo

8 Dicembre 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Pietro Celo

Intervista a Pietro Celo di Michele Peretti – 3/11/2019

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Pietro Celo, figlio di genitori sordi, è docente e interprete di Lingua dei Segni Italiana. Laureatosi in Lettere Moderne, ha conseguito un Dottorato di ricerca in Formazione e Comunicazione presso l’Università Bicocca di Milano. Attualmente insegna materie letterarie nella scuola secondaria e Lingua dei Segni Italiana presso il Dipartimento di Lingue e Letterature, Interpretazione e Traduzione (Campus di Forlì) dell’Università di Bologna.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Avere genitori sordi è stato un vantaggio. Da ragazzino ero una peste e nessuno poteva dirlo ai miei. A parte gli scherzi, essere figlio di persone sorde ti mette costantemente di fronte alla specifica diversità ontologica con i tuoi genitori: essere diverso nel profondo esistenziale. Questo è un dato di fatto e ogni figlio di sordi reagisce come meglio riesce. Io, di questa diversità, ne ho fatto la mia professione.

2) Come e quando sei stato esposto all’italiano?
Sono figlio unico e i miei genitori si sono trasferiti a Verbania appena prima che nascessi. I parenti erano e sono lontani. Il mio italiano è stato quello della mia mamma che mi parlava utilizzando termini che a distanza ho scoperto essere tutti suoi, per esempio:
Detescrivo: detersivo
Etna: antenna
Disonauro: dinosauro
Cucire a macchina: ovvero la macchina da cucire
Scioiattòlo: scoiattolo
Cartallumino: rotolo di carta argentata per avvolgere i cibi
Sciuma: mousse o schiuma di tonno per pranzo natalizio
Facebol: Facebook
Moscherino: moscerino
Briciòle: le briciole appunto. In questo senso tutte le sdrucciole diventano piane, pecòra e bambòla, albèro e giocattòlo.

3) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentito diverso dagli altri?
Quando sei diverso dai tuoi genitori sei sempre diverso da tutti. Per questo motivo solo tra figli di genitori sordi ci sentiamo simili. A scuola ero il figlio dei muti, nella Comunità sorda ero il figlio udente dei miei genitori. Solo con il mio lavoro e la mia professione mi sono emancipato da questa etichetta.

4) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
La Lingua dei Segni è il regalo che i miei genitori mi hanno fatto. Gliene sarò sempre grato. Questo è quello che più apprezzo della cultura sorda. Peccato che talvolta tra i sordi non ci sia spazio per noi udenti e che i CODA siano proprio quelli più esposti a critiche in quanto più vicini al loro modo di essere. Come ho ben compreso si tratta della differenza ontologica, del riconoscimento e disconoscimento dell’altro uguale e diverso da te. Nel caso dei CODA questo è più profondo e intenso.

5) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Una certa attenzione agli aspetti visivi, all’armonia del corpo e del gesto, alla simmetria dello spazio prossemico, una comprensione profonda delle espressioni facciali, dei dettagli cromatici e morfologici. Questo è quello che l’essere bilingue Italiano/LIS regala a una persona udente.

6) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
I ricordi dei CODA sono spesso simili. Sono storie di incomunicabilità e di frustrazione o di aiuto e di responsabilità. Ricordo che in un vecchio cinema di provincia, mio padre mi portò a vedere un cartone animato, Lilli e il Vagabondo, mi pare, e nella luce azzurrina del proiettore le volute di fumo sembravano draghi (si poteva ancora fumare in sala). Due signore nella fila dietro di noi commentavano quanto fossi sfortunato e misero mentre parlavo con mio padre con i segni. Glielo dissi e lui le apostrofò con il suo vocione roco da “sordomuto”. Fuggirono e io risi per una settimana.

7) Diventare Interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Sempre senso del dovere, almeno all’inizio. Poi passione e professione, impegno e sudore della fronte, serietà professionale e organizzazione del proprio lavoro, condivisione con i colleghi. La vocazione la lasciamo per le cose più spirituali.

8) Come si è evoluta nel tempo la figura dell’interprete LIS?
Con Valeria Buonomo ne abbiamo parlato a lungo nel volume “L’interprete di Lingua dei Segni Italiana” (Hoepli editore). Dall’interprete amico, di comunità, spesso un famigliare dei sordi o un insegnante dell’istituto per sordi, con una visione paternalistica e assistenziale del sordo, a un interprete strumento, macchina traduttrice, distante professionalmente e ahimé umanamente dalla comunità e dalla cultura dei sordi. Recentemente si sta imponendo la figura dell’interprete partecipante, o meglio dell’interprete alleato, che collabora e lavora professionalmente per l’emancipazione e le pari opportunità della comunità dei sordi e di conseguenza compie un atto di civiltà nei confronti di tutta la società. Questa ultima figura è quella che auspico e che vedo.

9) In quanto formatore di interpreti quali sono a tuo avviso gli aspetti su cui occorre insistere maggiormente?
Innanzi tutto è bene chiarire la differenza tra traduzione e interpretazione. Un aspetto che spesso non si tratta nei corsi. E poi direi che la parte di “liberazione” del corpo, delle espressioni, dei movimenti e il valore delle mani non sono ben valorizzati. Si pensa alla dizione, ma le persone udenti che studiano per diventare interpreti restano udenti, imparano un’altra lingua in una nuova modalità tridimensionale e corporea. Bisogna liberare il corpo dalle parole sonore.

10) Com’è stata la tua esperienza nella scuola di Cossato?
Bella ed entusiasmante. Sono stato consulente per il gruppo interpreti dal 1994 al 2016. Lavorare con i bambini è un atto di responsabilità che sottintende grande fatica e abnegazione. Io lavoravo con le colleghe, spero di essere stato utile per la loro crescita professionale.

11) In cosa consiste il metodo intramorfico?
Negli anni del mio dottorato presso l’Università Bicocca di Milano, con la collega Nicole Vian, abbiamo prodotto ben 7 libri della collana Guanti Rossi con le illustrazioni di Andrea Tarella, disegnatore di Milano. Il progetto, inizialmente finanziato dal Rotary Club di Gattinara, nasce dal tentativo di dare agli insegnanti della Scuola Inclusiva uno strumento snello ed efficace che si pone nell’ambito di quella che noi definiamo “didattica intramorfica”, ovvero l’avviamento alla letto-scrittura attraverso la differente forma e matericità dei sistemi simbolici: da una parte quello tridimensionale visivo della Lingua dei segni, dall’altra quello bidimensionale grafico della scrittura. Un processo graduale di trasformazione non solo del sistema di simboli ma anche della materia di cui quei simboli stessi sono composti. È un passaggio dalla Lingua dei Segni utilizzata in Italia all’Italiano segnato, alla dattilologia, alla scrittura, in un processo graduale di trasformazione della forma simbolica. Metodi e strumenti differenti, tra loro contigui, talvolta sovrapposti, che concorrono spesso in una sorta di Comunicazione Totale all’apprendimento della lettura e della scrittura. Si tratta di un libro inclusivo che vale sia per gli allievi sordi che per quelli udenti pur tenendo conto che tutto ciò che è strettamente legato alla pronuncia e al suono delle lettere è difficilmente comprensibile per un bambino sordo profondo. Coerente con l’impostazione intramorfica si è indicato un apprendimento globale della letto-scrittura, anche qui un approccio che vada progredendo dal generale al particolare, un approccio globale e non sillabico, visivo e non acustico. A metà di novembre il mio libro “Scrivere con le mani” (Erickson editore – Trento 2018) verrà premiato con il Premio Don Giulio Tarra, ricerche e studi per la sordità.

12) Quale futuro per la LIS nell’era digitale?
In Italia non esistono ancora corsi online strutturati per l’apprendimento della LIS. Credo che l’Associazione Guanti Rossi onlus di Milano farà partire a breve un progetto sul web. Per ora esiste solo la pagina Facebook dell’Associazione. Per il resto direi che il mondo visivo e virtuale permetteranno alla LIS di essere sempre più utilizzata su internet dagli udenti. È un trend inevitabile per salvaguardare la lingua e il suo patrimonio culturale che è anche della Comunità sorda.

13) Ritieni possa fare davvero la differenza formare gli interpreti LIS all’interno delle Università?
Dopo un periodo artigianale e legato alle scuole professionali, da almeno 15 anni la formazione degli interpreti ha avuto valenze accademiche. Naturalmente non è l’istituzione che fa la qualità della formazione bensì la qualità dei programmi e degli insegnanti.

14) Qual è il tuo motto?
Vivere consciamente.

intervista a Zena Vanacore

8 Dicembre 2019
di Michela Moschillo
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Zena Vanacore: l’amore è una cosa semplice

Intervista di Michele Peretti a Zena Vanacore (figlio di Concetta Grazioso, CODA e autrice del libro “Diversa figlia di diversi“, a noi molto cara) – 1/12/2019

“Perché se sei felice, ogni sorriso è oro”. T. Ferro

Zena Vanacore è nato il 30 Luglio 1992 a Maddaloni (in provincia di Caserta) e cresciuto a Napoli, città dove ha trascorso l’infanzia e a cui è legato visceralmente. Zena, figlio di una CODA, deve a sua madre la conoscenza della Lingua dei Segni Italiana che ha acquisito per esposizione diretta. Si è laureato in Infermieristica presso l’Università Federico II di Napoli con una tesi sperimentale dal titolo: “Approccio infermieristico al paziente sordo, stato dell’arte, problematiche, limiti e possibili soluzioni”. La sua tesi nasce dall’esigenza di mettere a frutto una particolare esperienza personale, umana, linguistica, culturale ed emotiva. Ha collaborato al progetto “LIS/Braille” dell’Ordine Professioni Sanitarie, traducendo testi in ambito sanitario. Attualmente è collaboratore dell’Associazione Insegniamo e della DILIS Onlus come docente accreditato HECM. Si occupa di formazione in corsi ECM (Educazione Continua in Medicina) rivolti ai professionisti sanitari circa l’approccio alla persona Sorda in ambito clinico e assistenziale in ogni suo aspetto. Lavora altresì come infermiere presso l’ospedale AORN e di Alta Specializzazione Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, nella UO di Pediatria e PS. Pediatrico.

1. Se dovessi descriverti con tre aggettivi, quali sceglieresti?
È astruso capirsi quanto descriversi. Posso provare a farlo cercando di restare nei tre aggettivi richiesti. Mi reputo una persona curiosa, empatica, tanto nostalgica quanto sognatrice, ma soprattutto logorroica.

2. Diversa figlia di diversi. Cosa ti lega a questo libro?
Diversa figlia di diversi è il libro autobiografico scritto da mia madre. Il primo testo in Italia dedicato all’esperienza dei CODA. Quando mia madre iniziò ad abbozzarlo, avevo circa 5 anni. Ricordo le passeggiate che facevo con lei attraversando il centro storico di Napoli. La mia infanzia l’ho trascorsa al fianco di mia madre tra L’ENS, la comunità sorda e l’attività di Evangelizzazione che svolgeva per le persone sorde interessate alle verità scritturali. Ricordo perfettamente che quando eravamo in giro usava scrivere su una piccola agendina tutto ciò che ci circondava, l’antico centro della nostra città (oggi profondamente mutato) che le ricordava la sua infanzia. Mi raccontava cosa significavano per lei quei luoghi, come li aveva vissuti quando aveva la mia età, che valenza avessero e quanto ci teneva che anch’io li vivessi prima che venissero modificati o ancor peggio deturpati e dimenticati. Oggi, quando passeggio per il centro di Napoli, mi riaffiorano alla mente le parole che mi diceva. Noto le differenze rispetto a un tempo, ‘percepisco’ le stesse sensazioni che provavo da bambino, la sento ancora accanto a me. “Diversa figlia di diversi” funge da testimone di come la comunità sorda veniva vista, come i CODA venivano considerati e di quanto hanno sofferto e lottato per il riconoscimento della Lingua dei Segni in Italia. È un mezzo per rivendicare l’esistenza del popolo sordo e della nostra lingua, quella dei Segni e di come il ‘normale’ possa condannare ineluttabilmente il ‘diverso’. Non è un semplice libro autobiografico, è parte della mia infanzia, è un’eredità, il ricordo non solo dei miei nonni, che purtroppo non ho mai conosciuto, ma di tutte quelle persone che mia madre ha incontrato nel corso della sua vita. Persone che, invece di diventare un vecchio ritornello che nessuno canta più, continuano a vivere attraverso le parole del libro.

3. Quanto c’è di tua madre in te?
Credo tanto. A volte mi rendo conto di avere quasi lo stesso temperamento, con i suoi pregi e difetti. Ma soprattutto la forza che ho oggi la devo a lei. Mi ha insegnato a cavarmela sempre, anche quando non ci sarebbe più stata. La sua perdita è stata qualcosa che ha segnato tutti. Ha lasciato un vuoto incolmabile. Oggi mi ritrovo a lavorare fianco a fianco con le stesse persone con cui ha collaborato mia madre. Certe volte noto negli occhi delle persone che mi circondano un accenno di commozione. I modi, i toni o lo sguardo che assumo rimandano a mia madre. Il mio obiettivo è portare avanti ciò che aveva cominciato e cercare di tenere alto il suo nome.

4. Quando ti sei avvicinato al mondo dei sordi e alla LIS?
Ero piccolo e mia madre per prima cosa mi insegnò la dattilologia. Ci teneva tanto, mi correggeva e soprattutto mi faceva allenare. Quando desideravo qualcosa, mia madre me la faceva segnare prima in dattilologia e dopo mi dava il segno. Se lo eseguivo correttamente, allora ricevevo il mio desiderato premio. Altrimenti dovevo sforzarmi fin quando non ci riuscivo. Ricordo ancora un episodio: aspettavamo un autobus che ci riportasse verso casa. Nei pressi della fermata c’era una cartoleria e vidi un timbro con un animaletto sopra. Mia madre mi disse: “se riesci a segnarlo prima che arrivi l’autobus, te lo compro”. Per me diventò una sfida a tempo, ma alla fine ci riuscii. Insegnarmi la LIS non è stato semplice. Mia madre era vittima degli stessi pregiudizi che hanno i genitori di bambini sordi, ovvero: “se gli insegni la Lingua dei Segni, diventerà muto e non parlerà più”. Oppure rivolgendosi a me: “non fare come mamma, non parlare anche tu come i muti”. Un’amica sorda di famiglia, “nonna Anna”, per paura che io potessi crescere in un mondo senza suoni, mi comprava qualunque tipo di giocattolo sonoro. Per me segnare era naturale, non capivo perché anche gli altri udenti non conoscessero la LIS e mi ci volle del tempo per accettarlo.

5. Cosa significa per te essere interprete LIS?
Significa innanzitutto aver raggiunto un primo traguardo, un inizio e non una fine. Vuol dire seguire le orme di mia madre e so che ne sarebbe fiera. Vorrei spiegarlo così: “un segno è semiotico se contiene determinati requisiti: l’esistenza di un piano del contenuto, di un piano dell’espressione e che qualcuno ponga in essere la relazione tra significato e significante. Tale persona viene chiamata “interprete”. Insomma, non è un lavoro semplice, è articolato ma in grado di darti tante soddisfazioni. Essere interprete ti sprona ad avere una cultura generale, è il desiderio di ricercare il senso delle parole, di andare oltre e di saperlo trasmettere, come quando traduco testi di canzoni sia italiane che straniere.

6. Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Non mi sono mai posto questa domanda. La comunità sorda al pari di quella udente è fatta di persone. Credo che ognuno abbia pregi e difetti. Sarebbe riduttivo etichettare un’intera comunità. Apprezzo il fatto di “sentirmi a casa”, di conoscere persone sorde, con la S maiuscola, in grado di dirmi direttamente, senza giri di parole, ciò che pensano in maniera oggettiva. Tuttavia a volte il poco tatto potrebbe rivelarsi la nota negativa che stona con il tutto. Trovo pesante il continuo senso di competizione, la cosiddetta “teoria del granchio”. La comunità sorda non è così “allargata” come quella udente. Ostilità e inimicizie si percepiscono in maniera lapalissiana e spesso una cattiveria, benché inventata di sana pianta, può passare di “segno in segno” in maniera assai rapida. Ciò che apprezzo è il modo in cui una persona sorda, soprattutto se legata te, ti chiede chiarimenti in modo diretto senza badare troppo alle chiacchiere. Quando i sordi si affezionano, sanno realmente volerti bene. Provano un bene profondo, pragmatico. Mi concedo una libera licenza per etichettare la comunità udente: loro “sentono” ma non percepiranno mai il mondo allo stesso modo di una persona sorda.

7. Perché hai scelto di diventare infermiere?
In realtà è stato un caso guidato dagli eventi. Lascio sempre che gli eventi mi trasportino e credo fortemente che ognuno di noi abbia una missione dettata da un volere supremo. Ho sempre vissuto una dicotomia interiore: una parte di me che spingeva verso l’ambito umanistico, che peraltro non ho mai abbandonato, l’altro verso quello scientifico. Tra i tanti desideri che avevo da bambino e in armonia con il percorso di studi liceali, mi sarei visto nell’ambito della medicina di laboratorio. Feci diversi test d’ ingresso, tra questi quello per le professioni sanitarie e, dovendo indicare diverse preferenze inserii il CdL in infermieristica. Inaspettatamente vinsi il concorso e da lì cominciai il percorso che mi fece innamorare di questo lavoro. È un mestiere in continua evoluzione e che vede l’infermiere non più come un mero esecutore o una delle tante figure tra le corsie di un reparto, bensì come ricercatore e formatore, un professionista in grado di rispondere con competenza ai bisogni di salute di qualunque persona. Da qui l’idea di fare qualcosa per la comunità sorda, di potermi dedicare sia all’aspetto scientifico che a quello umanistico. Esiste infatti una branca denominata Nursing transculturale che appunto descrive la figura dell’infermiere come il punto di snodo fondamentale dal quale non si dispensa solamente l’assistenza, la cura della persona e la sua educazione, ma anche la presa in carico in maniera olistica, prendendo in considerazione anche gli aspetti antropologici e culturali dell’individuo. Grazie a queste scelte, oggi posso ritenermi soddisfatto dei risultati raggiunti, delle collaborazioni, dei progetti intrapresi e portati a termine e di avere ancora tanti altri obiettivi da realizzare.

8. Che cos’è la DILIS ONLUS?
Una squadra, una famiglia, un progetto in cui credo fortemente. La DILIS Onlus è nata dalla mente geniale di Chiara Sideri che ha realizzato tutto con una forza d’animo strepitosa. La nostra mission è quella di sensibilizzare alla sordità a 360°. Occorre che tutti sappiano, in particolar modo i professionisti sanitari, che ogni sordo è uguale a sé stesso e che ognuno sceglie le modalità comunicative che gli sono più gradite. Formiamo operatori sensibili all’altro, all’alterità culturale, in modo da rispondere con competenza, metodo ed etica a quelli che sono i bisogni della persona. Ad esempio con le persone sorde segnanti la LIS è il mezzo di comunicazione imprescindibile con cui erogare l’assistenza e quindi dispensare salute. L’obiettivo è dare soluzioni attuabili. Ad oggi riceviamo tantissimi messaggi di ringraziamenti da parte dei nostri discenti. Ci danno dei feedback molto positivi su come mettono in pratica i nostri insegnamenti. Questo significa che ciò che facciamo funziona.

9. Qual è il tuo ruolo all’interno dell’Associazione?
Beh, dato il mio carattere da “meridionale”, sono la persona più folkloristica del gruppo. Scherzi a parte sono collaboratore DILIS da poco più di un anno. L‘incontro con Chiara è stato uno dei più piacevoli mai avuti nella mia vita. Abbiamo sentito un legame molto forte, un feeling non solo per quello che facevamo ma soprattutto nel nostro modo di ragionare. Inoltre condividiamo l’amore per la comunità sorda e per la nostra lingua. Da poco sono referente DILIS Onlus del Centro e Sud Italia.

10. Quali sono ad oggi i servizi offerti alle persone sorde in ambito sanitario?
Sono svariati i servizi offerti in ambito sanitario. La maggior parte si concentrano nel Nord Italia, eppure risultano sempre pochi, tenendo conto dei molti pregiudizi che ci sono non solo nella comunità udente, ma ancor di più in ambito sanitario, soprattutto quello medico. Credo che nel mentre venga riconosciuta la LIS, ci sia bisogno di abbattere tutti i pregiudizi alla base delle barriere alla comunicazione e il cosiddetto fenomeno dell’audismo, lo stesso fenomeno che porta a non accettare, da parte del personale sanitario, la figura dell’interprete LIS nel momento dell’accesso in un qualunque studio medico. Nella mia tesi ho affrontato anche l’aspetto della Prevenzione Sanitaria: molti Sordi omosessuali, ad esempio, non sanno quasi nulla degli Auto Test per l’HIV reperibili in farmacia, altri non sanno in che modo il virus dell’HIV venga trasmesso. Alcune donne sorde sanno poco o nulla dei mesi della prevenzione. Ecco, tutto questo non dovrebbe esserci. Noi della DILIS ci stiamo occupando anche di questo. Sono del parere che si debba fare di più e senza spirito competitivo. Non dobbiamo dimenticarci che al centro ci deve essere sempre il benessere della persona e non una medaglia al merito.

11. Ritieni che l’impianto cocleare possa rappresentare una minaccia per la LIS e/o viceversa?
Assolutamente no. Come già ribadito all’ultimo Convegno Nazionale Sulla Lingua dei Segni tenutosi a Roma lo scorso novembre, l’IC in quanto ausilio dovrebbe essere un inizio, non una fine. L’IC è un ausilio, un supporto. Una volta spento, si ritorna a essere sordi e quindi non è un mezzo miracoloso come viene spesso presentato. Da professionista sanitario mi sento di dover tradurre tale concetto non solo dal punto di vista linguistico e cognitivo, bensì anche dal punto di vista psicologico, passando infine a quello scientifico. Ad esempio, in ambito sanitario sarebbe auspicabile una collaborazione con un’équipe interdisciplinare volta a seguire il paziente in tutto il suo percorso. L’iter riguarda l’abilitazione al linguaggio, la consapevolezza della sordità non come fattore negativo e la corretta informazione circa le diverse modalità comunicative che possono essere scelte. In America si seguono delle linee guida nazionali redatte da un’ampia gamma di professionisti sanitari, educativi, sociali, amministrativi e politici che si occupano di sordità infantile. In Italia tali linee guida sono regionali, per lo più indirizzate all’oralismo, ma soprattutto, la sordità viene inquadrata in un’ottica molto negativa. La tecnologia sta facendo passi da giganti, questo è certo, ma la Lingua dei Segni non potrà mai morire. Non ci è riuscito nemmeno l’oralismo!

12. Qual è il tuo motto?
Non possiedo un unico motto, ce ne sono due o tre a cui tengo tanto e che spesso mi danno la forza di andare avanti. Il primo è: “Per aspera ad astra”, letteralmente “dalle vie aspre alle stelle” ed è quello che mia madre ripeteva spesso. Mi ricorda che per arrivare ai traguardi è necessario lavorare molto, mettersi d’impegno, aspettarsi sempre dei periodi no e accettarli perché fanno parte della vita.
Un altro motto è la scrittura Biblica 1 Corinzi 13:13 che mi capitò di leggere nel giorno in cui mia madre morì. Mi ricorda che l’amore è la più grande arma e la più grande difesa che abbiamo nei confronti del tempo e del mondo. Così come può essere l’amore di una madre. Qualunque cosa noi facciamo, se la facciamo con amore, possiamo essere sicuri che resterà. La scrittura recita: “Ora, comunque, rimangono fede, speranza, amore, queste tre [cose]; ma la più grande di queste è l’amore”.
L’ultimo, ma non per importanza, è un pensiero di mia madre: “Io ritengo che sia molto importante significare qualcosa nella vita, questo io penso, cioè andare oltre quelle che sono le apparenze, andare oltre quelle che sono le classificazioni sociali, bisogna significare qualcosa nella vita. Ma non si vive solo per sé stessi, si vive anche per gli altri, altrimenti la vita non ha senso”.

8 Dicembre 2019
di Michela Moschillo
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Marcello Cardarelli: il dialogo è la strada del mio vivere

Intervista a Marcello Cardarelli di Michele Peretti – 18/10/2019

Oggi ricorre il quinto anniversario dalla fondazione di CODA Italia, Associazione di Promozione sociale che si occupa di figli udenti di genitori sordi.

Marcello Cardarelli è interprete di Lingua dei Segni da oltre venti anni. Dal 2007 al 2016 è stato Presidente nazionale di ANIOS, Associazione Interpreti di Lingua dei Segni Italiana. Dal 2016 fino a settembre 2019 ha fatto parte del direttivo del Forum Europeo degli Interpreti di Lingua dei Segni (EFSLI). Docente di interpretariato in ambito giuridico e Storia dell’Interpretariato in Lingua dei Segni in vari corsi destinati a interpreti LIS.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Direi una fortuna e un’opportunità. Crescere con due lingue ti fa vedere la realtà in maniera diversa. Nel mio caso, ho imparato a osservare sempre le cose da più punti di vista. Mi ha portato inoltre a notare che le differenze emergono a seconda di come le guardi. Sicuramente si cresce prima e più in fretta. Sono anche figlio unico e questo forse accentua ancor di più la mia esperienza di vita.

2) Come e quando sei stato esposto all’italiano?
Ho vissuto i primi tre anni della mia vita con i miei genitori, poi ci siamo trasferiti a casa di mia nonna, udente. Posso dire di essere stato esposto sin da subito a entrambe le lingue. I miei genitori lavoravano e finché non sono andato all’asilo ho trascorso le mattine con mia nonna.

3) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentito diverso dagli altri?
A scuola la diversità la avverti. I genitori dei miei compagni di classe tendevano a fare amicizia e spesso, inevitabilmente, i miei rimanevano fuori da questi contesti. Anche ai colloqui con gli insegnanti spesso veniva mia nonna insieme ai miei genitori e, benché fosse giovane, era pur sempre una nonna. Ricordo il fastidio in alcune situazioni, quando ad esempio persone udenti si rivolgevano ai miei dandogli direttamente del “tu” e non del “lei” come avveniva per tutti gli altri. Poi sicuramente ci sono esperienze che noi facciamo prima di altri coetanei. Siamo coinvolti nelle problematiche degli adulti fin dalla nostra infanzia. Tuttavia, se consideriamo il lato positivo, da bambino e da adolescente ho viaggiato e preso parte a vacanze di gruppo che altri della mia età nemmeno si sognavano. Ho avuto inoltre la possibilità di stringere amicizie con ragazzi e ragazze, udenti e sordi, al di fuori del contesto scolastico, di quartiere e della mia stessa città.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sordo?
Sono udente. Non posso sentirmi sordo. Posso comprendere più di altri cosa significhi essere in una condizione di sordità. Conosco la comunità sorda e ho scelto di viverla in pieno, ma sono udente. Linguisticamente mi muovo su entrambe le lingue e sono esposto a entrambe le culture. È la mia storia personale a raccontarlo.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Intanto partiamo da un presupposto ben preciso: esiste una cultura sorda segnante in Italia, in Europa e nel mondo. Teatro, cinema, pittura, scultura, letteratura con tradizione orale, sia essa poesia o narrazione storica, tracciano l’identità culturale della comunità sorda. Io stesso ho avuto la fortuna di lavorare al doppiaggio di pièce teatrali della compagnia romana di Laboratorio Zero e addirittura di recitare in italiano e in LIS in una rappresentazione. Le tradizioni trasmesse oralmente sono parte delle comunità segnanti ma anche di molte piccole comunità udenti. Oggi abbiamo progetti come Sign-Lab che recupera i racconti delle persone sorde anziane e li cristallizza in forma di video. Questo è un modo di fare letteratura attraverso la tradizione orale. Esistono altresì manifestazioni come il CineDeaf che ci mostrano le potenzialità dei sordi a livello cinematografico. Ora in Italia siamo custodi di una consapevolezza e di un’attestazione culturale che prima non c’era. Come principio generale non mi piace definire positivamente o negativamente una cultura. Ci sono modi e tradizioni differenti di approcciare una determinata situazione. Dipende sempre da quale punto si guarda. Non si può definire una cultura giusta o sbagliata solo perché diversa o distante dalle nostre abitudini.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Un po’ quello che dicevo prima: vivere con due lingue, qualsiasi esse siano, vocali o segnate, offre una visione più ampia della vita e si è dunque più predisposti a esplorare nuove culture. Impari a vedere le cose da più punti di vista.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Ce ne sarebbero tanti di episodi dalla mia infanzia a oggi. Ma l’emozione di vedere mio padre raccontare la sua storia in un seminario o durante un’intervista a Sign-Lab è qualcosa di molto forte. Altrettanto emozionante è stato vedere dal palco del Concertone del primo maggio 500.000 persone che applaudivano scuotendo le mani come usano fare le persone sorde. Per questo devo ringraziare Daniele Silvestri, promotore dell’iniziativa, Renato Vicini, un grande collega e amico e i ragazzi sordi di Radio Kaos ItaLIS protagonisti di una bella operazione di integrazione.

8) Diventare Interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Né l’uno né l’altro alla fine dei conti. Fai un percorso un po’ perché ci cresci, un po’ perché vedi amici CODA più grandi che lo hanno intrapreso e inizi così un percorso simile. Ho cominciato questo viaggio a metà degli anni ’90, un periodo di grande fermento. Il corso interpreti organizzato dal Gruppo SILIS e a cui ho partecipato era soltanto alla seconda edizione. Eravamo proprio agli esordi. La fortuna è stata di vivere quegli anni all’Istituto per Sordi di via Nomentana, di formarmi e di crescere giorno dopo giorno con personalità del calibro di Virginia Volterra, Elena Pizzuto, Cristina Caselli, Paolo Rossini ed Emanuela Cameracanna. E poi aver lavorato per quasi due anni con Serena Corazza e Paolo Girardi al neodipartimento Falics (Formazione e aggiornamento sulla Lingua e Cultura dei Sordi) dell’ENS. Ero un semplice supporto per loro, ma ho imparato tantissimo.

9) In quanto formatore di interpreti ritieni che i CODA abbiano una predisposizione naturale a svolgere tale professione?
A mio parere i CODA non hanno una particolare predisposizione a essere interpreti LIS. Essere bilingue, in qualsiasi lingua, non significa essere interpreti. Il processo interpretativo presuppone conoscenze e tecniche da applicare di livello superiore. Inoltre bisogna considerare che lavoriamo con due lingue, l’italiano e la lingua segni, quindi è fondamentale imparare le tecniche e avere consapevolezza della deontologia. In una comunità piccola come quella dei sordi avere etica e deontologia è fondamentale. Inoltre è molto importante anche l’atteggiamento che si ha. All’interno della comunità sorda noi siamo sempre considerati interpreti, anche quando non stiamo lavorando. Diventa quindi un fattore rilevante anche il nostro comportamento. In alcuni contesti il rapporto fiduciario entra nel nostro lavoro e quindi i nostri comportamenti si riflettono in esso. Detto ciò ribadisco che essere CODA non è sempre un vantaggio. Abbiamo fior fior di interpreti professionisti che non sono figli di genitori sordi e sono molto più che bilingui.

10) Che cos’è EFSLI? Qual è la tua esperienza come membro del direttivo?
EFSLI è il Forum Europeo degli Interpreti di Lingua dei Segni. Riunisce le associazioni degli interpreti di Lingua dei Segni di tutta l’Europa. Nel corso dei nove anni in cui ho ricoperto il ruolo di presidente nazionale ANIOS, una delle due associazioni nazionali di categoria, nel 2011 abbiamo organizzato una Conferenza europea di interpreti di Lingua dei Segni a Salerno. In seguito ho avuto l’opportunità di entrare nel direttivo del Forum e quindi di poter conoscere le diverse realtà del nostro continente. L’obiettivo di EFSLI è quello di diffondere e sviluppare la professione di interprete di Lingua dei Segni in Europa, supportando le realtà nascenti nel mondo dell’interpretariato di Lingua dei Segni e favorendo lo scambio e il sostegno di realtà già consolidate.

11) Cosa apporterebbe agli interpreti professionisti un eventuale riconoscimento della LIS?
Credo che il vero salto di qualità nel lavoro degli interpreti LIS avverrebbe con un riconoscimento formale della professione. Definire il ruolo ed esplicitare chi è l’interprete LIS. Siamo all’inizio del terzo decennio del 2000 e ancora vediamo tanti praticoni che si improvvisano. La stessa legislazione italiana non aiuta quando definisce l’interprete “una persona capace di farsi intendere a segni e a gesti” o “una persona abituata a trattare” con la persona sorda. Sono leggi scritte nella prima metà del Novecento. È ora di apportare una profonda riforma. Nel tempo ci sono stati vari tentativi di riordino della categoria a partire dalla prima proposta di legge del 1994 fino a quelle attuali. Il Parlamento europeo nella risoluzione del 2016 sulle Lingue dei Segni dedica i primi due articoli agli interpreti professionisti. Il comitato delle Nazioni Unite sulla convenzione per le persone con disabilità ha richiamato per ben due volte l’Italia alla necessità di interpreti professionali. Questo per dire che il riconoscimento della LIS è un passo fondamentale, ma deve avere un impatto pratico nella vita quotidiana delle persone sorde, con servizi accessibili e interpreti preparati al compito al quale vengono chiamati. In mancanza di tutto ciò si rischia un riconoscimento formale ma senza effetti reali. È un lavoro bellissimo, ma di una delicatezza e di una importanza estrema, con conseguenze che ricadono spesso sulla vita delle persone udenti e sorde. Noi siamo interpreti di due lingue, la Lingua dei Segni e l’italiano, per le persone sorde e per le persone che sentono. Per carità, anche noi siamo umani e possiamo sbagliare come accade in qualsiasi altro lavoro, ma commettere un errore è una cosa, non avere gli strumenti è un’altra. Mi auguro inoltre di vedere al più presto anche in Italia una formazione a livello universitario.

12) Qual è il tuo motto?
Ho imparato da mio padre la mediazione, la diplomazia, la capacità di individuare l’essenza delle cose sempre con un certo garbo. Chi ha avuto modo di conoscerlo, sa di cosa parlo. Il mio motto l’ho coniato più di venti anni fa e credo che derivi da tutto questo, oltre che dal mio essere interprete: “Il dialogo è la strada del mio vivere”.

Moira Sbriccoli

8 Dicembre 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Moira Sbriccoli

Intervista a Moira Sbriccoli di Michele Peretti – 24/09/2019

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Moira Sbriccoli vive a Roma dove lavora come Interprete e Performer di Lingua dei Segni Italiana. Ha conseguito altresì il titolo di Assistente alla Comunicazione.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Essere coda significa avere qualcosa in più degli altri. Mi sento ricca interiormente, ho avuto la possibilità di apprendere due culture differenti tra loro e questo mi ha dato la possibilità di guardare al mondo e alle persone con occhi diversi, ma soprattutto con una sensibilità che oggi è appannaggio di pochi.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Sono stata esposta all’italiano fin da subito perché la mia nonna paterna è vissuta con noi. Lei era udente e quindi in casa praticavo due lingue: la LIS con i miei genitori e l’italiano con la mia dolcissima nonna.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri?
Assolutamente sì. Io ho frequentato le scuole pubbliche ma nella mia classe mi sentivo fuori luogo non per i compagni ma perché mi sentivo estranea io in quel contesto. Stavo bene solo quando andavo con i miei genitori ai circoli dove c’erano CODA come me o bambini sordi. Forse perché sentivo che sia le maestre che i miei compagni non avrebbero mai potuto capirmi fino in fondo.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda?
So che magari le persone non capiranno ma mi sento molto più vicina alla cultura sorda che a quella udente.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
La cultura sorda mi ha dato la possibilità di guardare il mondo in profondità. Percepisco in maniera molto intensa ciò che accade intorno a me. Della cultura udente apprezzo il fatto di riuscire a cogliere le sfumature della vita e non solo il bianco o il nero.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Direi un’elasticità mentale che mi consente di andare oltre e di accettare le varie situazioni che si presentano nella vita.

7) Diventare Assistente alla Comunicazione e/o Interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Bella domanda! Non saprei. Io ho seguito entrambi i corsi ma poi mi sono orientata soprattutto verso l’interpretariato. Forse perché da quando sono nata faccio da interprete ai miei genitori e ai miei familiari.

8) Ritieni che i CODA abbiano una predisposizione maggiore all’interpretariato IT>LIS>IT?
Sulla base della mia esperienza direi di sì perché conoscono benissimo la cultura sorda.

9) Qual è il tuo motto?
Vivi e lascia vivere.

Ilaria Galbusera

8 Dicembre 2019
di Michela Moschillo
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Ilaria Galbusera: la sordità è una meravigliosa opportunità

Intervista a Ilaria Galbusera di Michele Peretti – 23/09/2019

“Siamo nati per vivere insieme, non separati l’uno dall’altro. Si è gratificati personalmente se si combatte per superare le difficoltà e sconfiggere i pregiudizi.” (Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica)

Ilaria Galbusera, Capitano della Nazionale Pallavolo FSSI (Federazione Sport Sordi d’Italia), è stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana «per l’impegno e la passione con cui fa dello sport uno strumento di conoscenza e inclusione delle diversità». Sorda profonda dalla nascita, si è laureata in Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo all’Università Cattolica di Milano. Nei panni di co-regista ha girato il documentario “Il rumore della vittoria”.

1) Che cosa significa per te essere sorda?
Sono tante le risposte che vorrei poter dare a questa bellissima domanda, perché per me ha tanti significati e sono tra loro diversi, a seconda dei contesti. Sono sorda dalla nascita, la sordità fa parte di me da sempre. Quindi se dovessi scegliere un significato direi senz’altro che è un’identità, un modo di vivere e di sentire il mondo con altri occhi.

2) Com’è stato crescere con un genitore sordo e l’altro udente?
Ha significato crescere in due “mondi” e due culture tra loro diversi, ma al tempo stesso così uguali e complementari. Sono cresciuta quindi bilingue da mamma udente CODA e da papà sordo. Ho un fratello udente più grande di me di 4 anni e che conosce la Lingua dei Segni. A tavola la sottile linea tra “mondo udente” e mondo sordo” non era poi così marcata, anzi non si capiva più chi fosse il sordo e chi l’udente. Tutti insieme parlavamo, segnavamo o entrambe le cose.

3) Che ruolo ha la LIS nella tua vita?
Ha sempre avuto un ruolo importante e lo ha tutt’ora. Come detto prima, sono cresciuta con la Lingua dei Segni Italiana e con l’italiano. Sono due lingue diverse. Ho imparato a parlare grazie alla Lingua dei Segni. Da piccola, ogni segno corrispondeva a una parolina. Faccio un esempio: il segno palla diventava un’immagine e di conseguenza una parola. Le paroline diventavano poi delle frasi intere. Con l’esperienza dalla mia parte, sostengo tutt’oggi l’importanza di un’educazione bilingue.

4) Quali sono le sfide della tua quotidianità?
Le sfide quotidiane sono tante quanti sono i contesti della vita. Dalla scuola all’Università, dal lavoro allo sport. La sordità è una disabilità invisibile e a maggior ragione ancor più invalidante rispetto alle altre. Oltre alle diverse barriere comunicative che ostacolano alcuni aspetti della vita delle persone sorde, si convive costantemente con l’ignoranza della gente, a volte innocua, a volte no, dettata anche dai pregiudizi e dagli stereotipi che da sempre gravitano intorno al mondo della sordità e che sono duri a morire. Le difficoltà non sono mai mancate. Come per esempio durante il percorso universitario. Ma è qui che sta la capacità di trasformarle in una “sfida” e riuscire a laurearsi per dire: “ce l’ho fatta da sola”. È una delle soddisfazioni più impagabili.

5) Come può lo sport essere di aiuto alle persone sorde?
Premetto che ho sempre amato molto lo sport. Per me lo sport è vita. Sono cresciuta a pane e sport e lo pratico da quando sono piccola. Mi ha permesso di essere quella che sono oggi. Mi ha permesso di migliorarmi sempre, di mettermi alla prova, di tirare fuori il meglio di me. Nello sport non esiste il diverso. Lo sport unisce, fa incontrare tra loro le persone nel pieno senso della condivisione e del rispetto. Nuove amicizie diventate per me importanti sono nate grazie allo sport. Dà la possibilità ai ragazzi sordi e non di aver piena autostima di sé stessi, di acquisire sicurezza nelle proprie capacità, come è successo a me. Sono fortemente convinta che, ad oggi, lo sport sia l’unico mezzo per fare integrazione al 100%. Al tempo stesso per i ragazzi sordi è fondamentale fare sport insieme, in quanto permette loro di confrontarsi, avendo le stesse difficoltà quotidiane. Solo con il confronto tra simili c’è la possibilità di capire che non si è soli a questo mondo. Non c’è altra persona che possa capirmi meglio di una persona sorda. Questo confronto mi è servito molto durante l’adolescenza, un periodo in cui non accettavo la mia sordità. Vedere le mie compagne sorde realizzarsi nella vita, mi ha permesso di capire che i limiti possono diventare punti di forza e così è stato.

6) Perché hai scelto proprio la pallavolo?
La passione per la pallavolo è nata seguendo le gesta di mio fratello Roberto, che allora giocava nell’Olimpia SAV di Bergamo. Andavo sempre a vedere le sue partite accompagnata da mamma e papà. Mi piaceva molto vedere, non solo il gioco, ma soprattutto come i ragazzi si divertissero e socializzassero molto tra di loro, considerando che allora facevo uno sport individuale. Così a 12 anni mi sono iscritta al Volley Excelsior Bergamo iniziando nell’Under 13. Ho fatto tutte le trafile delle giovanili fino ad oggi. Da allora sono trascorsi 16 anni e la mia passione non si è mai spenta. Tante sono le cose che mi piacciono di questo sport. È uno sport dove la squadra conta cento volte più del singolo. Le singole forze per essere realizzate devono passare attraverso la squadra. Una squadra è vincente quando le singole giocatrici si mettono a disposizione delle altre ed è qui che sta la forza e lo spirito di gruppo. Un singolo non è nulla senza la sua squadra. Tant’è che agli Europei a Cagliari (medaglia d’oro) non eravamo 14 giocatrici, bensì una sola. Tanto unite tra di noi, dentro e fuori dal campo, che sembravamo una corazzata. Un’incredibile energia, punto dopo punto. Ci abbiamo creduto fino alla fine. Amo questa complicità e questa interdipendenza, nonché l’incredibile adrenalina che ne scaturisce ogni volta.

7) Che cosa sono i Champions’ Camp?
L’idea nasce nel 2011 da Manuela Nironi, una splendida persona con cui ho il piacere di lavorare, con la collaborazione dell’ASD GSS Reggio Emilia. Ho iniziato a lavorare con lei nel 2014, dalla seconda edizione, e i nostri progetti vengono realizzati assieme a Champions’ Camp, una realtà già presente sul territorio nazionale dal 2006 e che tutte le estati organizza campi estivi con tematiche diverse. I nostri sono Camp estivi multisportivi accessibili a 360 gradi. Destinatari bambini e ragazzi sordi che trascorrono, insieme ai loro coetanei udenti, una vacanza all’insegna dello sport, del puro divertimento e in un contesto di piena e completa integrazione. I partecipanti sono affiancati da personale adeguatamente selezionato e formato per venire incontro a tutte le esigenze, aiutando i bambini e ragazzi sordi a comprendere le direttive dei maestri e a integrarsi nel migliore dei modi. Lo staff è composto da ragazzi sordi, CODA e interpreti professionisti in Lingua dei Segni Italiana. Ogni edizione di Champions’ Camp ha visto un numero crescente di iscrizioni. Questo non può farci altro che piacere, segno che stiamo lavorando su un progetto di integrazione e di inclusione che ha un ottimo riscontro da parte delle famiglie. Le stesse si ritrovano nei valori che il Champions’ Camp insegna e che trasmette ai loro figli al termine dell’esperienza. Lo sport è fondamentale per la crescita di ogni bambino, è in grado di non marcare le differenze, è un mezzo capace di fornire una piena integrazione e permette a chiunque di accrescere la propria autostima. Se il tutto è inserito anche in un’ottica di piena e completa accessibilità, allora si può dire di aver vinto. È un progetto in cui io e Manuela crediamo fortemente e, considerando che lo sport è vita, vogliamo dare la possibilità a quanti più bambini sordi di vivere questa esperienza. Siamo convinte che per loro sarà un momento di crescita indimenticabile.

8) I sordi possono gareggiare insieme agli udenti?
Sì, le persone sorde gareggiano e possono gareggiare insieme agli udenti. Ad esempio noi atlete della Nazionale di Volley Sorde ci alleniamo e giochiamo con le squadre udenti nei vari campionati FIPAV (Federazione Italiana Pallavolo) nei club delle città dove viviamo. Dalla serie B alla Prima Divisione. C’è un lavoro di continuo coordinamento con le squadre dei club, con le società di pallavolo sordi, con la FSSI (Federazione Sport Sordi Italia) e con la Nazionale. Ci vediamo 7-8 volte all’anno per allenarci durante i raduni collegiali.

9) Perché esiste una Federazione per soli sordi?
Per rispondere a questa domanda è necessario fare alcune premesse storiche. La data di inizio del movimento sportivo dei sordi viene convenzionalmente indicata nel 1924 con la disputa delle prime Deaflympics di Parigi. In Italia in quel periodo non c’era ancora un’organizzazione nazionale che si occupasse dello sport dei sordi e ancora nessuna società sportiva si era costituita. Inoltre, le Deaflympics si sono costituite ancora prima delle Paralimpiadi, che sono state organizzate solo più tardi, coi veterani reduci dalle due Guerre Mondiali. Ecco il motivo per cui spesso ci si chiede come mai le persone sorde non gareggino nelle Paralimpiadi. Un motivo riconducibile è quindi quello storico. Il secondo motivo è legato prettamente alla disabilità in sé. Le persone sorde non possono gareggiare con atleti che hanno disabilità fisiche o disabilità sensoriali, come la vista, dove è necessario avere un accompagnatore. Le persone sorde sono indipendenti e autonome. A differenza delle altre disabilità, la nostra è una disabilità invisibile. Dopo varie vicissitudini, nel 2005 viene fondata la nuova Federazione Sport Sordi Italia (FSSI). La stessa è operante e riconosciuta dall’International Committee of Sports for the Deaf (ex Comitato Internazionale dello Sport Silenzioso-CISS) e dall’ESDO (Organizzazione Europea dello Sport dei Sordi). Il 4 febbraio del 2006 la FSSI viene riconosciuta dal Comitato Italiano Paralimpico (CIP) e attualmente come Federazione Sportiva Paralimpica nella cui organizzazione risultano affiliate 105 Società che praticano 44 discipline sportive. La Federazione Sport Sordi Italia inoltre promuove lo Sport tra e per le persone sorde non solo come benessere fisico e psicofisico individuale, ma anche come mezzo per una totale inclusione e integrazione, abbattendo quelle barriere comunicative che si presentano nei diversi contesti sociali e sportivi con le persone udenti. La presenza di una Federazione per persone sorde è anche un mezzo per promuovere l’importanza educativa e sociale dello sport, consentendo a molti ragazzi, atleti, sportivi, di crescere in maniera autonoma, contribuendo ad accrescere le proprie capacità e la propria autostima. La sordità non è un limite invalicabile, bensì un limite che può essere superato.

10. Come dovrebbe essere, a tuo avviso, una società realmente inclusiva?
Una società realmente inclusiva è una società priva di barriere. Un mondo alla portata di tutti, accessibile in ogni dove, in ogni contesto e senza limiti o difficoltà.

11. Qual è il tuo motto?
Ne ho diversi a seconda dei periodi e delle emozioni. Quello che più sento vicino a me in questo momento è il seguente: Ogni cosa accade per una ragione.