Coda Italia

(Children of Deaf Adults), associazione di promozione sociale, figli udenti di genitori sordi

16 Aprile 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Sonia Caimi

Intervista a Sonia Caimi di Michele Peretti – 14/04/2019
Il mio essere CODA è un tratto distintivo, fa parte di me.

Sonia ha 27 anni ed è nata e cresciuta in un piccolo paesino della Puglia con i nonni materni. All’età di 7 anni lei e suo fratello si sono trasferiti a Roma insieme ai genitori. Ha vissuto nella capitale fino all’anno scorso poi ha deciso di trasferirsi a Bologna, città in cui vive. Attualmente studia Psicologia all’università e lavora come interprete LIS.

1) Cosa significa per te essere CODA? 
Il mio essere CODA è un tratto distintivo, fa parte della mia vita. Crescere in un contesto come quello dove sono cresciuta a volte ti fa sentire un’aliena, ma credo che mi abbia reso una persona aperta, curiosa, empatica e cosciente che nel mondo, ognuno con la propria storia, abbia qualcosa da raccontare. Io nelle storie delle persone mi ci immergo da sempre.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano? 
Sono crescita in casa con i miei nonni materni e mia zia. Da loro ho appreso subito l’italiano e contemporaneamente dai miei genitori la Lingua dei Segni Italiana. Il tutto in modo assolutamente naturale.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri? 
Sì. I miei compagni sapevano che avevo entrambi i genitori sordi e che in casa usavo un’altra lingua. Spesso ne erano incuriositi e io rispondevo alle loro curiosità in maniera tranquilla. L’aspetto più difficile forse è stato il rapporto con gli insegnanti. Non sempre capivano a pieno come approcciarsi ai miei genitori e mi ritrovavo troppo spesso a fare da tramite.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda? 
Io sono udente e mi ci sento. Sono quotidianamente immersa nella cultura udente, con gli amici, con il mio compagno, anche se dentro di me è fortemente presente la cultura sorda, nella quale sono nata, cresciuta e di cui attualmente mi occupo. Quindi direi che sono udente ma culturalmente a metà.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
Della cultura sorda amo l’essere schietti, quasi senza filtri, naturali e il fatto che sia una comunità di cui ci si possa sentire parte attiva. Allo stesso tempo questa schiettezza a volte può arrivare in modo tanto diretto e se non si è pronti ci si può sentire feriti.
Della cultura udente invece amo la diversità, i colori, ma non capisco come si faccia a volte a essere così lontani gli uni dagli altri. Sento poca collaborazione generale.

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali? 
Le difficoltà le ho incontrate non perché i miei genitori sono sordi, ma perché vivo in una società che non si è mai realmente preoccupata, sino ad oggi, di adeguare degli strumenti alla sordità dei miei genitori. Questo mi ha portato a diventare io stessa quello strumento mancante. Le situazioni più difficili le ho vissute a scuola da piccolina e negli ospedali. Spesso dovevo preoccuparmi anche della salute dei miei ed era molto frustrante l’atteggiamento del personale ospedaliero che mi impediva di essere lì con loro. Capitava di non sapere cosa stesse accadendo, come quando ad esempio uno dei miei si ritrovava solo al di là delle porte del pronto soccorso. Tuttora gli ospedali, per me, sono fonte di forte stress emotivo.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
Il bilinguismo è già di per sé una ricchezza. Il bilinguismo bimodale è quindi una doppia ricchezza. Sono sempre stata portata per le lingue e credo che questo sia dovuto anche al mio essere bilingue sin dalla nascita.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori? 
Ce ne sarebbero così tanti che un libro intero non basterebbe. La maggior parte molto divertenti e che ricordo sempre molto volentieri. In questa occasione ne racconterò uno in particolare di quando ero molto piccola. Avevo forse 5 anni ed ero andata a giocare a casa di un’amichetta. Eravamo in cameretta e la mia amica chiamò a gran voce la mamma che in pochissimo tempo si affacciò in camera. Per me era una cosa assolutamente nuova e decisi che una volta tornata a casa ci avrei provato anch’io. La sera salii al piano superiore della nostra casa e cominciai a chiamare “mamma”, prima piano e poi sempre più forte, fino a quando mia nonna, che mi aveva sentito dal piano di sotto, si precipitò da me pensando fosse successo qualcosa. Quando vidi lei e non mia mamma ci rimasi un po’ male e chiesi a mia nonna il perché la mamma della mia amichetta fosse arrivata al richiamo “mamma” mentre la mia no. In quel momento ho realizzato che non tutte le mamme fossero sorde, cosa che invece io fino a quel momento avevo dato per scontato fosse una loro caratteristica.

9) Diventare interprete LIS: vocazione o senso del dovere? 
Non ne ho idea. So solo che è un lavoro che amo e che mi appassiona. Quando sono interprete mi sento bene, al mio posto e questo mi basta. Ho iniziato quasi per caso, ma poi si è rivelata la scelta più giusta che potessi fare.

10) Qual è il tuo motto? 
Non credo di avere un motto. Forse la cosa che dico più spesso è: non preoccuparti.

8 Aprile 2019
di Michela Moschillo
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Festa dei Genitori Sordi 2019!

IV Edizione della FESTA DEI GENITORI SORDI – Mother and Father Deaf Day

Anche quest’anno organizziamo la Festa dei Genitori Sordi, quella che CODA International ha istituito come Mother and Father Deaf Day nell’ultima domenica del mese di Aprile, verrà celebrata anche in Italia.
E’ un’occasione per stare insieme ai nostri genitori sordi e dedicare una giornata tutta per loro!
Siamo alla nostra IV edizione e vi aspettiamo DOMENICA 28 APRILE 2019!

E’ obbligatoria la prenotazione ENTRO IL 24 APRILE via email a: codaitaly@gmail.com
Vi preghiamo di segnalarci eventuali allergie o se si desidera un menù vegetariano per permetterci di organizzarci prima con il ristorante.

Nel ristorante Meloncini, in Viale Tor di Quinto 55 a Roma, ci sarà un giardino a disposizione per i piccoli e un menù fisso per adulti e bambini.
Vi aspettiamo tutti! Dagli 0 ai 100 e più anni!

Un tuffo nelle edizioni passate… per prepararci alla prossima… 
2015 Un video fatto con il cuore
2016 La prima festa
2017 Stesso luogo, nuove idee
2018 La scorsa edizione con un piccolo video regalo
2019… Tenetevi pronti!!!

Volete saperne di più sulla Festa dei Genitori Sordi?
Qui CODA International dà delle informazioni e qualche spunto su come festeggiare i nostri genitori:
https://www.coda-international.org/MFDDay
Se vorrete farlo insieme a noi… Vi aspettiamo!!!

5 Aprile 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Valentina De Matteis

Intervista a Valentina De Matteis di Michele Peretti – 04/04/2019
CODA è la mia identità. CODA è Valentina ieri, oggi e domani.

Valentina De Matteis è figlia di genitori sordi segnanti. Verdiana, sua sorella maggiore anche lei udente, è il suo punto di riferimento. Terminati gli studi, ha frequentato il corso LIS accedendo direttamente al terzo livello. Si è formata come Assistente alla Comunicazione e ha poi esaudito il suo più grande desiderio: diventare Interprete LIS. Con Coda Italia ha scoperto di essere circondata da molti amici spettacolari con cui condividere gioie e paure. Ha lavorato come Assistente alla Comunicazione per un paio di anni. Attualmente è la segretaria personale di un promotore e saltuariamente fa anche l’Interprete.

1) Cosa significa per te essere CODA? 
Così di getto risponderei che essere coda significa appartenere a due mondi. In uno mi sento più protagonista, nell’altro un po’ meno. In realtà essere CODA significa proprio VALENTINA DE MATTEIS. Coda è la mia identità. Coda è Valentina ieri, oggi e domani.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano? 
Ho una sorella più grande di me di 4 anni. La lingua italiana l’ho appresa con lei e con i miei nonni. Mia sorella invece, essendo la primogenita, ha avuto un po’ più di difficoltà. Inizialmente era lei a fare da tramite nella comunicazione tra i nonni materni e mamma o tra mio nonno paterno e papà. Una volta cresciuta ci siamo divise questo compito. Da piccole frequentavamo quasi tutti i giorni una famiglia sorda di Ciampino (con 4 figli udenti). Questo perché i nostri genitori non volevano che ci sentissimo diverse né sole in un mondo di udenti.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri? 
A dire il vero no. Anzi, ho sempre visto questa “diversità” come un vanto. Qualcosa di particolare che avevo io e a Ciampino altre 3 o 4 persone, ovvero una famiglia “particolare”. Sapevo di conoscere una lingua nuova, diversa da tutte le altre già viste, sentite o insegnate. I miei genitori sono stati sempre aperti e mi incitavano a invitare i compagni di classe a casa per studiare. Ogni anno quando arrivava il mio compleanno i miei genitori si prodigavano per organizzare una festa di compleanno a casa. Credo che anche questo fosse un modo per non farmi sentire esclusa o diversa.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda? 
Sorda. Ritengo che la mia lingua madre sia la LIS. Questa cosa è stata per me positiva dal punto di vista linguistico (adoro la LIS), ma a scuola mi ha un po’ penalizzata. Non sono mai stata una studentessa brillante. Nello studio sono sempre stata svogliata, forse perché poco motivata, poco seguita, poco stimolata. Non so. Eppure sentirmi culturalmente sorda mi ha permesso di cogliere molto con gli occhi. A scuola mi bastava un piccolo suggerimento per portarmi a casa la sufficienza.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
Dei sordi apprezzo sicuramente la bontà, la forza, la voglia di combattere per i propri diritti e la schiettezza. Non sopporto invece la loro testardaggine e la convinzione che il mondo giri intorno a loro. Inoltre il fatto di non ascoltare e di pensare che chiunque stia parlando, compresa la figlia, stia dicendo qualcosa contro di loro.

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali? 
Difficoltà enormi no. Una cosa che mi imbarazza è dover essere sempre reperibile anche per la più piccola cosa, perché non è che se non rispondi si fermano e pensano che hai da fare. Assolutamente. Continuano all’infinito. Ricordo che da piccola dovevo sempre informarli sui miei spostamenti e che potevo trovarmeli davanti in qualsiasi momento. In quel caso avrei dovuto lasciare il mio momento di giochi con gli amichetti. Questo perché qualcuno aveva chiamato insistentemente a casa e poteva essere qualcosa di urgente. Quindi dovevo stare a casa nel caso in cui il telefono avrebbe squillato nuovamente.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
Sicuramente la conoscenza di due lingue. Una che reputo mia dalla nascita (e non è la lingua italiana). Sicuramente un modo di vedere a 360°: una lingua visiva che va ben oltre le parole. Essere BILINGUE è un grandissimo beneficio e se potessi scegliere, rivorrei questa vita con i suoi pregi e i suoi difetti.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi? 
Domenica delle Palme. Come ogni anno tutte le associazioni, ENS o circoli vari organizzano una giornata per festeggiare tutti insieme. Quell’anno scelsero L’Aquila. Io ero a casa con mia sorella. Squilla il telefono di casa. È Sara, la mia compagna di corso (allora frequentavo il terzo livello LIS) e la conversazione telefonica si svolge in questo modo (ricordo ancora ogni singola parola):
Sara: Vale ma tua mamma con quale gruppo di sordi è andata a festeggiare la Domenica delle Palme?
Io: Con il gruppo di Valmontone.
Sara: Sei sola a casa o c’è anche tua sorella?
Io: No, c’è Verdy con me, che succede?
Sara: Vale stai tranquilla eh, però cerca di rintracciare i tuoi perché è caduto un albero proprio sul pullman del gruppo dei sordi di Valmontone.
Panico! I cellulari dei miei non prendevano. Io e mia sorella eravamo terrorizzate. Decidiamo di accendere tutte le tv di casa per avere notizie in merito. Riusciamo a sintonizzarci sul Tg. Ed ecco che parte l’intervista dell’inviato sul posto. Dietro di lui, all’improvviso, vediamo spuntare la testolina di mia madre che in segni ci avvisa che stanno bene. In quell’occasione sono stata molto orgogliosa di loro e di cosa si sono inventati per farci stare tranquille. Quella giornata resterà nel cuore di molti poiché purtroppo un loro amico ha perso la vita, però credetemi, resterà anche nel mio cuore.

9) Diventare Interprete LIS e/o Assistente alla Comunicazione: vocazione o senso del dovere? 
Pura vocazione. Ho sempre seguito i miei genitori, anche perché mi divertivo e avevo stretto rapporti di amicizia con i figli di altri sordi. In realtà desideravo osservare, fare miei nuovi segni e conoscerne molti altri per arricchire il mio vocabolario. Preso il diploma di maturità non ci ho pensato due volte e ho chiesto a mamma e a papà di aiutarmi a realizzare il mio più grande sogno.

10) Qual è il tuo motto? 
Il sorriso non lo perder mai, qualunque cosa ti accada. E anche se spesso è davvero dura, è importante sorridere e regalare un sorriso a chi ti circonda. La vita è una e va vissuta per quella che è, anche se a volte non è come vorremmo.

27 Marzo 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Eleonora Ponticelli

Intervista a Eleonora Ponticelli di Michele Peretti – 26/03/2019

Crescere immersa in due culture mi ha permesso di vivere la vita secondo più punti di vista, prendendo all’occorrenza da ogni cultura il meglio che ha da offrire.

Eleonora Ponticelli, 37 anni, è nata e cresciuta a Roma. Primogenita di genitori sordi segnanti, ha un fratello minore, Andrea (anche lui udente). Per 30 anni è stata la madre di tutti loro e adesso, finalmente, da 10 anni si definisce figlia e sorella. Ha svolto diversi lavori d’ufficio poi ha mollato tutto e si è messa a studiare per formarsi professionalmente e conoscere la disabilità. Attualmente lavora come Interprete LIS, Assistente alla Comunicazione e Tiflologa (assistente per ciechi).

1) Cosa significa per te essere CODA? 
Non saprei come spiegarlo, provo a fare un esempio: immagina un multi-verso, io nasco, cresco e vivo in uno dei mondi paralleli. Io sono uno degli osservatori che per proprio piacere o per lavoro viaggiano attraverso questi mondi, soprattutto tra quello dei sordi e quello degli udenti, come fossi nella serie tv di Fringe.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano? 
Da subito, la famiglia di mia madre era molto presente nei primi anni di vita, era preoccupata che i miei genitori da soli non fossero in grado di prendersi cura di me, dialogavo molto con loro, erano meravigliati che due sordi avessero generato una figlia udente. I miei hanno fatto una scelta coraggiosa decidendo di vivere in un’altra città rispetto a quella d’origine, lontano dai familiari per essere indipendenti. Poi ci sono stati i miei vicini di casa che mi hanno quasi adottata e la scuola, il trampolino di lancio per apprendere l’italiano.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri? 
Direi di sì. Alle medie sono stata bullizzata. Il passaggio dalla scuola privata a quella pubblica è stato traumatico. Uscita dalla campana di vetro mi sono accorta di quanto il mondo fosse crudele, non credevo in me stessa e stavo sempre con i maschi. Era più facile stare con loro, non dovevo dare tante spiegazioni sulla mia famiglia. Invidiavo le madri delle mie amiche, così presenti nel fare i compiti insieme. Ricordo inoltre i colloqui con i professori, nei quali presenziavo non come alunna ma in qualità di interprete, traducendo a mio favore quello che veniva detto; edulcorando i rimproveri ed enfatizzando i complimenti, fingendo che andasse tutto bene… non ero brava a scuola, non lo ero affatto. La mia più grande paura era leggere! Mi terrorizzava. Però una rivincita me la sono presa…ricordo che all’età di 13 anni io ed Emanuela (Coda anche lei) entrammo nella classe di mio fratello che ne aveva 11, per fare una ramanzina ai suoi compagni, avevamo saputo che lo prendevano in giro perché aveva i genitori sordi. Prendemmo coraggio ed entrammo parlando con gran sicurezza per oltre 10 minuti davanti all’insegnante e a 20 bambini. Non ci ho visto più e ho tirato fuori la voce in difesa del nostro diritto a essere semplici bambini con dei genitori non inferiori ai loro. Uscite dalla classe eravamo fiere di noi e io tremavo dall’emozione per quel che avevo fatto.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda? 
Dal punto di vista linguistico credo di essermi concentrata di più su quello udente. Ho iniziato tardi ad approfondire la lingua dei segni e a riconoscerla come tale. Basti pensare che solo a vent’anni ho capito che non dovevo correggere le frasi dei miei genitori. Per quanto riguarda la cultura forse mi sento più sorda, credo di comportarmi come un’udente solo perché sento con le orecchie ma in realtà sento molto di più con il resto del corpo. Sono molto attenta al para-verbale, mi focalizzo più sui dettagli e meno sull’insieme, non riesco a non fare rumore in casa quando qualcuno dorme, ho pochi filtri con le persone (dicono di me che sono sfacciata), faccio mille cose contemporaneamente e risolvo sempre ogni problema, anche i più seri, con creatività e leggerezza. Sembreranno caratteristiche che possono far parte anche della cultura udente ma tutte assieme descrivono chiaramente l’approccio sordo che ho nella vita di tutti i giorni.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
Con queste affermazioni mi riferisco alla maggior parte delle persone che ho conosciuto, e senza offendere nessuno posso dire che della cultura udente mi piace il rispetto con il quale vengono trattati argomenti delicati e difficili per non ferire la sensibilità altrui, anche se il rovescio della medaglia è il rischio di avere un atteggiamento di pietismo che fa sentire gli altri in qualche modo inferiori. Della cultura sorda amo la mancanza di certi tabù e la libertà di vivere senza troppi pregiudizi. Non apprezzo invece l’essere malfidati e diffidenti (aspetto tipico delle minoranze).

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali? 
Fin da piccolissima ho sempre usato la LIS in famiglia ma allo stesso tempo la rifiutavo, tanto da non conoscerne alcuni segni. Sapevo dire retrogrado, pernicioso, astruso, perpetrare e termostato meglio in Lingua dei Segni che in italiano… ma non sapevo esprimere i miei sentimenti in LIS: per quanto riguarda la sfera affettiva erano tante le parole che non riuscivo a tradurre. Ad esempio i miei primi problemi adolescenziali: banalità legate al cuore o all’amicizia che all’epoca mi sembravano insormontabili. Evitavo di parlarne con i miei, convinta che non mi avrebbero capita e che non sarei riuscita a spiegarmi. Tenevo tutto dentro e cercavo di cavarmela da sola. Quando ero molto arrabbiata con i miei genitori, iniziavo a sbraitare, tuttavia senza alcuna soddisfazione perché non mi capivano e mi veniva chiesto di tradurre persino in quel momento di impeto. Allora abbozzavo due segni e frustrata continuavo a strillare senza essere compresa nella mia difficoltà di non riuscire a comunicare. Solo dopo aver fatto il mio percorso di consapevolezza e accettazione della sordità dei miei genitori sono finalmente riuscita a comunicare con loro.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
Sul posto di lavoro mi è capitato di sentirmi chiedere con stupore: “Tu c’hai la “LIS”?!?!”, che se fosse passato di lì qualcuno che non conoscesse il significato dell’acronimo avrebbe potuto pensare che avessi una malattia. Sì, oltre all’italiano conosco anche la LIS e di regola segue la domanda: “E com’è?” Ti apre la mente, ti migliora la vita, si parla sempre di questo valore aggiunto. Per me è vedere il mondo da un altro punto di vista. Crescere immersa in due culture mi ha permesso di vivere la vita secondo più punti di vista, prendendo all’occorrenza da ogni cultura il meglio che ha da offrire.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi? 
Durante il corso LIS di secondo livello partecipai a una lezione del Dott. Mauro Mottinelli. Si parlava di sordità in generale e delle difficoltà che affrontano i sordi. Feci moltissime domande e in quell’occasione scoprii di essere una Coda. Fu la lezione più bella del mio percorso di formazione sulla sordità. Seguii con estrema attenzione e curiosità con un nodo alla gola che diventava sempre più grande. Si entrò nel dettaglio delle difficoltà del bimbo sordo, mi commossi e poi cominciai a chiedere un po’ seccata: “E dei figli udenti di questi sordi? Delle loro difficoltà, ne vogliamo parlare?” Capii che ero solo arrabbiata con i miei perché erano quel che erano, sordi e perché credevo mi avessero rubato l’infanzia e l’adolescenza, ma non mi ero resa conto che anche loro come me avevano avuto le loro difficoltà. Quando l’insegnante mi riconobbe le stesse difficoltà che anch’io per la mia condizione di figlia udente di genitori sordi avevo avuto, l’enorme nodo alla gola si sciolse in un pianto liberatorio e forse iniziai ad accettare quello che erano i miei genitori e quello che ero io: una Coda.

9) Diventare Interprete LIS e Assistente alla Comunicazione: vocazione o senso del dovere? 
All’inizio è stato senso del dovere, i miei dicevano: “Tu – corso – interprete – per forza! – Figlia – sordi – brava, attestato – serve – per te – lavoro!!”. Frequentai prima il corso base, quello di interprete LIS e poi di Assistente alla Comunicazione come una sorta di percorso psicoterapeutico. È stato illuminante, sono come rinata. In ultimo ho cominciato a lavorare anche con la cecità e la pluridisabilità. È stato in quel momento che ho sentito la “chiamata”, non quella del Signore, ma mi riferisco al fatto che lavorando nel campo della disabilità di ogni genere ho realizzato di essere naturalmente predisposta a fare questo. Il mio vissuto in famiglia ha contribuito a sviluppare in me una sensibilità tale che mi permette di non guardare il disabile come qualcuno per cui avere pietà, ma come “persona”. A volte è logorante, lo ammetto, ma spesso ho veramente piacere di fare qualcosa con loro, ne ho quasi bisogno, anche solo di passare del tempo insieme e fare due risate. Era molto più faticoso e frustrante lavorare in ufficio. I lavori che faccio ora mi piacciono e mi gratificano.

10) Qual è il tuo motto? 
“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.” Me lo ripetevano sempre la mia vicina di casa, mia nonna, le suore delle elementari e… insomma a forza di dirmelo mi hanno fatto il lavaggio del cervello. Scherzi a parte questo è ciò in cui credo, però dico anche sempre: “Fattela na risata Signò, ‘n sia mai te sveji sotto a ‘n cipresso!!” (Ridi finché puoi, ché la vita è breve). Ho sempre riso delle disgrazie, soprattutto le mie. Bisogna sdrammatizzare sui problemi perché la vita è un mozzico.

22 Marzo 2019
di Michela Moschillo
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Essere GLORIA: mille sfaccettature e un solo cuore – Gloria Antognozzi

Intervista a Gloria Antognozzi di Michele Peretti – 13/03/2019

Gloria Antognozzi, 26enne di Roma, è figlia udente di genitori sordi segnanti. Studia alla facoltà di Scienze dell’Educazione e della Formazione presso l’Università di Roma 3. Lavora come Assistente alla Comunicazione, Interprete LIS ed è socia fondatrice nonché Presidentessa dell’Associazione di Promozione Sociale CODA Italia.

1) Quali sono gli obiettivi raggiunti dall’Associazione CODA Italia in quasi cinque anni dalla sua fondazione? 
In questi anni ci siamo dedicati alla realizzazione di varie attività:
Champions camp e centri estivi per bambini sordi, udenti e CODA, volti all’integrazione e all’inclusione;
– incontri psicologici tra noi CODA e tra genitori sordi di figli udenti;
– tramite l’Aperisegno, ideato da Luca Capocchia, promuoviamo la Lingua dei Segni, informiamo e sensibilizziamo le persone che di sordità non sanno nulla.
Fino al 14 ottobre 2014, data di inaugurazione dell’Associazione, non si sapeva neanche chi fossero i CODA. Ad oggi si ha una maggiore consapevolezza sia dei CODA stessi, sia dei genitori sordi, poiché iniziano a chiedersi come approcciarsi alla realtà udente dei propri figli. Fondamentale è stato anche l’incontro e il confronto con ragazzi CODA francesi, inglesi, americani e russi con cui sono emerse tante belle idee. A luglio, in vista del CODA LOVE, una conferenza internazionale di tutti i CODA sparsi nel mondo, per la prima volta saremo presenti anche noi di CODA Italia. Sarà l’occasione per scambiarsi idee e collaborare per eventuali eventi e progetti futuri. Ogni anno, inoltre, la quarta domenica del mese di aprile, come tutte le altre Associazioni CODA nel mondo, celebriamo la festa dei genitori sordi, poiché senza di loro non esisteremmo. Tutto ciò ci ha dato la possibilità di creare una rete di persone CODA, genitori sordi e molti altri soci sostenitori (amici, parenti, udenti, sordi) che credono in noi.

2) Come sta evolvendo il progetto VIBRATIONS? 
Vibrations è un video-documentario che nasce dalla voglia di fare qualcosa di concreto e mostrare la “diversità” come una ricchezza, dando voce a situazioni che per troppo tempo sono state nascoste. Coinvolge i genitori sordi con figli CODA e genitori udenti con figli sordi, con lo scopo di sensibilizzare e dare spunti alle persone che non hanno mai avuto nessun tipo di contatto con la sordità e ad altri Enti, Associazioni, Istituzioni per creare progetti, strumenti di conoscenza e sostegno volti all’integrazione e all’inclusione sociale. Io e Luca, il mio fantastico amico, lo stiamo facendo nel modo più naturale e umano che esista. Ad esempio andiamo nelle piazze a chiedere alle persone qual è il significato di termini quali emozione, silenzio, rumore, vibrazioni. Il confronto fa sì che tutti giungano a una conclusione: è la MENTE A CREARE LE DIFFERENZE. Il 23 gennaio abbiamo registrato la prima intervista da inserire nel video-documentario, l’11 marzo la seconda.

3) Cosa significa per te essere CODA? 
L’essere CODA è stata una riscoperta! Fino a 7 anni fa non sapevo dell’esistenza di questo acronimo, poi un giorno partecipai a un workshop, organizzato dal Dott. Mauro Mottinelli, riservato unicamente ai figli udenti di genitori sordi. Soltanto quando mi ritrovai in quella stanza con altre 5 persone, tra cui mia sorella e altre due mai conosciute prima, mi resi conto di essere CODA. Infinite erano le cose che realmente ci accomunavano:
– le luci lampeggianti in casa per il campanello o per il telefono;
– i pomeriggi interi trascorsi all’Ente Nazionale Sordi dove giocavamo con altri bambini CODA e sordi;
– le cene con gli amici sordi dei nostri genitori, durante le quali ci addormentavamo sulle sedie perché non la finivano più di chiacchierare;
– le domande banali che ricevevamo dai nostri coetanei.
Praticamente ci accomunava la maggior parte del nostro vissuto fino alla fase adolescenziale. Ed è lì che ho sentito la necessità di dar vita a una realtà che parlasse anche di noi, figli udenti di genitori sordi. È buffo come alcune persone sorde pensino che avere un figlio udente sia la soluzione per una vita più semplice, solo perché SENTE! Non è affatto così: non è l’udito a risolvere i problemi, altrimenti non esisterebbero persone tristi, arrabbiate, deluse e nervose nella società in cui viviamo.

4) Come e quando sei stata esposta all’italiano? 
Da sempre, grazie a Susanna, mia sorella maggiore di 6 anni, ai nonni udenti e ai parenti. Anche grazie al fantastico “romanaccio” di mio padre sordastro, mentre mia mamma cercava di accompagnare alla Lingua dei Segni la voce.

5) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri? 
Mai a livello relazionale con i compagni. Ero piena di amichetti, ma in classe ero come un alieno in un mondo di umani. Mi ricordo quando sbagliavo i termini come “stuzzidenti” anziché “stuzzicadenti” o quando non distinguevo il prosciutto crudo da quello cotto, continuandoli a chiamare prosciutto rosso o rosa. Ricordo, inoltre, che la maestra anche d’estate mi faceva fare un tema al giorno per incitarmi a migliorare il mio italiano. Alle medie l’insegnante di storia, Suor Lucia Agnese, mi obbligò a rimanere due pomeriggi a settimana per aiutarmi a studiare, fare schemi, esporre in modo corretto. Lo ricordo come una tortura infinita. Infatti alle superiori e ancora oggi odio la storia. Eppure devo ammettere che tutto ciò che mi ha insegnato, tra cui fare schemi e usare simboli, mi è tornato poi utile all’università. È proprio vero il detto: “Chi semina raccoglie!”

6) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda? 
Questa domanda l’ho sempre trovata scomoda. È quasi un’ arma a doppio taglio. Come dire ti senti più bella o brutta, più bianca o nera, più simpatica o antipatica. A tutte queste domande risponderei “dipende”. Mi definisco effettivamente udente, con la consapevolezza di essere cresciuta e di aver appreso tanto della cultura sorda.

7) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
Ovviamente non mi riferisco a tutti, bensì a un gran numero di persone sorde e di cui non apprezzo la diffidenza né il pregiudizio verso l’altro. Apprezzo, invece, la loro forza quotidiana nell’affrontare e nel vivere in una società piena di ostacoli. Degli udenti odio il pietismo e la scarsa conoscenza che hanno del mondo dei sordi per cui si fanno delle idee sbagliate e lontane dalla realtà. Allo stesso tempo ne apprezzo la diplomazia.

8) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali? 
Difficoltà parecchie, tante quante sono i benefici. Difficoltà di esprimere i miei bisogni o di comunicarli in modo chiaro e inequivocabile. Quando nascevano incomprensioni e mi alteravo, segnavo e parlavo contemporaneamente. Recriminavo il fatto di non riuscire a farmi capire, non sapevo mai in che lingua parlare affinché capissero cosa stessi provando. A volte mi succede anche adesso. Ricordo anche quelle volte in cui ho avuto degli incidenti con lo scooter nel cuore della notte. Mi vedevo costretta a chiamare Susanna che non viveva con noi e i miei sapevano l’accaduto la mattina dopo. Nonostante queste difficoltà, c’è sempre stato dialogo in casa, forse anche troppo!

9) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
Beh…di benefici ce ne sono parecchi: iniziando dal conoscere due lingue, una vocale e una visiva (italiano e LIS), due culture (udente e sorda) e di conseguenza due modi diversi di scherzare che, vi dirò, mi fanno divertire entrambi allo stesso modo! Ma soprattutto il fatto di vedere, ascoltare, cogliere, percepire e interpretare le cose a 360 gradi. Dal tono di voce di una persona cogli il suo stato d’animo o il suo modo di essere, ma anche dall’espressione facciale e dal movimento del corpo potresti cogliere la stessa identica cosa. Come anche riuscire a parlare dal balcone di casa in Lingua dei Segni senza dover urlare e farsi sentire da tutto il vicinato!

10) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi? 
A scuola iniziarono i primi disagi, le prime domande, che ogni volta mi imbarazzavano, poiché non coglievo la diversità dei miei genitori. Le classiche domande che ancora oggi ricevo, ma con una consapevolezza diversa. Come ad esempio: ma i tuoi genitori guidano? Parlano? Pensano? Domande che reputavo banali e retoriche essendo azioni da comuni mortali. Quando tornavo a casa e chiedevo ai miei genitori il perché di queste domande, loro erano sempre pronti a sostenermi, spronandomi a rispondere con fermezza e a essere orgogliosa di ciò che avevo e conoscevo. Avevano proprio ragione! Conoscevo una lingua in più: la Lingua dei Segni Italiana (LIS) che mi avrebbe permesso poi di lavorare nelle scuole, di lavorare come Interprete, educatrice e molto altro ancora.

11) Diventare Assistente alla comunicazione: vocazione o senso del dovere? 
Senza dubbio: VOCAZIONE! Ho sempre considerato i bambini una forza della natura. Non vedono le differenze poiché è il gioco a unirli. Loro sono decisamente il nostro futuro. La sensibilità, la conoscenza e la consapevolezza della diversità di questi bambini, li rendono davvero speciali. È capitato spesso che fossero proprio loro a chiedermi di tradurre per il compagno sordo. Solo costruendo, insieme a loro, delle basi solide si riuscirà a creare una società futura migliore, lontana dai falsi miti del passato.

12) Qual è il tuo motto? 
In realtà ne ho due: “Ridi, Ridi sempre, perché il sorriso è la curva più bella che esista!” e “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te!”.

13 Marzo 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Michela Moschillo

Intervista a Michela Moschillo di Michele Peretti – 12/03/2019

“La libertà una forma di disciplina.” CCCP

Michela Moschillo ha compiuto da poco 37 anni, è Assistente alla Comunicazione e Interprete LIS nonché socia fondatrice di CODA Italia (Associazione di promozione sociale figli udenti di genitori sordi) insieme ad altre quattro donne. Ama dipingere e adora il proprio lavoro. Ha entrambi i genitori sordi ed è molto orgogliosa di loro e di quello che è diventata grazie al sostegno che hanno saputo darle. Michela si occupa altresì dell’aggiornamento, della gestione del sito (http://www.codaitalia.org) e della pagina FB di CODA Italia.

1) Cosa significa per te essere CODA? 
Potevo nascere sorda oppure udente. Potevo far parte della grande comunità sorda e invece sono nata udente, ma figlia di sordi; eppure non ho mai trovato una collocazione nel grande, molto più grande, gruppo di udenti. Io sono a metà. A metà tra i due mondi, sordo e udente, con le reciproche culture differenti e nello stesso tempo le ho assorbite entrambe. Essere CODA per me è un po’ come essere in terra straniera, non sono abbastanza “sorda” per essere tra i sordi e non sono abbastanza “udente” per essere tra gli udenti… e infatti sono CODA! Ed è proprio la consapevolezza di aver trovato finalmente una giusta collocazione che mi fa stare bene e che mi ha spinta a dar vita all’Associazione CODA Italia.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano? 
I miei genitori con me hanno sempre segnato accompagnando ai segni la loro voce, magari non con una grammatica perfetta e magari non con una pronuncia eccellente, ma gli è sempre venuto naturale fare così sapendo che io e mio fratello potevamo sentirli. Quindi il primo approccio con la lingua vocale è venuto da loro. Sono cresciuta anche a stretto contatto con i nonni materni che erano udenti e da loro ho appreso l’italiano in maniera più naturale e fluida.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri? 
Sì. Devo ammettere che da piccola mi imbarazzava sapere che i miei genitori non potessero relazionarsi con gli altri genitori o con le mie maestre in modo spontaneo. Non vedevo o comunque non percepivo uno sforzo da parte degli adulti nel voler superare la barriera comunicativa. Per esempio vedevo che i colloqui con le maestre se non c’era mia nonna con cui interfacciarsi duravano pochissimo rispetto a quelli degli altri genitori. Non parlavo volentieri dei miei genitori agli altri perché temevo che dicessero “Mi dispiace! Poverini!”, a volte il pietismo era rivolto invece a me, ero “poverina” ad avere due genitori sordi. Io invece li stimavo e ovviamente li amavo fin da piccina, quindi questi giudizi si scontravano con il mio sentire e mi confondevano. La mia migliore amica aveva la mamma greca, con lei ci scambiavamo gli alfabeti, lei mi insegnava quello greco e io le insegnavo la dattilologia della Lingua dei Segni Italiana, che tutti chiamavamo “alfabeto muto”. Solo da grande ho scoperto che aveva una sua dignità appartenendo a una lingua vera e propria. Credo che per i CODA con genitori segnanti sia importante capire che quello che si è usato da sempre per comunicare in famiglia non è un linguaggio intimo che si utilizza per convenienza, bensì una lingua studiata e diffusa, che ha una sua grammatica ed evoluzione. Questa consapevolezza per me è stata importante per acquisire maggiore sicurezza e anche orgoglio per la mia prima lingua.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda? 
Dal punto di vista linguistico mi sento perfettamente a metà, a volte se non mi viene un termine in italiano ho in mente quello in LIS che mi facilita il ricordo di quello in italiano e viceversa. Dal punto di vista culturale probabilmente mi sento più udente.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
Della cultura sorda apprezzo il modo rapido che i sordi hanno di relazionarsi tra loro e di fare gruppo nei contesti più disparati. Non mi piace molto la schiettezza che a volte rasenta la mancanza di empatia. Ovviamente parlando di “cultura” devo per forza generalizzare, ci sono sempre le dovute eccezioni. Della cultura udente apprezzo la capacità di saper parlare a lungo anche di cose astratte o più profonde. Il rovescio della medaglia però è il rischio che nel dilungarsi troppo si facciano questioni di lana caprina, senza mai arrivare da nessuna parte.

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quanto hanno influenzato il rapporto con i tuoi genitori? 
Del disagio e del fatto di essermi sentita diversa ne ho già parlato. Vorrei aggiungere anche la questione “responsabilità”, che in modo diverso grava su noi udenti figli di sordi e che necessariamente influenza il rapporto. Essere piccoli e doversi relazionare con gli adulti facendo da tramite credo che sia una cosa che i genitori debbano limitare il più possibile. Oggi la tecnologia ci viene molto incontro. Per fare un esempio banale se oggi fossi un’adolescente fuori casa non dovrei più telefonare al vicino di casa per comunicare qualcosa ai miei genitori, ma potrei direttamente mandare un messaggio o fare una videochiamata senza bisogno di un tramite esterno alla famiglia. Una cosa di cui mi sono accorta ora che sono adulta è che essendo cresciuta con la sensazione di dover “aiutare”, mi riesce difficile saper chiedere aiuto a mia volta, anche ai miei stessi genitori. Ma il bello di essere adulti è anche avere i mezzi per acquisire nuove consapevolezze e migliorarsi.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
Credo che l’importante sia capire che entrambe sono lingue vere. Ho acquisito alcune parole dell’italiano molto tardi, continuo ad arricchire entrambi i “vocabolari” delle mie lingue e le trovo entrambe bellissime. Mi reputo fortunata a essere cresciuta in un contesto bilingue.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi? 
La rabbia che ho provato davanti all’ignoranza di alcuni medici che non avevano idea di come relazionarsi con i miei genitori trattandoli come degli incapaci. Voglio raccontarla perché spero che magari qualcuno che non ha nulla a che fare con la LIS se ne interessi. Ci sono diversi articoli su internet che spiegano come potersi relazionare al meglio con i sordi. Nel 2019 non accetto l’ignoranza che rasenta la mancanza di rispetto e non smetterò mai di spingere a frequentare i corsi di sensibilizzazione alla Lingua dei Segni, anche tramite l’associazione CODA Italia. Come dico spesso, se in una giornata anche una sola persona sapesse come dire “Buongiorno” ai miei genitori io sarei una persona felice. Non mi accontento di questo, miro in alto, al riconoscimento della LIS e alla sua diffusione, ecco perché sono orgogliosa di lavorare in una scuola bilingue.

9) Diventare Interprete LIS: vocazione o senso del dovere? 
Ho iniziato il corso di Lingua dei Segni Italiana un po’ spinta da mia madre, ero nell’età delle mille opportunità e dei “perché no?” e mi ci sono un po’ lanciata. Poi è stato bellissimo scoprire che mi ha portata a voler proseguire il percorso formativo in maniera completa. Forse ho iniziato per far contenta mia madre, ma poi ho proseguito per passione. Ho fatto sia il corso di Assistente alla Comunicazione che quello di Interprete.

10) Qual è il tuo motto? 
Più che motto è un pezzo di una canzone dei CCCP: “La libertà una forma di disciplina”, come a dire che anche per essere liberi occorre essere attenti, guadagnarsi la libertà. Nasciamo liberi e dobbiamo mantenerci tali, con le passioni e con la testa.

10 Marzo 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Luca Caimi

Intervista a Luca Caimi di Michele Peretti – 10/03/2019

 Se in profondità siamo tutti vibrazione, dove sono le differenze?

Luca Caimi ha 26 anni ed è figlio di genitori sordi. Ciò che più lo affascina è il corpo umano, il movimento e ascoltare le persone. Lavora come preparatore atletico ed è studente di Osteopatia. Grazie all’Associazione CODA Italia, Luca e Gloria Antognozzi stanno portando avanti il Progetto “VIBRATIONS”: un video documentario che racconta il vissuto di famiglie con genitori sordi e figli udenti e viceversa.

Cosa significa per te essere CODA? 
Intanto ti ringrazio per questa domanda che per me ha un significato molto importante. Io credo che il verbo “essere” sia molto pericoloso, spesso porta a una forte identificazione con quello che si crede di essere, quando in realtà è solo una parte di ciò che siamo. Penso che i maggiori problemi nascano proprio dall’identificazione di una parte di sé, che spinge a chiudersi e a non vedere l’immensità che possiamo essere. Per questo, per me l’acronimo CODA racchiude un insieme di esperienze che mi hanno fatto crescere. CODA è ciò che ho e non ciò che sono; e io amo profondamente ciò che ho, perché mi ha permesso di essere ciò che sono.

Come e quando sei stato esposto all’italiano? 
Fino all’età di sei anni sono cresciuto con i miei nonni materni, in un paese della Puglia, e con loro ho imparato le prime parole, direi un mix tra italiano e dialetto. I miei nonni sono e sono stati delle figure fondamentali nella mia crescita.

A scuola ti sei mai sentito diverso dagli altri? 
Sì, profondamente. Avvertivo spesso un disagio e una sensazione di diversità, legata al fatto che per me molte cose erano normali. Eppure, come spesso accade, le reazioni degli adulti creano scompiglio. Vedevo fare cose dai miei compagni che io non potevo fare, come ad esempio telefonare ai miei genitori dopo un’interrogazione andata bene, o cose che io dovevo fare, come dover tradurre il giudizio, spesso non positivo, della maestra a mia madre. Questa diversità, i compagni spesso la vedevano con curiosità, mentre alcuni genitori come una distanza che sentivo molto forte. Questa diversità la porto nel mio cuore come la più grande bellezza e ricchezza che avessi mai potuto avere e solo ora so che ha una ragione profonda di esistere, perché senza di essa non ci sarebbero dubbi e senza dubbi non ci sarebbe crescita. Allo stesso tempo la diversità esiste nella misura in cui noi glielo permettiamo. Questo è il messaggio che io e la mia amica Gloria vogliamo trasmettere con il progetto “VIBRATIONS”. La diversità che vediamo nel mondo e che definiamo realtà rispecchia la separazione che abbiamo dentro di noi. Ora voglio condividere una domanda che mi sono posto: e se la diversità esistesse per essere accettata e farci comprendere che in realtà non esiste?

Da un punto di vista culturale ti senti più udente o sordo? 
È una domanda a cui non so rispondere. Credo di essere semplicemente Luca, con una mia cultura, sicuramente influenzata da entrambi i mondi ma allo stesso tempo che non appartiene a nessuno dei due.

Hai mai seguito dei corsi di Lingua dei Segni Italiana? 
Non ufficialmente, ma se vivere con due genitori sordi può essere considerato un corso, allora sì.

Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
A me non piace generalizzare perché credo che ogni persona sia unica al di là della Cultura cui appartiene. Ci sono ovviamente delle tendenze che ogni cultura ha e quello che mi piace dei sordi è sicuramente l’espressività. Hanno una capacità di comunicare con il corpo e con il viso che gli udenti non hanno. Spesso dico che anche se non sai cosa sta dicendo un sordo lo puoi intuire. Un’altra tendenza che hanno, sicuramente legata al loro vissuto, ma che non condivido, è la rigidità e la chiusura nei confronti della comunità stessa; facendo distinzione tra impiantati, oralisti e segnanti. Mi dispiace davvero tanto perché stanno facendo quello che hanno ricevuto in passato da altri, ovvero emarginano ed escludono solo per un’etichetta (sordo, oralista, impiantato) senza conoscere la persona che c’è dietro. Così facendo stanno andando contro quello che per molto tempo hanno ricercato: l’integrazione.

Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlio di sordi? Se sì, quali? 
Le chiamerei particolarità e non difficoltà, ma effettivamente, sono diventate tali quando cose che per me erano normali per gli altri erano strane. Questo ha fatto sì che l’ignoranza, la mancanza di informazione e di figure sociali adeguate, rendessero queste particolarità delle vere e proprie difficoltà. Ora so quanto un riferimento negli ospedali, nelle scuole e in vari contesti possa aprire la mente e il cuore delle persone, così da far vedere al bambino che la sua stranezza è in realtà una grande ricchezza, senza dover aspettare di fare un lavoro personale per comprenderlo. Ovviamente le maggiori difficoltà le ho incontrate a scuola dove i miei genitori non erano ben inseriti e resi partecipi del mio andamento e mi auguro che nessun bambino debba più tradurre a sua madre quanto non sia bravo in una materia o quanto si debba impegnare.

Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
I benefici credo siano ben visibili. Primo fra tutti l’elasticità mentale di conoscere due lingue di cui una visiva e quindi diversa da tutte le altre. E sicuramente la ricchezza di avere uno strumento in più di comunicazione. Molti pensano che la LIS sia limitata, io credo che ogni lingua lo sia, in quanto non potrà mai esprimere pienamente cosa si ha dentro. Sono convinto però che l’italiano lo sia molto di più. Sappiamo perfettamente che la comunicazione reale dipende non tanto dalle parole quanto da quella che si definisce comunicazione non verbale e su questo credo che la LIS sia molto più incisiva.

C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi? 
Ce ne sono davvero tanti, ma vorrei condividere prima di tutto un episodio pieno di amore e di tenerezza che ogni volta mi commuove. Ricordo come se fosse ieri che, dopo un colloquio a scuola e dopo aver tradotto a mia madre il mio scarso impegno nei compiti e nello studio, tornando a casa mi obbligò a studiare. Io come sempre aprivo il libro e facevo finta, ma quella volta mia madre si sedette vicino a me e io, spiazzato, finsi di ripetere a voce alta. Lei, per capire se stessi facendo sul serio, mi poggiò le dita sulla gola all’altezza delle corde vocali per sentire le vibrazioni e contemporaneamente mi leggeva le labbra. Questo andò avanti per ore. Io in quel momento capii di avere qualcosa in più rispetto agli altri.
Ricordo con altrettanta gioia quando mio padre, tornato la sera da lavoro, studiava per prendere il diploma e si impegnava nel migliorare il suo italiano. È un esempio che mi porterò sempre nel cuore e che mi ha insegnato molto di più di ripetere a memoria quella lezione in presenza di mia madre. Ora so che i miei scarsi risultati in italiano erano dovuti al mio essere bilingue. Mi stupisce che sin dalla più tenera età i bambini siano giudicati con dei numeri chiamati voti, senza tuttavia comprendere cosa c’è dietro e lasciare che si esprimano liberamente. Lo dico senza critica ma con la certezza che questa vecchia consapevolezza possa cambiare. Posso dire in base alla mia esperienza che sentirsi giudicati ed etichettati come “non bravi” in qualcosa, crea effettivamente questa realtà e non il contrario.

Qual è il tuo motto? 
Segui il flusso.


10 Marzo 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Tiziana Cecchinelli

Intervista a Tiziana Cecchinelli di Michele Peretti – 26/02/2019

Essere Coda ha contribuito alla definizione della mia identità.

Tiziana Cecchinelli vive e lavora a La Spezia. Figlia di sordi, è impegnata nell’ambito della disabilità e nella rieducazione della letto-scrittura nei bambini sordi. Da anni collabora con scuole ed enti pubblici nell’intento di promuovere e sensibilizzare famiglie, insegnanti e operatori socio-sanitari all’utilizzo della Lingua dei Segni. Nel 2004 ha fondato la Cooperativa Sociale Percorsi di cui è stata per quindici anni presidente. Oggi come libera professionista lavora privatamente nella rieducazione dei Disturbi Specifici di Apprendimento. Attualmente è impegnata nella promozione del suo nuovo romanzo autobiografico “Peccato, io non sono sorda!” edito da Erga Edizioni.

1) Cosa significa per te essere CODA? 
Essere Coda ha contribuito alla definizione della mia identità e direi anche professionalità. Si nasce Coda non per scelta e poi si lavora su di sé per accettarlo o meno, e questa è un’operazione che richiede impegno e forte motivazione personale.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano? 
Sono cresciuta in una casa in cui convivevano i nonni udenti e i miei genitori sordi segnanti, pertanto ho avuto la fortuna di essere esposta ad entrambe le lingue da subito. Da un punto di vista linguistico però ho sempre faticato di più con le parole che non con i movimenti o le immagini, nel senso che le parole non mi venivano in mente mentre avevo una predisposizione alla visualizzazione del pensiero.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri? 
Sì, purtroppo! Mi sono sempre sentita inferiore agli altri e quindi mi sono impegnata moltissimo per colmare un gap che in realtà sentivo solo io. Sono nata negli anni ‘70, all’alba delle leggi sull’integrazione scolastica e sociale. Ho vissuto sulla mia pelle la disabilità dei miei genitori, ero l’unica nella mia condizione e qualche volta sono stata presa in giro. Per strada era meglio non segnare, il contesto sociale e culturale del tempo ha contribuito ad alimentare la vergogna di avere due genitori sordi.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda? 
Difficile rispondere. Almeno spero di averlo fatto con il mio libro. È evidente che vivo, parlo e penso da udente, ritengo però che il mio essere sorda abbia contribuito alla formazione soprattutto della mia intelligenza emotiva. Oggi, a fronte di un percorso di ristrutturazione del mio vissuto, posso dire che spesso mi trovo a segnare anche quando sono da sola ad ascoltare la musica. Ho imparato a isolarmi dall’esterno e a ricercare il silenzio come parte importante di me. Dei sordi ho l’ipersensibilità alla luce e agli aspetti visuo-spaziali: è più probabile che mi distragga un movimento percettibile nel mio spazio visivo piuttosto che un rumore.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
Dei sordi apprezzo il senso di appartenenza a una comunità. Non esiste l’individualismo tra i sordi e questo è un punto di forza. Mi piace meno quando sono diffidenti verso gli altri, soprattutto udenti, cosa che comunque tento di giustificare conoscendo la storia e la cultura sorda. Degli udenti non mi piace la chiusura che ancora c’è verso l’altro, soprattutto se “diverso”. Anche se sulla carta siamo uno dei paesi più avanzati nell’ambito dell’integrazione credo che ci sia ancora molto da fare.

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali? 
Beh! Soprattutto linguistiche. A casa c’erano due sordi con scarse competenze lessicali e due nonni adorabili che parlavano più il dialetto dell’italiano. Mi sono dovuta dare un gran daffare per imparare la lingua italiana. La resilienza l’ho imparata così, credo.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
Il contesto bilingue è sempre fonte di arricchimento per un bambino. Credo che nel mio caso sia stato uno dei fattori determinanti sia del mio sviluppo cognitivo che emotivo. Essere esposti a due lingue sin da piccoli favorisce l’elasticità cerebrale, se una di queste poi è una lingua visiva come la LIS, questo stimola lo sviluppo di abilità visuo-spaziali e di memoria. Sono cresciuta con doppie stimolazioni provenienti da due codici linguistici e questo ritengo sia stato un bene.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi? 
Nel mio libro “Peccato, io non sono sorda!” (Erga Edizioni) di episodi ce ne sono molti. Vi dico solo come è nato il titolo: quando ero piccola amavo cantare e mia madre ogni volta mi diceva “Peccato, io sorda!”. Non è stato facile sopportare il senso di colpa di essere nata udente ma credo che la mia storia e il titolo del libro alla fine dimostri che in qualche modo ci sono riuscita.

9) Perché hai scelto di diventare Assistente alla Comunicazione? 
Anche questo racconto nel libro. Non è stata una scelta. Da neolaureata avevo deciso di occuparmi di altro. Poi al servizio pubblico dove lavoravo è arrivata una famiglia di sordi e da lì mi sono dovuta rimettere in gioco, sia emotivamente che professionalmente. È stato faticoso vincere le iniziali resistenze ma poi ho riscoperto il mio essere sorda.

10) Qual è il tuo motto? 
Ne ho più di uno. Ad esempio: l’autenticità e la forza di una persona si misurano nella capacità di vivere appieno la sua fragilità e condividerla. Oppure: se la vita prende una rotta non prevista aggrappati al timone e tira fuori le palle!

9 Febbraio 2019
di Michela Moschillo
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Champions’ Camp 2019

Forti del successo dello scorso anno, che ha visto la partecipazione di oltre 60 bambini e ragazzi sordi, siamo molto felici di comunicarvi che sono aperte le prescrizioni per la V EDIZIONE.

Le settimane di Multisport Camp sono articolate, per fasce di età, in 4 settimane: due in montagna e due al mare, la grande novità di quest’anno! 
Lo staff di CODA Italia sarà presente solo nelle settimane al mare!

➡️ È aperto a tutti i bambini e ragazzi CODA, sordi e udenti che vogliano provare nuove esperienze e specializzarsi in diversi sport, oltre a vivere una vacanza indimenticabile in un contesto di piena integrazione.

Non vediamo l’ora di passare un’altra estate insieme a voi! 😍💙

Per informazioni e iscrizioni: 
codaitaly@gmail.com (per bimbi e ragazzi CODA, cioè bimbi e ragazzi udenti con genitori sordi)
asdgssreggioemilia@gmail.com (per bimbi e ragazzi sordi)
www.championscamp.it

Champions’ Camp 2019

9 Febbraio 2019
di Michela Moschillo
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CODA power: vedere con altri occhi – Susanna Di Pietra

Intervista a Susanna Di Pietra di Michele Peretti – 09/02/2019

CODA Italia (Children of Deaf Adults) è un’associazione di promozione sociale nata il 16 ottobre 2014.

Susanna Di Pietra, 32 anni, da dodici anni lavora come Assistente alla Comunicazione. Interprete LIS, è iscritta al corso di laurea in Scienze della formazione primaria. Vicepresidente e socia fondatrice dell’Associazione Coda Italia.

Com’è nata l’idea di fondare l’Associazione CODA Italia? 
L’idea di creare l’associazione è nata da un incontro avvenuto, due anni prima della fondazione, tra lo psicologo sordo Mauro Mottinelli e i partecipanti che erano tutti Coda. La pulce nell’orecchio ce l’ha messa lui e pensando al fatto che in Italia non esistesse una realtà del genere ci siamo rimboccate le maniche e abbiamo creato “Coda Italia”. Ad oggi ci occupiamo di incontri, tavole rotonde, campi estivi per ragazzi, sostegno a quei Coda che non accettano ancora la loro situazione familiare, chi la vive male e se ne fa una colpa, quando invece noi vogliamo essere di esempio, soprattutto per i più piccoli, ed essere d’aiuto a quei genitori che incontrano difficoltà nel crescere i loro figli udenti perché di un altro mondo. Siamo in stretto contatto con le altre associazioni all’estero e a luglio andremo a Parigi per “CodaLove2019” dove ci incontreremo con tutti i Coda del mondo.

In cosa consiste il progetto “Vibrations”? 
Il progetto “Vibrations” sarà un documentario che raccoglierà esperienze di vita familiare tra similitudini e differenze di famiglie con genitori sordi e figli udenti e viceversa. È partita una raccolta fondi per portare a termine questo progetto che è già iniziato, ma visto che c’è molto da fare abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti.

Cosa significa per te essere CODA? 
Per me essere “Coda” vuol dire avere oggi una ricchezza interiore e un senso d’orgoglio forte e puro che mi ha portato a fondare l’associazione in cui credo molto.

Come e quando sei stata esposta all’italiano? 
Sono stata esposta fin da subito, i miei nonni sono tutti udenti e quindi grazie a loro mi esponevo all’italiano. Ricordo le telefonate che facevo alla mia nonna materna che vive nelle Marche e facevo da ponte/interprete tra lei e mia madre. Inoltre mia madre, con me, utilizzava molto la lingua dei segni ma accompagnava al segno anche la voce e poi mi ha mandata subito alla scuola dell’infanzia.

A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri? 
Sempre, fino alle superiori. Mi sembrava di appartenere a un altro mondo, di pensare in maniera diversa o di parlare in modo diverso…non so, e nello sguardo degli altri intuivo questa cosa.

Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda? 
50 e 50, a volte più sorda a volte più udente. Dipende dalle dinamiche che si creano, ovvio che trovandomi in contesti sordi, la mia cultura sorda prevale.

Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
Apprezzo quando si vogliono fondere, integrarsi, senza distinzioni tra sordo o udente, perché non ce n’è motivo. A volte le disuguaglianze vengono fuori ma si possono cancellare con poco.

Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quanto hanno influenzato il rapporto con i tuoi genitori? 
Il mio rapporto con mia madre è ottimo e lo è sempre stato, ho perso mio padre da piccolina ma ho ricordi importanti di lui. C’è stato sempre molto dialogo in famiglia, ci siamo sempre dette tutto, penso sia fondamentale, ed è anche per questo che è nata l’associazione, perché genitori e figli possano avere un rapporto che non li faccia sentire diversi l’uno dall’altro. A me le etichette non piacciono, si vive e si cresce tutti insieme. Non ho avuto difficoltà nell’essere figlia di sordi, ho incontrato solo molta “ignoranza” che tuttora purtroppo persiste e a volte non l’accetto.

Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
Si è molto più maturi, più predisposti a determinate situazioni, sensibili e ricchi interiormente. Hai altri occhi, affronti le cose in maniera differente, pratica, diretta. Dicono che i Coda riescano a vedere tutto in maniera più semplice, hanno una visuale molto più sviluppata, sarà un superpotere 🙂

C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi? 
Sì, proprio qualche giorno fa, mentre ero al lavoro, una persona mi ha chiesto come fa mia madre a sentire il citofono e io ho risposto che la mia casa è una discoteca: piena di luci a ritmi intermittenti. Capita anche che citofono e telefono suonino insieme e ritornando indietro nel tempo mi sono ricordata di quanto da piccola ne fossi orgogliosa e ai miei compagni di scuola che venivano a trovarmi mostravo con fierezza l’alternanza delle luci. Non era una casa come un’altra, la mia era ed è speciale. La mia famiglia è speciale.

Diventare Interprete LIS: vocazione o senso del dovere? 
Interprete fin da piccola senso del dovere, ora direi più vocazione ma è pur vero che senza il mio vissuto oggi non sarei un’interprete. Non tutti intraprendono questa strada, alcuni la rifiutano. A me è sempre piaciuto ma ho voluto concretizzare questo mio piacere e renderlo un lavoro importante e con dei valori.

Qual è il tuo motto? 
“Chi troppo ci pensa rimane senza” dice mia nonna, e ha ragione!!