Coda Italia

(Children of Deaf Adults), associazione di promozione sociale, figli udenti di genitori sordi

15 Ottobre 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Rita Sala

Intervista a Rita Sala di Michele Peretti – 18/09/2019

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Rita Sala è Interprete di Lingua dei Segni da più di vent’anni e laureata in Sociologia presso l’Università di Padova. Dopo varie esperienze all’estero si è specializzata in Deaf Studies. Insegna tecniche di interpretazione e Deaf Culture presso vari enti quali Università Ca’ Foscari di Venezia, Siena School for Liberal Arts, Gruppo Silis di Roma, Oppi di Milano e varie sedi provinciali ENS. Collabora da anni anche con la Mason Perkins Deafness Fund onlus.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Significa aver vissuto in famiglia un’esperienza diversa dal comune. Significa essere parte anche della comunità sorda. Significa aver avuto responsabilità diverse dalle persone della mia età e forse essere cresciuta più velocemente per alcuni aspetti.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Da sempre. In famiglia si usava più l’italiano che la LIS. Grazie anche a mia nonna udente, che viveva in casa con noi e parlava italiano.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri?
Sì, quando durante i colloqui facevo da interprete tra le maestre e i miei genitori. Le sgridate per non aver studiato i miei compagni se le prendevano a casa, io le traducevo e me le prendevo al momento!

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda?
Direi più udente anche se culturalmente mi sento parte integrante della comunità sorda.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Della cultura udente direi il dare per scontato che “udire” sia fondamentale, della cultura sorda il pensare che udire equivalga a sapere tutto.

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali?
Fare da tramite per i miei perché la società non era in grado di farlo, mi ha sicuramente messo in difficoltà. Alcune mie scelte sono state condizionate dall’avere i genitori sordi, o meglio dall’idea che avendo dei genitori sordi fosse necessario fare delle scelte che tenessero conto di questo.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Sicuramente la competenza in due lingue mi ha dato la possibilità di costruirmi una professione. Inoltre la capacità di mettermi nei panni degli altri e di fermarmi a ponderare la diversità non come un aspetto negativo bensì come una peculiarità.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Uno dei tanti è aver pensato che i miei non fossero sordi ma delle spie che fingevano di essere tali…e so di non essere stata l’unica.

9) Diventare Interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Nato come un dovere (se non io chi altri?), diventato un piacere (quante cose imparo e quanta gente conosco) e una professione da fare al meglio che posso per rendere il ricco scambio tra i due mondi.

10) I CODA figli di segnanti dimostrano in genere una predisposizione maggiore all’interpretariato IT>LIS>IT?
Non saprei. La mia generazione viene dall’oralismo e quindi da genitori in parte segnanti e in parte no. Mia mamma non segnava, mio papà sì ma in associazione, a casa poco visto che io e mio fratello eravamo udenti. Mio fratello non segna. Io sono cresciuta all’ENS e i miei amici erano segnanti. È un mondo talmente variegato che non saprei dare una risposta netta. Certo chi ha i genitori segnanti ha due lingue e come tutti i bilingui ha possibilità di inserirsi nel mondo dell’interpretariato.

11) Qual è il tuo motto?
Non ne ho uno ma se non so come andrà qualcosa quello che mi dico è “andando vedendo”. Non è un motto ma più una frase che mi aiuta a dare spazio al tempo.

15 Ottobre 2019
di Michela Moschillo
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5° anniversario CODA Italia

Per il nostro 5° anniversario siamo onorati di avere Tiziana Cecchinelli che parlerà con noi del suo libro “Peccato, io non sono sorda!”, parleremo insieme di molti spunti che ci ha dato il suo libro collegandoci al nostro essere figli di genitori sordi.
Vi aspettiamo a Via Nomentana 56, venerdì 18 ottobre, presso l’ISSR dalle ore 16,30 alle ore 18,30.

Cinque anni insieme ❤️

Chi vorrà potrà inoltre partecipare ad un nuovo APERISEGNO per festeggiare la sera stessa al MONK Roma (Via Giuseppe Mirri 36, Roma) dalle ore 19.30.(PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA: codaitaly@gmail.com )

Aperisegno è un modo divertente per scoprire, conoscere e imparare la Lingua dei Segni italiana, dando a tutti la possibilità di sperimentare l’interazione con persone sorde e udenti segnanti.
La comunità di APERISEGNO vuole diffondere l’utilizzo della LIS attraverso un momento ricreativo, ponendosi l’obiettivo di sensibilizzare e promuovere questa cultura.

“APERISEGNO UN MODO DIVERTENTE PER IMPARARE LA LINGUA DEI SEGNI ITALIANA”

Vi aspettiamo in questi due eventi in un unico giorno!!!

4 Luglio 2019
di Michela Moschillo
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CODA LOVE 2019

Sta per arrivare l’11 Luglio!
Dall’11 al 14 Luglio 2019 saremo in Francia per la grande conferenza internazionale esclusivamente per CODA… siamo emozionati perchè questa conferenza che CODA International ha istituito e che si ripete ogni due anni in un posto diverso del mondo sta per diventare un’esperienza concreta anche per noi! La nostra prima conferenza CODA internazionale!

4 Luglio 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA (Children of Deaf Adults): intervista a Maria Luisa Franchi

Intervista a Maria Luisa Franchi di Michele Peretti – 23/06/2019
Essere CODA vuol dire sentire una profonda familiarità con le persone sorde.

Maria Luisa Franchi è un’interprete di Lingua dei Segni Italiana (LIS), bilingue fin dalla nascita. Dagli anni ’80 collabora con l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR di Roma, è insegnante di LIS e formatrice di interpreti. Il 6 giugno 2019 la trasmissione RAI “Uno Mattina” ha celebrato i 25 anni dalla prima messa in onda del TG 1 LIS. In quell’occasione fu proprio lei a ricoprire il ruolo di interprete.

1) Cosa significa per te essere CODA? 
Vuol dire sentire profondamente la familiarità con le persone sorde, sentire in maniera viscerale la necessità del rispetto dei diritti delle persone sorde.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano? 
In realtà la mia famiglia era composta per lo più da udenti. Per questo io sono stata esposta all’italiano sin dalla nascita. Soltanto mio padre, mio zio e mia zia erano sordi e quindi noi frequentavamo moltissimo la Comunità Sorda. Inoltre, mia madre e mio fratello hanno lavorato per tanti anni in un convitto per sordi.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri? 
Sì, inevitabilmente. Mio padre era sordo quindi io avevo sempre un senso di vergogna nel dire che mio padre era sordo. Forse più che di vergogna si trattava di ritrosia, timidezza, e non sentirsi uguale agli altri. Il disagio dell’adolescenza si è poi trasformato in un profondo orgoglio nell’età della giovinezza e poi della maturità.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda? 
Decisamente udente. Tuttavia la profonda conoscenza della Cultura Sorda mi porta sempre ad avere un’attenzione particolare, un senso di appartenenza molto forte.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
Ognuna delle due culture mi porta a comprendere la differenza, ovvero la ricchezza che sta nella differenza tra le due culture. Della Cultura Sorda non amo il senso di timidezza o di reticenza che si ha quando una cultura è stata per molto tempo sottomessa alla cultura dominante. Della cultura udente non mi piace la scarsa conoscenza che porta a volte le persone udenti a un comportamento poco accogliente nei confronti delle persone sorde o al contrario troppo accogliente.

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali? 
In tutta onestà non ricordo di aver avuto particolari difficoltà anzi questa mia provenienza mi ha creato una strada professionale molto solida. E come a volte accade, è stato un valore aggiunto che mi ha portato a traguardi altrimenti insperati.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
Una ricchezza culturale.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Da giovanissima interprete andai insieme a una persona sorda da un avvocato. Si tratta di molti anni fa quando i sordi, con il loro deficit invisibile, passavano inosservati e la Lingua dei Segni non era ancora in televisione, pertanto totalmente sconosciuta. Dopo qualche minuto di domande dell’avvocato e risposte della signora sorda, squilla il telefono. L’avvocato inizia a parlare e io contemporaneamente inizio a interpretare le parole dell’avvocato, anche se non rivolte alla persona sorda. L’avvocato mi guarda sbalordito e, al termine della conversazione telefonica, mi chiede cosa avessi fatto e perché. “Ho interpretato quello che ho sentito. Io sono l’udito della signora, quindi faccio in modo che lei possa ascoltare tutto quello che sento io. In questo modo la persona sorda può sentirsi come una persona udente. Il mio lavoro non è solo quello di passare il messaggio rivolto direttamente ai sordi, ma è anche e soprattutto farli sentire immersi nella comunicazione orale così come lo siamo noi”. L’avvocato mi ha guardato come se gli avessi aperto una finestra sul mondo e mi ha detto: “Lei mi ha dato una grande lezione sulla sordità, grazie!”.

9) Diventare Interprete LIS: vocazione o senso del dovere? 
Decisamente vocazione. Il senso del dovere è rivolto alla mia professione nel portare avanti con serietà, attenzione alle persone sorde e passione nel migliorare le abilità di interpretazione giorno dopo giorno.

10) Qual è il tuo motto? 
Non ne ho uno soltanto. Ne ho diversi: “La vita è una figata”, “Sorridi alla vita” e “Per aspera ad astra”.

27 Giugno 2019
di Michela Moschillo
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Segni – Sordi in famiglia

A proposito di CODA, vogliamo condividere con voi questa puntata della stagione “Segni” in cui si vede una famiglia con entrambi i genitori sordi assieme al primogenito e il secondo figlio udente, quindi CODA! 🙂

” Un viaggio alla scoperta di una famiglia, che vive e assume la propria sordità con fierezza.

Ultima puntata della stagione di “Segni”, il magazine condotto da persone sorde in lingua dei segni. Questa settimana conosceremo la famiglia Spiller, padre e madre sordi, come pure il figlio primogenito e i nonni paterni, mentre solo il figlio cadetto è udente. Un’immersione nel quotidiano di una famiglia svizzero tedesca, gli Spiller, per scoprire come vivono la loro sordità, quali rapporti si sono instaurati tra i vari membri, quali le difficoltà. Un viaggio alla scoperta di una famiglia, che vive e assume la propria sordità con fierezza. “

27 Giugno 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA (Children of Deaf Adults) a Monteleone di Fermo

Intervista a Danilo Antognozzi di Michele Peretti – 11/06/2019

Danilo Antognozzi ha 28 anni ed è originario di Monteleone di Fermo, un paesino di 300 anime sito nell’entroterra marchigiano, precisamente nella provincia di Fermo. Da 11 anni lavora come pizzaiolo in una nota pizzeria locale.

1) Cosa significa per te essere CODA? 
Essere Coda per me vuol dire apprendere e crescere più velocemente degli altri. Già da bambino inizi a capire di essere un Coda e che i tuoi genitori potrebbero aver bisogno di te in varie situazioni della loro quotidianità, soprattutto nella comunicazione con gli udenti.

2) Come e quando sei stato esposto all’italiano?
Mio padre è sordo mentre mia madre ha la protesi, quindi ho iniziato ad acquisire l’italiano grazie a lei e devo dire che a scuola non ho avuto nessun tipo di difficoltà.

3) A scuola ti sei mai sentito diverso dagli altri?
A dire la verità no, anche perché non lo vedo come un limite.

4) Come viene percepita la sordità in un piccolo paese come Monteleone? 
Nel mio paese i miei genitori sono le uniche due persone sorde, ma devo dire che non hanno mai avuto problemi. Mia madre ha lavorato in Comune per moltissimi anni e si sono fatti un sacco di amici. Il bello dei miei compaesani è che con il tempo hanno imparato a comunicare con mio padre nonostante non conoscano la Lingua dei Segni e devo dire che questa cosa mi rende orgoglioso perché non li hanno mai fatti sentire diversi.

5) Che tu sappia cosa offre la Provincia di Fermo per le persone sorde? 
Nel Fermano diciamo che ci sono vari centri di aggregazione o circoli, che dir si voglia. Ma la zona che offre qualcosa in più è San Benedetto del Tronto dove c’è la sede dell’ASD e APS Sordapicena, nonché la squadra di Calcio a 5 sia maschile che femminile, dove i miei hanno giocato fino a pochi anni fa. Adesso fanno parte del direttivo. Questo è un vero e proprio punto di ritrovo per i sordi. Danno vita a molte iniziative aperte sia a persone sorde che udenti: spettacoli teatrali, convegni, corsi LIS, eventi sportivi come i giochi senza barriere. Lì dentro ho trascorso quasi tutta la mia infanzia quindi mi sono avvicinato alla LIS soprattutto grazie a loro.

6) Cosa apprezzi delle due culture (sorda e udente) e cosa invece ti piace meno? 
Della cultura sorda apprezzo veramente il fatto di non sentirsi per niente “diversi”, fanno tutto senza porsi nessun tipo di problema. Mio padre ad esempio ha girato mezzo mondo e non si è mai posto nessun problema nel come affrontare il viaggio e come fare a comunicare una volta arrivato in uno Stato straniero. Noi udenti invece ci facciamo molti più problemi. Ad esempio se non conosciamo l’inglese, non andiamo in determinati posti. Inoltre, diamo molto peso a quello che la gente possa pensare di noi. Secondo me i sordi si godono di più la vita. La cosa che invece non apprezzo di loro è che a volte non vorrebbero farsi aiutare. Non comprendono che in alcune situazioni è fondamentale avere una persona udente al loro fianco, perché poi siamo sempre noi figli, mogli, mariti o genitori che siano, a dover sistemare le cose, per così dire.

7) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlio di persone sorde? Se sì, quali? 
A dire la verità grandi difficoltà non ne ho mai avute o forse qualche volta a scuola. Poteva capitare, durante i colloqui, che vedessi mia madre un po’ in difficoltà nel capire i professori. Per quanto riguarda me ho avuto sempre rispetto dai miei amici.

8) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
Crescere in questo contesto è certamente un’esperienza positiva che mi ha fatto e mi sta facendo crescere in maniera diversa, anche se adesso frequento poco i sordi a causa del lavoro. Ho avuto l’opportunità di conoscere persone splendide. Il vantaggio è quello di scoprire il mondo con persone che affrontano la vita in modo diverso dal tuo. Diciamo pure che noi Coda abbiamo un bagaglio esperienziale più ampio. E devo ammettere che sono contento di essere cresciuto in un contesto così perché i miei genitori mi hanno insegnato molte cose.

9) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Una mattina di quest’inverno mi scrive la mia ragazza: “Mi sono iscritta a un corso LIS che si svolgerà nella provincia di Fermo, così quando fai le videochiamate con i tuoi posso capire anch’io”. Sono rimasto realmente stupito da questa cosa, però vedo che ultimamente la gente è curiosa, ha voglia di capire e di saperne di più. Grazie a CODA Italia stiamo cercando di sensibilizzare le persone alla Lingua dei Segni e al mondo della sordità.

10) Qual è il tuo motto? 
Il motto che ho adottato come stile di vita è: “Chi si ferma è perduto”.

27 Giugno 2019
di Michela Moschillo
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Essere CODA (Children of Deaf Adults): intervista a Patricio Castillo Varela

Intervista a Patricio Castillo Varela di Michele Peretti – 02/06/2019
“Il silenzio è qualcosa di unico e favoloso che ti permette di fare dei lunghi viaggi interiori e di guardare le cose più in profondità.”

Patricio Castillo Varela è nato a San Miguel, nella città di Santiago del Cile, il 09/09/74. Lui è l’unico udente in una famiglia di sordi: i genitori e le due sorelle. Attualmente vive a San Marino con la moglie e le due figlie. Lavora come responsabile e gestore di progetti d’inclusione in Italia e all’estero tramite l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (APG23) e il Progetto InSegni Apprendi (www.insegniapprendi.org).

1) Cosa significa per te essere CODA? 
Oggi che ho 44 anni e una certa consapevolezza, essere CODA è per me un grande dono e una grande possibilità. Far parte di due realtà, due mondi, due culture e due lingue diverse è una grande ricchezza. È Grazie alla sordità della mia famiglia se sono diventato curioso, creativo, resiliente, intraprendente, sensibile ed empatico.

2) Come e quando sei stato esposto alla lingua vocale? 
Sin da piccolo. I miei genitori si sono sposati poco prima del colpo di Stato in Cile del 1973 e per aiutare i loro familiari decisero di vendere la casa. Di conseguenza i miei si sono trasferiti dai nonni paterni che erano udenti, motivo per cui sono cresciuto sia con la lingua dei segni che con la lingua spagnola parlata.

3) A scuola ti sei mai sentito diverso dagli altri? 
Ricordo due episodi in particolare. Uno riguarda le battute e i dispetti che mi facevano alcuni compagni di classe. Sappiamo bene che i bambini non filtrano, sono diretti e a volte fin troppo birichini. Alcuni di loro chiamavano “muti” i miei genitori per fare gli spavaldi davanti agli altri. L’altro episodio poco felice si verificò quando ero in seconda media. Un professore mi vide chiacchierare con un compagno durante la lezione e per punirmi in qualche modo fece una battuta spiacevole. Disse ad alta voce: “si vede che Patricio a casa non parla mai”, ridendo e cercando approvazione da parte di chi assisteva. Sicuramente è stato un momento molto imbarazzante e spiacevole, soprattutto perché ero piccolo. Non sono riuscito a difendermi o a sfogare la frustrazione di quel momento. Mi fece male che a pronunciare quelle parole fosse proprio un mio insegnante, un adulto che avrebbe dovuto darci il buon esempio. Certi episodi sono riuscito a elaborarli solo crescendo, maturando e perdonando.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sordo? 
Mi sento a mio agio in entrambe le culture e in entrambi i mondi, sia dal punto di vista culturale che linguistico. A volte sento la necessità di momenti di silenzio e di tranquillità e amo la musica di ogni genere. Infatti mio padre mi ha abituato sin da piccolo ad ascoltare la musica. A 5 anni mi regalò una radio che ancora conservo come una reliquia e che rappresenta un ricordo a me molto caro. Ebbe l’intuizione e il desiderio di farmi imparare la lingua spagnola parlata e allo stesso tempo la musica mi avrebbe tenuto compagnia. Ogni volta che ci ripenso mi commuovo.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
Della cultura sorda apprezzo il silenzio e la possibilità di ascoltarti dentro. Il silenzio è qualcosa di unico e favoloso che ti permette di fare dei lunghi viaggi interiori e di guardare le cose più in profondità. L’altra cosa che mi piace è la capacità di esprimersi e di comunicare in maniera completa, con le mani, il viso, gli occhi e il corpo. Quello che mi piace meno è il rischio di rimanere isolati. Se non c’è un contesto adeguato e pronto ad accogliere la sordità, questa passa inosservata agli occhi delle persone, a volte incompresa o sottoposta a pregiudizi. Della cultura udente mi piace poter sentire il rumore del mare, del vento, la musica e il canto degli uccelli. Ciò che detesto è il rumore esagerato che a volte c’è in alcune città. Non mi piace invece quando si parla troppo e non si ascolta. A volte udire non è sinonimo di ascolto vero e proprio.

6) Perché hai deciso di imparare la LIS? 
Conoscevo già lo spagnolo e la Lingua dei Segni Cilena perché sono nato in Cile. Crescendo ho voluto studiare per diventare interprete e questa possibilità l’ho avuta una volta giunto a San Marino. Desideravo avere uno strumento in più per sviluppare in maniera più seria e formale alcuni progetti di inclusione e accessibilità per le persone sorde e le loro famiglie. Inoltre ho avuto modo di acquisire ulteriori competenze riguardanti il mondo della sordità.

7) Hai colto delle affinità tra la Lingua dei Segni Cilena e la LIS? 
Sì, la struttura è sempre quella. Alcuni segni sono simili, ad esempio “casa” o “lavoro” si segnano nello stesso modo. Invece altri segni sono completamente diversi. Ad esempio la parola “Bene” o “buono” in LIS diventa: “cosa vuoi?” e questo è molto divertente. Ricordo un aneddoto in metropolitana a Roma. Mentre comunicavo con i miei in Lingua dei Segni Cilena, alcuni sordi italiani ci guardavano un po’ esterrefatti come se stessimo dicendo “cosa vuoi?” ma in realtà non era così. La frase sembrava loro del tutto fuori contesto.

8) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale? 
Stimolare precocemente lo sviluppo cognitivo nei bambini CODA che hanno la possibilità di imparare due o più lingue, così come altri bambini bilingui. Un vantaggio riguarda la capacità di affinare la comunicazione non verbale e di avere un campo visivo più sviluppato. Vivere più culture ti permette di acuire una certa apertura mentale, di accogliere la diversità e l’identità di altre persone.

9) Diventare Interprete di Lingua dei Segni: vocazione o senso del dovere? 
Per me conseguire l’attestato di Interprete LIS è stata una scelta. Sin da piccolo ho aiutato i miei fungendo da mediatore, da ponte e dunque da interprete. In realtà non sempre è stato facile svolgere tale compito. Ad esempio quando giocavo con i miei amici del quartiere a San Miguel, poteva capitare che mio padre mi chiedesse di accompagnarlo a fare delle commissioni o al lavoro. A volte mi sentivo condizionato e questo suscitava in me un senso di frustrazione.

10) Qual è il tuo motto? 
“Dall’io al Noi” mi piace molto. L’ho imparato conoscendo una persona molto cara e importante per me: Don Oreste Benzi. Mettendolo in pratica nella vita quotidiana, ti rendi conto che siamo limitati e che abbiamo bisogno degli altri. L’incontro è importante e necessario. Aiutare e lasciarsi aiutare vuol dire essere umili. Da piccolo ho dovuto arrangiarmi con i compiti di scuola, a prendere decisioni da solo e ad affrontare situazioni di responsabilità importanti. Perciò fino a poco tempo fa e ancora adesso mi capita di essere incapace di chiedere aiuto e di farmi aiutare. Questo può essere un pregio ma anche un difetto. Bisogna promuovere una società dove il NOI ha più valore dell’IO. Questo motto mi trasmette sempre una sensazione di grande positività.