Coda Italia

(Children of Deaf Adults), associazione di promozione sociale, figli udenti di genitori sordi

essere coda vanessa stizzoli

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Vanessa Stizzoli

Intervista a Vanessa Stizzoli di Michele Peretti – 23/02/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Vanessa Stizzoli è nata a Torino il 15.05.1994 da genitori sordi. Diplomata al liceo scientifico, ha conseguito la laurea di primo livello in Logopedia presso l’università degli studi di Torino con una tesi che ha coinvolto genitori sordi con figli sordi. Ha indagato come i trascorsi riabilitativi delle famiglie potessero influire nel percorso riabilitativo attuale del loro figlio sordo per poter ricercare le migliori strategie di counseling. Attualmente sta frequentando il Master universitario di primo livello in Neuropsicologia dell’Età Evolutiva e collabora con il Centro Audiologopedico dell’Istituto dei Sordi di Torino dove si occupa di differenti laboratori di comunicazione con bimbi, ragazzi e adulti sordi con sordità complesse e delle differenti casistiche dell’età evolutiva.

1. Cosa significa per te essere CODA?
Ho incontrato di recente una ragazza sorda che, citando il romanzo fumetto di Cece Bell, mi ha detto: “altro che supersorda, siete voi i supereroi, superCODA”. Ho sorriso e riflettuto su cosa significasse davvero per me quell’affermazione. Non mi sono mai sentita particolarmente “speciale” né una supereroina. Perché sin dall’infanzia avrei dovuto immaginarmi diversa dai miei coetanei? Tuttavia crescendo ho preso consapevolezza della grande ricchezza che ho. Essere CODA è per me una ricchezza: ricchezza di comprendere e comunicare in due lingue, ricchezza di conoscere e muovermi in due differenti culture e apprendere da ognuna di queste, ricchezza della sensibilità e dello spirito critico che ho sviluppato, ricchezza di pensieri, idee e attenzioni.

2. Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Sono stata esposta all’italiano fin da subito poiché i miei nonni paterni e materni erano udenti e anche mia sorella maggiore lo è. Inoltre mia mamma, anche se sorda profonda segnante, ha una buona competenza nella produzione in lingua italiana orale perciò fin da subito sono stata immersa nel bilinguismo.

3. A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri?
Nella tenera infanzia sinceramente no. Avevo forse davvero la convinzione che tutte le famiglie segnassero o che il mondo di ognuna di queste non fosse diverso dal mio e da quello dei figli udenti degli amici sordi dei miei genitori con i quali trascorrevamo insieme le vacanze o la domenica pomeriggio all’ENS. Giunta alle elementari, mi sono stupita che i miei compagni non si relazionassero al telefono con il concessionario, l’idraulico o con il commercialista sin dai tre anni di età, né che accompagnassero i genitori dall’agente immobiliare e facessero da interprete in diverse situazioni. Forse solamente crescendo mi sono davvero resa conto della diversità che mi contraddistingueva dai miei coetanei. Eppure è una diversità positiva, che non mi ha mai posto dei paletti nell’approccio con gli altri, bensì mi ha fatto comprendere a fondo quanto fosse difficile per i miei passare i pomeriggi a casa dei compagnetti o invitarli a casa nostra perché era difficile comunicare con loro o con i genitori. Con il senno di poi questa “normalità” forse un po’ mi è mancata.

4. Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Crescere nel mondo degli udenti ti permette senza dubbio di avere un’accessibilità comune: informarti, formarti, trovare un lavoro senza pensare. Forse però non è un mondo così accessibile. Una volta sono stata costretta a rivolgermi a una farmacia vicino a casa che faceva il turno di notte. Le saracinesche erano chiuse e si comunicava attraverso un citofono. Le medicine venivano consegnate mediante uno sportellino metallico che si apriva e chiudeva a comando. Mi sono chiesta: i miei come avrebbero fatto? E le stesse domande me le pongo quando al ristorante chiamano il tuo ordine urlandolo tra i tavoli o cose del genere. Crescendo udente ho avuto la fortuna di potermi muovere senza alcuna difficoltà in questo mondo. Eppure mi sono accorta di quanto ci sia ancora da fare affinché nessuno resti escluso. Sarei ipocrita ad affermare che non mi è mai pesato fare da interprete in situazioni scomode o dopo giornate pesanti in cui i miei avrebbero potuto cavarsela anche da soli. Ciò nonostante non posso far finta di dimenticare le difficoltà che incontrano quotidianamente. Capita che alcuni tentino di approfittarsi di loro o che non comprendano quanto una spiegazione data in fretta e con poca cura possa portare a delle incomprensioni.

5. Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Senza dubbio, come accennato prima, direi una grande ricchezza comune a tutte le persone bilingui. Tra i principali benefici di questa bellissima fortuna c’è quello di aver maturato una profonda sensibilità. Un’attenzione particolare al mondo che ci circonda e ai fatti che accadono intorno a noi, un’accurata ricerca delle parole o dei segni per trasmettere ogni dettaglio. Laddove non arrivano le parole, ecco che intervengono i segni a descrivere la realtà alla perfezione e con le più belle sfumature.

6. C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Tra i ricordi più belli che ho della mia infanzia ci sono numerosi pranzi e cene. Quando i miei rincasavano dal lavoro, mi trovavano pronta a chiedere loro i segni di alcune categorie in cui mi sentivo insicura: nomi di città, alimenti. Loro mi dicevano la parola e io mostravo tutta orgogliosa il segno corrispettivo o viceversa. Intanto cercavo di seguire il loro “movimento agile, profondo, sottile” e chiedevo di ripetermi tutto più lentamente perché non volevo perdermi alcun dettaglio delle conversazioni. Penso che ogni tanto fossero proprio stremati!

7. Perché hai scelto di diventare logopedista?
Le attività di chi opera in ambito educativo-socio-sanitario sono da intendersi come professioni di aiuto, pertanto il primo pensiero che salta alla mente è quello “sei cresciuta trovandoti spesso in situazioni che richiedevano il tuo aiuto, è comprensibile che tu potessi scegliere questo percorso di studi”. Sì, probabilmente è vero. La motivazione che spinge a dedicarsi al prossimo è sempre dettata dall’amore, dal dare senza l’esigenza di ricevere. Questo è stato l’insegnamento fondamentale che mi hanno trasmesso soprattutto i miei nonni e che cerco di non dimenticare mai. Non so perché ho scelto proprio la Logopedia come corso di studi, certamente non per lavorare prettamente con la sordità. Ero a conoscenza dei vari ambiti riabilitativi di intervento e tutti mi affascinavano. Ora sto cercando di specializzarmi sulla valutazione e il trattamento dei disturbi del neurosviluppo, ma non riuscirei a tener fuori il mondo della sordità.

8. LIS: lingua o metodo?
Sicuramente in primis LINGUA. È la lingua della mia infanzia, dei primi giochi, dei primi libri letti e tradotti dai miei genitori, dei racconti a tavola, delle prime discussioni con loro, del mio quotidiano ancora attuale quando li incontro o quando condivido momenti con i loro amici o conoscenti. È diventata METODO per me solamente con lo studio, con la consapevolezza maturata di poter utilizzare i segni nei contesti riabilitativi con le sordità. In accordo con le famiglie e i professionisti, viene richiesto magari un intervento bilingue o bimodale, idem nei laboratori che ho il privilegio di svolgere con ragazzi e adulti con sordità complesse. Non dimentichiamoci che la LIS può essere di ulteriore supporto nell’acquisizione delle competenze comunicativo-linguistiche. Può incrementare e rafforzare le abilità di linguaggio emergenti e, nei casi più complessi, offrire la giusta strategia per comunicare: uno degli aspetti primari e fondamentali nella vita di ognuno.

9. Quale futuro per la LIS nell’era dell’impianto cocleare?
L’Italia è l’unico Paese in Europa in cui la Lingua dei Segni non è stata ancora riconosciuta. Il mio punto di vista, da logopedista figlia di genitori sordi segnanti, è quello di un futuro dove il progresso medico-scientifico non escluda il diffondersi di una vera e propria lingua. Ma questo forse potrebbe accadere solamente se la LIS venisse riconosciuta come tale, se fossimo tutti consapevoli che è una LINGUA e non un linguaggio. Padroneggiarla o essere inseriti in un contesto che ti permette di utilizzarla e potenziarla non significa precludere la possibilità di sopperire al danno uditivo con un impianto cocleare. E viceversa per chi è impiantato: perché non utilizzare questa lingua a supporto dell’acquisizione del linguaggio o anche solamente per una ricchezza culturale propria?

10. Qual è il tuo motto?
Non so se ho un vero e proprio motto che ho fatto mio nel corso del tempo. Vorrei però riportare una frase di Pino Roveredo, uno scrittore CODA. Appena letta l’ho sentita subito mia: “La devo a voi questa passione, a voi che mi avete insegnato la forza straordinaria del silenzio prima che il fastidio del rumore, così che ho potuto iniziare a scrivere all’età di due anni, e senza penne o matite ma grazie al movimento straordinario delle mani dentro alla lingua dei segni. Un movimento agile, profondo, sottile […]”.

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Good Deeds Day 2020 ANNULLATO

in collaborazione con: Movimento LIS Subito. Emergenza Sordi, Polisportiva Silenziosa Romana… ci rifaremo quanto prima!

Questo sarebbe stato il nostro quarto anno di partecipazione al Good Deeds Day, come potete vedere da questi vecchi post: http://www.codaitalia.org/tag/good-deeds-day/
Ci dispiace comunicare che, in base a quanto stabilito nel Decreto del Consiglio dei Ministri del 4 marzo 2020, sono ANNULLATE la Acea Run Rome The Marathon e la Fun Race – La Stracittadina di Roma, che si sarebbero svolte il 28 e 29 marzo, non si svolgerà il villaggio al Circo Massimo alla fine della Stracittadina ed è annullata anche la raccolta fondi collegata.
Vi ringraziamo comunque per la vostra voglia di stare con noi, speriamo di poterci rifare prossimamente! 💚

28 MARZO 2020 "GOOD DEEDS DAY" TUTTI INSIEME PER IL BENE COMUNE

Le associazioni, Coda Italia, Polisportiva Romana Sordi di Roma, Movimento Lis Subito ed Emergenza Sordi, vi aspettano sabato 28 marzo 2020 all'iniziativa "GOOD DEEDS DAY" – Insieme per il bene comune – in occasione della Stracittadina di Roma. Saremo a Circo Massimo con il nostro stand e sarà un'occasione per sensibilizzare tutti coloro che ci verranno a trovare.Sosteneteci partecipando alla Stracittadina, mandando un'email a:codaitaly@gmail.com.Vi aspettiamo numerosi :)#DamoseDaFa #GoodDeedsDay #InsiemeperilBeneComune #FateIBuoni

Pubblicato da CODA Italia su Mercoledì 26 febbraio 2020
essere coda fulvia carli

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Fulvia Carli

Intervista a Fulvia Carli di Michele Peretti – 17/02/2020

Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Fulvia Carli è nata a Parma e ha vissuto a Milano, Firenze e Roma. Suo padre era sordo, sua madre udente segnante. Nata e cresciuta nel mondo dei sordi, ha affermato: “casa nostra era un porto di mare con un continuo via vai di amici sordi”. Si è laureata in Lingue e letterature straniere alla Sapienza di Roma, ha conseguito un diploma di interprete parlamentare in inglese e francese alla Scuola interpreti di Firenze e poi anche quello di interprete LIS a Roma. Ha insegnato francese per oltre 30 anni nella Scuola media statale per sordi di Roma. Nel 1972 è stata la prima interprete di Lingua dei Segni ad apparire su Rai2. Presentava un programma dedicato specificamente ai sordi: “Nuovi Alfabeti”, che è durato un triennio. Più tardi, sempre in Rai, ha svolto il ruolo di interprete al Tg1. È stata inoltre interprete personale di alcuni Presidenti dell’Ente Nazionale Sordi, in Parlamento dell’on. Bottini, di papi e di Presidenti della Repubblica, formatrice di interpreti in corsi organizzati da associazioni di categoria, docente di analisi comparativa ai corsi di abilitazione e specializzazione per professori di ogni ordine e grado organizzati dall’Istituto “Magarotto” di Roma. In pensione da qualche anno, si definisce una “diversamente giovane”.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Non mi sono mai posta questa domanda, vivere con un padre sordo e una madre udente è stata la mia condizione, il mio mondo. Oggi, per la prima volta, in questa intervista, mi viene posta questa domanda, cercherò di esprimere il mio feeling. La vita mi ha dato questo privilegio magnifico, me ne rendo conto ora. Ho avuto opportunità che i miei coetanei, figli di genitori udenti, non hanno avuto. La Lingua dei Segni mi ha permesso di sviluppare alcune importanti competenze che mi sono servite negli anni e negli studi come usare strutture linguistiche diverse da quelle della lingua vocale. Osservando chi segnava ho imparato a cogliere sfumature espressive e posture altrettanto valide come parole e a sviluppare la capacità di visualizzare sempre ciò che mi viene detto. Quando parlo con una persona udente devo guardarla in viso, non mi bastano le sue parole, devo vedere anche il suo linguaggio non verbale. Ho una memoria visiva più che uditiva.

2) Sei stata esposta sin da subito alla Lingua dei Segni Italiana?
Da che ho memoria, mia madre mi ha attribuito il ruolo di “orecchie di papà”. Mio padre era segnante con i suoi amici mentre in casa parlava. Aveva un’ottima labiolettura. Io lo guardavo quando era con gli amici, praticamente tutte le sere, mentre tra di loro “facevano la mimica”, così veniva definita un tempo la Lingua dei Segni. Ero come una spugna, apprendevo parole e intere frasi. Piano piano anch’io “facevo la mimica” con i suoi amici e la cosa mi gratificava veramente. Frequentavo due volte alla settimana il circolo di via Boscovich a Milano. Giocavo con i bambini sordi e udenti figli dei soci del circolo. Tra di noi “gesticolavamo”, altra definizione della Lingua dei Segni, era l’unico modo per capirci tutti. Oltre alla scuola il mondo udente per me era quello degli zii, dei cugini, del nonno. Tuttavia si trattava di frequentazioni sporadiche.

3) Chi era Edgardo Carli?
Non è semplice fissare pensieri su mio padre. Vorrei essere obiettiva, ma credo che non ne sarò capace. Lo ricordo sempre con me e io sempre con lui. Lo ricordo alla Camera del Lavoro a corso di Porta Vittoria a Milano, quando andava a esporre i problemi di alcuni amici sordi sottopagati o licenziati. Ascoltavo e traducevo parola per parola quello che il sindacalista diceva. Un modo veramente improprio di traduzione, ma avevo cinque anni e non avevo idea di cosa volesse dire “tradurre”. Intanto, recepivo lezioni di democrazia sentendo ciò che veniva detto. Mio padre, da che aveva perso l’udito, si era dedicato completamente alla causa dei sordi. Lascio i nostri ricordi solo per me e traccio il suo percorso di vita. Nel 1943 prese contatti col P.C.I. di Parma, la sua città dove si era trasferito da Milano all’inizio della guerra. Entrò in clandestinità col nome di Sandro. A guerra finita fu congedato col grado di Commissario di Battaglione e Vice commissario politico della 12° Brigata Garibaldi. Fu uno dei Membri della Commissione dei 10 che fondò l’ENS. Lavorò come giornalista all’Unità, redazione di Milano, pur restando legato all’ENS come volontario. Fondò con Francesco Rubino “Rinascita”, giornale che era rivolto ai sordi italiani. Alcuni anni dopo dovette scegliere se continuare a fare il giornalista oppure occuparsi completamente della causa dei sordi. Optò per la seconda. Andò in Toscana dove organizzò le nove sezioni provinciali ENS. Nel 1955 fondò la Scuola di Odontotecnica con insegnanti provenienti dalla scuola professionale Leonardo da Vinci di Firenze. Nel 1962 fu chiamato a Roma alla Sede centrale dell’ENS come dirigente del dipartimento preposto all’Assistenza e al Collocamento al lavoro. Si impegnò affinché la L. 482 del 1968 vedesse la luce. Dato saliente è l’art.7: “..per l’assunzione obbligatoria al lavoro dei sordomuti si applicano le disposizioni della presente legge nonché gli artt. 6 e 7 della L. 13/3/1958 n.308…”, riferendosi all’accesso alle pubbliche amministrazioni e ad aziende private. Il suo lavoro fu quello di intervenire, sia a Montecitorio che in Senato, incontrando deputati e senatori del suo partito e di altri gruppi politici, spiegando loro l’importanza di prevedere un articolo specifico della legge in fase di elaborazione e riguardante le persone sorde. Scuola e lavoro per lui erano il passaporto per la crescita sociale della comunità sorda. In questi incontri spesso ero la sua interprete. Avevo finito la scuola per interpreti vocali e sapevo come e cosa dovesse fare una interprete. Il 21 settembre 2019 il Comune di Parma ha dedicato un parco a Edgardo Carli. Un riconoscimento sollecitato dalla comunità sorda e caldeggiato anche da Associazioni partigiane. Mio padre ha dedicato sessant’anni della sua vita ai sordi e ha sempre rifiutato onorificenze e riconoscimenti. Suo malgrado, gli è stato intitolato un parco nella sua città.

4) Quali sono i valori che ti ha trasmesso?
La sua vita è stata per me un esempio costante. Da lui ho imparato cosa fosse la Democrazia, non solo in ambito politico ma applicata al vivere quotidiano. Mi ha insegnato inoltre il valore della Libertà, il significato della Solidarietà, della Tolleranza e dell’Integrazione. Me li ha trasmessi vivendoli. Valori inalienabili che lo fecero entrare nella Resistenza.

5) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentita diversa?
No. Mi sono sentita a mio agio sia nella comunità sorda che in quella udente. Il mio mondo era così e la mia vita si svolgeva e si svolge serenamente senza sentimenti di diversità. Per me era un punto di orgoglio sapere e poter comunicare in due diverse modalità. I miei compagni di scuola conoscevano la mia vita. Studiavamo da me e spesso mio padre interveniva per chiarirci alcuni passaggi ostici di Dante o di Petrarca. Per i miei compagni era un piacere avere un adulto disponibile e capace di dare una bella mano in situazioni di stallo. Le uniche situazioni “comiche” erano quelle che capitavano quando uscivo con amici sordi e sull’autobus segnavamo. Spesso il commento degli astanti era: “che peccato, così carina e sordomuta!”. Io traducevo il commento agli amici e ridevamo, poi quando dovevamo scendere dicevo ad alta voce: “permesso, permesso, è la nostra fermata” e le anime pie che prima mi avevano compatita restavano a bocca aperta o mi dicevano: “ma tu ci senti!” e io sfoderavo un bel sorriso.

6) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
La cultura sorda è un mio bagaglio che continua a crescere nel tempo. Apprezzo: la pervicacia di una comunità che combatte affinché alla Lingua dei Segni Italiana venga dato il riconoscimento legale; la capacità creativa in ogni ambito; il forte senso di amicizia che pervade i rapporti tra di loro e la disponibilità all’aiuto reciproco; gli studi che sono fioriti in questi decenni e i libri di autori sordi. Ciò che mi piace meno è l’atteggiamento “sordo” che ancora sopravvive in alcuni ambienti. Penso che queste persone dovrebbero lavorare sull’autostima al fine di raggiungere una miglior autonomia e affrancarsi sempre di più dal mondo degli udenti.

7) Quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Crescere bilingue mi è stato di aiuto quando ho studiato lingue all’università. Possedevo la leggerezza della comparazione linguistica e ho goduto di notevoli vantaggi nel corso di interprete vocale. La Lingua dei Segni è il mezzo di comunicazione che mi è più congeniale. Mi trovo a volte a usare una frase segnata anche con interlocutori udenti. Mi sembra più attinente al pensiero che sto esprimendo, ma poi lo devo tradurre vocalmente. I miei amici non si stupiscono, sono abituati a questi miei percorsi e aspettano che lo ripeta a voce.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
La prima volta che mi hanno issata su una sedia per tradurre i discorsi delle autorità. Non racconto qualcosa di nuovo, ne sono certa, ma è il “mio” ricordo più significativo. Avevo 10 anni ed ero andata a Grosseto con mio padre per l’inaugurazione ufficiale della sezione ENS. L’interprete non si era presentata e questo aveva scatenato il panico tra gli organizzatori. Presidente e consiglieri confabulano poi mi guardano e segnano: “tu fai l’interprete”. Io mi sentii orgogliosa per l’investitura datami. All’inizio filò tutto liscio, il sindaco fece il suo discorso, il vescovo benedì tutti, poi prese la parola il rappresentante del prefetto. Nel suo intervento si espresse con termini che non riuscivo a capire pienamente, allora decisi di fare io il discorso, infischiandomi di quello che lui stava dicendo e che io non sapevo decifrare. Promisi lavoro, aiuti, assistenza per tutti. Alla fine ci fu una ovazione per questo signore e io ero soddisfatta del mio risultato. Mio padre, ottimo labiolettore, aveva seguito ciò che l’oratore diceva e poi mi guardava, scoprendo così il mio imbroglio. Venne verso di me, mi fece scendere dalla sedia e mi disse: “Fulvia, non farlo mai più”. Io mi giustificai dicendogli che ero una bambina e che certi paroloni non li capivo, ma mio padre imperterrito mi ripeté di non farlo mai più. Senza saperlo mi aveva dato la prima lezione di etica professionale dell’interprete.

9) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
La mia è stata una scelta. In fin dei conti avevo studiato anche per diventare interprete parlamentare. Ci sono riuscita entrando in Parlamento al seguito dell’on. Bottini.

10) Come pensi si sia evoluta nel tempo la figura dell’interprete LIS?
Credo che la mancanza di corsi universitari preposti alla formazione degli interpreti LIS crei disparità di percorso. Attualmente esistono corsi in varie città, organizzati da associazioni con i protocolli i più disparati. Si dovrebbe giungere innanzitutto al riconoscimento della Lingua dei Segni e così si porrebbe fine alla credenza che continua a sopravvivere: chi sa segnare sia automaticamente un interprete e che tutti i figli di sordi siano interpreti provetti. Se la responsabilità formativa passasse all’Università con un programma univoco, il percorso sarebbe migliore e l’offerta sicura. Io sono stata una di quelle “interpreti” che sapeva segnare perché cresciuta in un milieu sordo, ma avevo dieci anni. Crescendo ho frequentato la scuola interpreti e mi sono diplomata. Ho potuto applicare così le tecniche e le competenze della traduzione anche alla Lingua dei Segni. Devo riconoscere che ANIOS, l’associazione degli interpreti LIS, organizza da molti anni seminari e workshop volti all’approfondimento e al potenziamento della professione. ANIOS si è fatta carico di un compito veramente oneroso. Devo dare atto al merito di tutti coloro che l’hanno diretta dalla sua fondazione in poi.

11) Com’è stata la tua esperienza di insegnante di francese a studenti sordi?
Insegnare francese a studenti sordi ha impegnato un lungo percorso della mia vita. È stata un’esperienza che mi ha spinta a riprogrammare e rimodulare quanto appreso all’Università al fine di offrire ai miei studenti il piacere di imparare, partendo da zero, un’altra lingua straniera. Alla fine del triennio scrivere correttamente una composition o un résumé era l’obiettivo centrato dalla maggior parte di loro. Puntavo sul loro uso e conoscenza della LIS per poi condurli al francese, mettendo così basi solide senza il tramite dell’italiano. Usavo molto materiale visivo e creavo con loro, a seconda della classe, anche un vero e proprio libro di testo personalizzato. Partire dalla LIS per arrivare all’acquisizione di un’altra lingua è stato il percorso che ho voluto usare in un periodo in cui l’oralismo puro imperava nelle scuole per sordi. Tuttavia facevamo anche letture in lingua e insegnavo loro canzoncine e filastrocche. Durante le gite scolastiche i ragazzi si divertivano a cantare tutti assieme Frère Jacques e Alouette, con disappunto dei miei colleghi che dovevano subire. Sono stati oltre trent’anni di lavoro con centinaia di ragazze e ragazzi che ora incontro su facebook. Alcuni di loro mi scrivono frasi in francese e ciò mi diverte.

12) Qual è il tuo motto?
Non importa vincere sempre, l’importante è non arrendersi MAI!

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Sanremo LIS

Sanremo è finito e abbiamo seguito con entusiasmo, curiosità, suspance, tutte le puntate in LIS! Questa è stata la grande novità di quest’anno: poter seguire il Festival della canzone italiana insieme ai nostri genitori e amici sordi!

Se siete curiosi potete seguire le repliche qui:
https://www.raiplay.it/programmi/festivaldisanremo/festival-lis/festival-lis

6 febbraio (Susanna Di Pietra):
•La musica per i Coda🎤🎼•
Finalmente dopo anni di storia il Festival di Sanremo è diventato accessibile anche per i Sordi, per i nostri Genitori Sordi.
Ripercorriamo quei momenti in cui da piccoli ci sentivamo un po’ in colpa se ascoltavamo delle canzoni chiusi in camera o ci sentivamo al settimo cielo per l’uscita di un nuovo cd…Oggi finalmente abbiamo potuto dirigere, come dei veri maestri d’orchestra, quelle note musicali sopite negli anni 😊
Grazie al nostro carissimo socio Mauro Mauro Iandolo LIS performer, alla nostra presidente Gloria Antognozzi e alla nostra carissima LIS Performer Francesca Fantauzzi, che ci hanno coinvolto nelle loro canzoni diffondendo un’energia pura.

Facciamo i nostri migliori auguri ai nostri amici e Buon Sanremo a tutti 🎼🎼🎼🎼

•Perché Sanremo è Sanremo•

8 Febbraio (Michela Moschillo):
Oggi, ultima serata del Festival di Sanremo, quando ci sono cose che uniscono, che sono fatte con impegno, cuore e professionalità… uniscono anche le persone.
Ci siamo scritti tantissimi messaggi tra soci per commentare queste serate viste con i nostri genitori, stasera alcuni di noi si riuniranno per vedere la finale insieme! ❤️
Questo succede grazie all’idea di Laura Santarelli, al gruppo di interpreti istituzionali e ai performer LIS, a tutto il lavoro anche di altre persone che c’è dietro e che non possiamo vedere direttamente ma di cui possiamo goderne i frutti tramite lo schermo… ed è meraviglioso!
Grazie ancora!!!

Per chi non lo sapesse c’è una canale parallelo su RaiPlay2 in cui i sordi, noi CODA (udenti, figli di sordi), tutti quelli che amano o che sono incuriositi dalla LINGUA dei segni italiana, possono vedere il Festival in LIS, è praticamente il Festival tradotto per intero, un lavoro che potete solo immaginare, con una grafica finalmente dignitosa per la LIS!

CODA in azione!
essere coda federica piccolo

8 Marzo 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: Intervista a Federica Piccolo

Intervista a Federica Piccolo di Michele Peretti – 04/02/2020
Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Grazie alla tenacia, all’ambizione, al sacrificio e alla perseveranza sono riuscita a realizzare il mio sogno.

Federica Piccolo è nata il 6 agosto 1990 ad Avellino da genitori sordi. Diplomata al liceo magistrale, è laureata in Scienze dell’Educazione e successivamente ha conseguito la magistrale in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Salerno. In entrambe le tesi di laurea ha analizzato e approfondito la questione Culturale, didattica ed educativa del mondo dei S/sordi, nello specifico le varie metodologie formative più idonee per l’apprendimento di un bambino sordo dall’età pre-linguale. Durante il periodo universitario ha conseguito anche il titolo di Assistente alla Comunicazione presso il Silis di Roma, ma il suo sogno è stato sempre quello di diventare interprete LIS. Ed è così che si è trasferita a Torino per frequentare il corso Interpreti tenuto dall’ENS. Oggi lavora presso l’Istituto dei Sordi di Torino come interprete in ambito universitario e inoltre come educatrice di un bimbo sordo.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Essere CODA è un privilegio, un dono che pochi possono avere. Forse da piccola non riuscivo a comprendere la mia “fortuna” ma ora posso dire di esserne orgogliosa. Noi CODA possediamo dei “superpoteri” che ci consentono di abbattere muri enormi. Oggi mi chiedo come sia stato possibile che una bambina di circa 4 anni, con estrema naturalezza, sia riuscita da sola a superare tutti questi limiti comunicativi e culturali mentre la società di adulti ancora non ci riesce.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Sono stata esposta all’italiano parallelamente alla LIS, grazie ai miei nonni e a mia zia. Figure fondamentali che sin da piccola mi hanno insegnato le canzoncine che poi cantavamo insieme e mi leggevano le favole più belle. Ma la mia mamma, consapevole dell’importanza della lingua italiana, decise già a 8 mesi di portarmi all’asilo nido, chiedendo espressamente alle maestre di insegnarmi a parlare.

3) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentita diversa dagli altri?
Devo ammettere che qualche volta mi sono sentita diversa, soprattutto quando c’erano i colloqui con le insegnanti. Tutti i CODA svolgono il lavoro di interprete in queste circostanze e spesso vedevo i miei professori guardarmi con occhi di ammirazione per quello che facevo. Nonostante io spiegassi che per me era la normalità, che non facevo nulla di speciale. Parlavo con la mia mamma e il mio papà come del resto facevo anche a casa. Lo stesso sguardo era anche negli occhi delle mamme delle mie amiche, ma qui devo ringraziare la mia mamma. Lei ha capito subito l’importanza di dover abbattere immediatamente i pregiudizi e ha cominciato a fare amicizia con le mamme delle mie amichette più care. Ora capisco bene quanti sforzi abbia fatto per far sì che tutte le mie paure potessero svanire.

4) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Apprezzo sicuramente la lingua e la forza di una comunità che continua tutti i giorni a lottare per una società accessibile. Questo limite probabilmente è la causa della diffidenza che mostrano nei confronti di un governo che continua a far finta che non esistano privando la loro lingua di un valore. Un valore che per quanto mi riguarda è immenso perché mi ha permesso di crescere in un contesto bilingue.

5) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Solitamente si tende ad affermare che il bambino con genitore madrelingua, ad esempio inglese, sia fortunato in quanto conosce sin da subito due lingue e di conseguenza è bilingue. Ma nessuno pone la stessa questione in merito alla LIS. La Lingua dei Segni appresa contemporaneamente all’italiano e quindi il mio bilinguismo, mi ha permesso di poter utilizzare due canali comunicativi diversi. Una ricchezza davvero indescrivibile.

6) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Sì. Avevo più o meno 6 o 7 anni e guardavo tra gli scaffali del supermercato con la mia mamma. Come tutti i bimbi stavo cercando di convincerla a comprarmi i biscotti che mi piacevano di più, e quindi stavamo parlando in LIS, con la stessa naturalezza con la quale comunicano, anche se diversamente, tutte la mamme con le proprie figlie. A un certo punto mi sono sentita osservata, c’erano due donne che parlavano tra loro e continuavano a dire “Poverina, anche la bambina è sordomuta, anche la bambina non parla, vorrà dire qualcosa alla mamma ma la mamma non riesce a capirla”. Ho fatto finta di nulla, le ho poi ritrovate alla cassa. Mentre aiutavo la mia mamma a disporre la spesa nella busta, continuavano a commentare. Mi chiedo chi non fa la stessa cosa alla cassa con i propri figli? A un certo punto, una delle due mi accarezza e comincia a urlare: “COME SEI BELLA, COME TI CHIAMI?” E io ormai stanca, le rispondo: “MI CHIAMO FEDERICA E SONO UDENTE. QUESTA È LA MIA MAMMA, NOI PARLIAMO CON I SEGNI E COMUNQUE I BISCOTTI ALLA FINE LI HO COMPRATI PERCHÉ LA MIA MAMMA HA CAPITO BENISSIMO COSA VOLESSI”.

7) Perché hai scelto di intraprendere il percorso di studi in Scienze dell’educazione?
Già scegliendo il liceo ero decisa e famelica di studiare le materie umanistiche. La scelta dell’università è stato il proseguo di un percorso già avviato e soprattutto la strada per poter lavorare con i bambini sordi. Uno dei miei più grandi desideri.

8) Interprete LIS e Assistente alla Comunicazione: scelta o senso del dovere?
Essere un’assistente alla comunicazione è stata sicuramente una spinta data dal percorso di studi e dalla passione che ho per i bambini. Diventare interprete LIS semplicemente un sogno realizzato o forse un futuro predestinato sin dalla nascita. Già da piccola guardavo il TG LIS e fantasticavo di voler diventare un’interprete. Ho lottato in tutti i modi per questo titolo, arrivando a studiare a 800 km da casa. Ognuno di noi ha un sogno nel cassetto e il mio sono riuscita a esaudirlo.

9) Come sei entrata a far parte del Comitato Giovani Sordi Italiani (CGSI)? Di cosa ti occupi?
Da piccola avevo tanti amichetti sordi e loro durante il periodo estivo partecipavano sempre alle vacanze studio, a viaggi e attività che organizzava il CGSI ma io non potevo perché ero udente. Nel 2018 mi è stato proposto di essere la collaboratrice udente del CGSI Nazionale e ho accettato subito. Mi occupo di gestire i contatti telefonici laddove necessario, ma principalmente collaboro ai progetti, all’organizzazione di eventi e vacanze studio. In realtà per me è un’opportunità di crescita quotidiana, grazie a loro imparo tante cose. Devo ringraziarli uno a uno perché mi fanno sentire sempre speciale.

10) Pensi che un eventuale riconoscimento della LIS possa essere davvero risolutivo in termini di servizi e accessibilità per le persone sorde?
Assolutamente sì. Il riconoscimento della Lingua dei Segni per le persone sorde è fondamentale ma soprattutto doveroso. Ormai siamo gli unici in Europa a non averla ancora riconosciuta. Per quale motivo la persona sorda non può avere gli stessi servizi accessibili di noi udenti? Il riconoscimento della LIS gioverebbe sicuramente all’intera società. “Essere diversi non è una cosa né buona né cattiva. Significa che sei abbastanza coraggioso di essere te stesso”, affermava Albert Camus. Ed è di questo coraggio che le persone sorde hanno urgente bisogno. Noi CODA, esseri a metà tra mondo sordo e mondo udente, dobbiamo essere le stampelle che sostengono questo livore. Ogni individuo deve essere libero di vedersi riconosciuti dei DIRITTI, senza necessariamente battersi ogni giorno per ottenerli.

11) Qual è il tuo motto?
“Chi semina amore, raccoglie felicità”. Questa è la frase con cui sono cresciuta. L’amore seminato dai miei genitori mi ha permesso di poter raccogliere sia per loro che per me tanta felicità. Il mio papà specialmente mi ha sempre segnato: “ SEME METTI, PIANO PIANO PIANTA CRESCE BELLA E FELICE” (frase scritta in grammatica LIS).

21 Gennaio 2020
di Michela Moschillo
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Intervista a Millie Brother

Dall’11 al 14 Luglio 2019 siamo stati a Parigi in occasione della conferenza annuale e internazionale dei CODA provenienti da ogni parte del mondo! Abbiamo avuto l’opportunità d’intervistare la fondatrice di CODA International, Millie Brother, che ha risposto ad alcune nostre domande.
Cogliamo l’occasione per ringraziare le nostre interpreti Sonia Caimi e Paola Bonifazi che in quei giorni hanno lavorato tanto e ci hanno permesso di partecipare a tutti gli incontri di quei giorni indimenticabili!

1/5: Come è nata l’associazione CODA International?
2/5: Come hai pensato all’acronimo “CODA”?
3/5 C’è qualcosa che accomuna i CODA nel mondo?
4/5 Cosa spinge i CODA di tutto il mondo a partecipare alle conferenze internazionali?
5/5 La prima volta di CODA Italia

12 Gennaio 2020
di Michela Moschillo
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Essere CODA: intervista a Luca Falbo

Intervista a Luca Falbo di Michele Peretti – 11/01/2020 
Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Luca Falbo è nato nel 1985 a Milano da genitori sordi. Si è diplomato in informatica prima di iscriversi all’Università degli studi di Milano e laurearsi in comunicazione, approfondendo tematiche come la comunicazione non verbale. Da qui prende forma l’idea per la tesi: creare un laboratorio LIS in seno all’Università. Dopo la laurea ha effettivamente creato il laboratorio portandolo avanti per quasi tre anni, grazie anche al supporto del relatore. Prima della specialistica ha trascorso qualche mese a Bruxelles per intervistare più persone possibili e avere un quadro, a livello europeo, di come è vista la disabilità, quali erano gli interventi in atto e quali sarebbero state le previsioni di intervento future. Al rientro in Italia si è iscritto a Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha terminato il percorso accademico con una tesi sperimentale, una ricerca durata quasi un anno e mezzo sullo stato della sordità in età scolare a Milano. Infine ha iniziato un master in disability management e mondo del lavoro frequentando parallelamente il corso interpreti presso l’ENS di Brescia. Oggi lavora per AIAS Milano come educatore, formatore e assistente alla comunicazione. È co-fondatore di Associazione Culturale Fedora e 4Inclusion, due realtà che gli consentono di trovare soluzioni per trasformare disabilità in abilità, creare accessibilità, fare formazione, corsi di sensibilizzazione e creare opportunità e proposte culturali accessibili per ciechi, ipovedenti e sordi.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Essere CODA è aver provato sulla propria pelle cosa significa avere genitori sordi e vedere le difficoltà che affrontano quotidianamente. Non è qualcosa di prettamente correlato alla Lingua dei Segni. Utilizzare un’altra lingua costituisce solo una delle tante difficoltà. In fondo quello che rende i figli di sordi simili tra di loro è quella sensazione di trovarsi in una terra di mezzo. Noi capiamo i nostri genitori e le persone fuori dal nucleo familiare, ma queste ultime non capiscono i nostri genitori. Questo può sembrare irrilevante, ma a livello di sviluppo personale e nella formazione della propria identità non è così. Crescendo ci si rende conto che le difficoltà che si credevano comuni a tutti sono in realtà solo dei nostri genitori. Quando poi si realizza che le difficoltà esistono perché la società non sa come rispondere a un’esigenza di inclusione tutto viene stravolto. Allora un figlio si domanda: come mai io posso creare un ambiente comunicativo, relazionale e funzionale e gli altri no? C’è il rischio di diventare, in taluni casi, caregiver dei propri genitori. Per fortuna non è stato il mio caso, anche se ammetto che in qualche occasione mi sono ritrovato a esserlo. Sono convinto che essere CODA permetta l’acquisizione precoce di determinate competenze e capacità e una maggior empatia rispetto ad ambienti in cui la sordità non è presente.

2) Come e quando sei stato esposto all’italiano?
I miei nonni materni e i miei zii sono stati i primi a espormi all’italiano e poi ho proseguito andando a scuola. Dato che per me l’italiano costituiva la seconda lingua, a scuola non ero certo il migliore. Di fatti come spesso accade ai bilingui è necessario un certo lasso di tempo prima di capire come e quando usare correttamente entrambe le lingue. Mia nonna era una maestra e aveva pensato bene di darmi delle lezioni e di regalarmi dei libri per stimolare l’apprendimento della lingua italiana. Insieme a lei ho letto I Malavoglia, I Promessi Sposi, La Divina Commedia, Il vecchio e il mare e simili. Allora pensavo fosse un modo per torturarmi, in realtà a lei devo tantissimo e non potrò mai ringraziarla abbastanza.

3) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentito diverso dagli altri?
Qualche volta ammetto di essermi sentito diverso. Ad esempio quando non ero considerato bilingue come chi aveva un genitore inglese e uno italiano. Oppure quando i docenti mi trattavano in maniera diversa perché pensavano non riuscissi a raggiungere ottimi risultati a causa dei miei genitori sordi e segnanti. Eppure ai colloqui, in mancanza di un interprete, ero io a dover indossare le vesti del mediatore. Mi sono sempre sentito normale, mi sentivo diverso solo quando erano gli altri a etichettarmi in tal modo. Per me la LIS costituiva semplicemente un altro canale di comunicazione, nulla di più.

4) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Apprezzo la lingua che mi ha permesso di avere un canale privilegiato di comunicazione, di allargare la mia cerchia di amicizie, di acquisire competenze che altrimenti mi sarebbero state precluse. Apprezzo meno il fatto che talvolta non so bene dove collocarmi: tra gli udenti ho qualcosa che mi distingue (la LIS) ma tra i sordi, nonostante le mie competenze linguistiche e conoscenze culturali, sono considerato comunque udente. Qualche volta questa situazione diviene difficile e complessa da gestire, se consideriamo che ho scelto di lavorare con la LIS e con le persone sorde. Il fatto poi che la società abbia chiuso le porte alle persone sorde per anni e anni ha creato molto rancore e malumori.

5) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Gli studi dimostrano che l’uso di un canale comunicativo visivo-gestuale favorisce una maggiore flessibilità mentale, attenzione selettiva e consapevolezza dell’altro. Inoltre i bilingui bimodali sono in grado di usare entrambe le lingue (lingua vocale e lingua segnica) contemporaneamente, cosa che non accade nel bilinguismo unimodale. Molti hanno definito me, così come altri figli di sordi, un ponte tra due culture. Pensando a questo – rubando una battuta a un’amica – non mi sono mai sentito un ponte che è fisso, immobile, immutabile. Considerando l’esposizione a due lingue, essendo udente tra udenti e sordi e potendo comunicare con entrambi, non mi è mai capitato di sentirmi fermo né tantomeno immobile.

6) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Ci sono due episodi che racconto spesso. Nel primo ero in treno con mia mamma e stavamo tornando dalla Calabria. Eravamo seduti in uno scompartimento a sei posti insieme a due ragazzi. Io e mia madre stavamo segnando, quando a un certo punto il ragazzo ha detto alla ragazza: “stanno parlando con le mani” e la ragazza ha risposto: “sono sordomuti”. Io ho glissato sull’uso di “sordomuti” perché non mi sembrava il caso di intervenire. Il ragazzo mi ha però poi stupito dicendo: “che città è sordomuti?”. A quel punto prima di tradurre tutto l’episodio a mia mamma le avevo detto che le avrei riferito il tutto a patto che lei non avesse riso. Inutile dire che mia madre non era riuscita a rispettare la promessa: lo scambio di battute era troppo divertente. Nel secondo episodio eravamo in un negozio in Belgio. Al momento di pagare, il cassiere ci chiese se fossimo di lì o se io e i mei genitori stessimo usando la Lingua dei Segni del nostro Paese di origine. Stupito, perché poco abituato a questa attenzione, chiesi se conoscesse una Lingua dei Segni. Mi rispose di no, ma che in Belgio a scuola insegnano che esistono lingue parlate e segnate e che lì ce ne sono ben due riconosciute ufficialmente alla pari delle lingue vocali: il francese belga e il fiammingo. Questi due eventi lasciano spazio a molte riflessioni. La più importante che mi è venuta in mente è che in un paese civile non si nasconde un qualcosa di così importante come la Lingua dei Segni, non la si denigra né la si combatte, ma la si accetta in virtù di una libera scelta della persona. La lingua può rivelarsi una ricchezza, uno strumento di lavoro, un percorso terapeutico e molto di più.

7) Diventare Interprete LIS: scelta o senso del dovere?
Sicuramente una scelta. Ad oggi non sono ancora interprete, manca un mesetto all’esame. Tutto è iniziato quando sono andato a vivere da solo e ho quindi smesso di usare quotidianamente la LIS. Certo la usavo comunque ma non quanto prima. Questo mi ha spinto a intraprendere il mio personale percorso di studi sulla Lingua dei Segni e nonostante mi senta madrelingua ho imparato tantissimo. Ora che sono a un passo dal concludere il mio percorso, sono felice della scelta che ho fatto e ho ritrovato la mia identità a cavallo tra due lingue e due culture.

8) Assistenti alla Comunicazione in ATA: una prospettiva plausibile?
Lavorando molto nelle scuole ho capito che in Italia tutto è possibile ma è complicatissimo da implementare. Certo, spero che la figura dell’assistente alla comunicazione si diffonda, ma se gli studenti a scuola hanno massimo 10/12 ore di assistenza (salvo i casi di ricorso a un avvocato con tutto quello che implica) a cosa serve? L’assistente a scuola dovrebbe esserci per tutto il monte ore, in tutti i cicli di studio e non solo per lo studente. Il lavoro più grande si fa sull’ambiente. La persona sorda sa benissimo quali sono i suoi limiti, ma se la società continua a vedere la Lingua dei Segni come l’ennesimo problema faremo ben pochi passi avanti. La Lingua dei Segni è una ricchezza e coloro che si oppongono a questo combattono contro i mulini a vento. Mi spiace per loro, ma prima o poi la situazione cambierà anche in Italia.

9) Di cosa ti occupi in quanto Pedagogista?
Arrivare a essere pedagogista è stato per me l’apice di un lungo percorso e tutto quello che mi ha dato non me lo sarei mai aspettato. Ho massima libertà operativa, nel senso che non sono legato alla didattica ma posso utilizzarla per raggiungere gli obiettivi che ho fissato con i miei educandi. Lavoro principalmente sulle autonomie, in particolare sui disturbi legati alla comunicazione. Oltre a questo, l’essere pedagogista mi ha portato a essere formatore e per un certo periodo ho lavorato come docente universitario. Con il tempo ho aggiunto anche il ruolo di consulente in vari ambiti, non solo quello scolastico.

10) Perché hai scelto di formarti come esperto Ma.Vi.?
Inizialmente sono stato incuriosito da un gruppo di lavoro formato da M. Michela Sebastiani ed Emanuela Valenzano, rispettivamente una pedagogista e una linguista, entrambe interpreti LIS. Le due hanno ideato un nuovo protocollo di visualizzazione grafica, un metodo funzionale all’acquisizione di competenze di lettura, scrittura e comprensione. È stata una delle scelte migliori che abbia mai fatto. Posso dire di aver cominciato per curiosità e di aver proseguito perché è uno dei metodi migliori che io abbia mai sperimentato. Da quando ho preso il primo attestato ho infatti implementato i MA.VI. nei programmi che utilizzo con i miei educandi sordi e non solo. La formazione Ma.Vi. è stata inserita di recente sulla piattaforma Sofia del MIUR rivolta ai docenti. Un riconoscimento importante per le due ideatrici del metodo che hanno vissuto quotidianamente con le persone sorde nel periodo dello sviluppo.

11) Chi è il Disability Manager?
Il Disability Manager è una figura professionale che si è appena inserita nel panorama italiano. Le sue mansioni vanno dalla pianificazione, ricerca e selezione, inserimento e mantenimento in azienda, fino allo sviluppo professionale e organizzativo della persona e dell’azienda. Si occupa inoltre di formazione, analisi del lavoro e dell’azienda rispetto alle normative vigenti in tema di assunzione (articolo 14 o legge 68/99 ad esempio), valutazione del potenziale e adeguamento dell’ambiente di lavoro. Mi piace pensare che sia una di quelle figure capaci di dimostrare quanto le persone con disabilità non siano figure marginali della società o “ruote di scorta”. Con i giusti compromessi possono fungere da motore trainante alla pari di chiunque. C’è un potenziale inesplorato e speriamo che con questa nuova figura qualcosa cambi nella cultura comune. Credo sia il momento di smetterla di voltarsi per strada perché c’è una persona sulla sedia a rotelle o qualcuno che segna. Non considero i miei genitori disabili perché sordi, idem per tutte le persone sorde che conosco. La sordità diventa disabilità solo nella relazione con una società non inclusiva e che crea barriere più o meno consapevolmente. Ad esempio mettere sui mezzi pubblici il nome della fermata è un’accortezza che permetterebbe alla persona sorda di non necessitare di alcun supporto. Non elimino la condizione di sordità, bensì abbatto una barriera.

12) Qual è la mission dell’Associazione Culturale Fedora?
Anzitutto promuovere l’accessibilità in ambito culturale per persone con disabilità sensoriale, quindi ciechi, sordi e ipovedenti, sviluppando attività di sensibilizzazione e fornendo consulenza per lo sviluppo di attività accessibili e inclusive. Questo lo facciamo tramite l’organizzazione di eventi, come quello di dicembre 2019 “Ti invito a Fedora” o i corsi di sensibilizzazione alla LIS. La vera sfida è che tutto quello che produciamo deve essere accessibile per persone cieche/ipovedenti e/o sorde. Talvolta le strategie ottimali messe in campo in un caso possono essere una barriera nell’altro. Bisogna trovare compromessi e finora è sempre andata bene. Dopo il nostro primo evento, una mostra fotografica, è stato grandioso vedere mia mamma discutere dell’evento con una persona cieca. In quel momento ho realizzato che l’accessibilità era possibile e quel successo continua ad accompagnarci in tutte le nostre attività ed eventi. Un’emozione simile l’ho provata a dicembre vedendo i sordi sulle pedane sensoriali fruire di un concerto live, ballare, interagire con gli artisti, fare domande sulla musica.

13) Quale futuro per la LIS nell’era dell’impianto cocleare?
Ho sempre sentito dire che uno esclude l’altro, così come nel 1880 si diceva che “il gesto uccide la parola”. Baggianate! In tutto il resto del pianeta molte persone con IC usano una Lingua dei Segni, sono bilingui e non vedo perché non sia possibile anche qui. Oltre a questo la LIS non è la lingua esclusiva dei Sordi. Può essere un utile strumento di lavoro in molti altri ambiti e situazioni. Più se ne parla, più si usa e più sento che la LIS ha un futuro nonostante sia l’era dell’impianto cocleare.

14) Qual è il tuo motto?
Ne ho due. Il primo è di Samuel Beckett: “Prova ancora, sbaglia ancora, sbaglia meglio”. Il secondo è: “chi siamo non cambia mai, cosa siamo non smette mai di cambiare”. Quest’ultima frase non so di chi sia, eppure mia nonna me la ripeteva spesso.

5 Gennaio 2020
di Michela Moschillo
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Dall’integrazione alla relazione: dialogo tra sordi e udenti

È con grande piacere che condividiamo questo evento, “Dall’integrazione alla relazione – dialogo tra sordi e udenti“, nato da precedenti incontri (come potete leggere qui: http://www.codaitalia.org/2019/05/20/il-suono-dei-sensi/ ), continua la nostra collaborazione con Grande come una città.
Vi aspettiamo l’11 gennaio 2020 a Roma in via della Bufalotta 229.

Dall’integrazione alla relazione – Dialogo tra sordi e udenti

sabato 11 gennaio 2020
dalle 10:00 alle 12:00

Liceo Scientifico Nomentano
via della Bufalotta, 229
Sala Giovanni Falcone 1° piano

Il gruppo AccessibiLIS e il gruppo Musica di Grande come una città – un movimento di pedagogia pubblica nato negli spazi aperti del Terzo Municipio di Roma – organizzano una mattinata dedicata alla riflessione sui luoghi di incontro tra sordi e udenti. Il comune impegno politico, l’educazione, la lingua, la musica sono alcuni di questi luoghi. Spazi immateriali in cui il concetto di ‘integrazione’ cede il passo a un più variegato flusso di relazioni spesso sorprendente e inaspettato, e a volte contraddittorio.

Ci daranno il benvenuto Maria Concetta Romano e Christian Raimo, assessori alle Politiche Sociali e alla Cultura del Municipio III e Beatrice D’Aversa, presidente del Gruppo Silis – Onlus, grazie al quale due interpreti professionisti tradurranno in LIS e in italiano tutti gli interventi, sarà quindi garantito il servizio d’interpretariato LIS-italiano e italiano-LIS .

Monica Caretta parlerà della nascita del gruppo AccessibiLIS all’interno di Grande come una città e di come si possa immaginare una politica culturale nel Terzo Municipio aperta a sordi udenti…leggendo le labbra!

Viviana Rocchi e Isabella Pinto racconteranno l’esperienza dell’ISISS Magarotto Roma di via Nomentana, una scuola in cui l’integrazione si fa alla rovescia perché tutti i bambini e tutte le maestre parlano anche la lingua dei segni. Al tempo stesso, l’intervento si soffermerà sulle problematiche di un modello così controcorrente.

Ad Alessio Di Renzo e Virginia Volterra abbiamo chiesto invece di spiegare che cosa è la LIS, come, quando, perché si usa, e come le lingue parlate e le lingue segnate si incontrano, si intrecciano e si scontrano nell’esperienza concreta delle comunità sorde, nella vita personale e nella società.

Paola Innocente, Ruggero Piperno e Sabrina Zunnui introdurranno il corto Il suono dei sensi, tratto dal laboratorio musicale di Marco Testoni per bambine e bambini sordi e udenti, e la mostra fotografica Cosa mi dice la musica, da loro stessi curata: brevi interviste e scatti fotografici che narrano come la musica, la forma d’arte più legata all’udito, possa diventare spazio di gioco e di scambio tra sordi e udenti. Forse non tutti la pensano così, ma i bambini ne sono convinti!

Bambine e bambini sono benvenuti al Laboratorio di gioco e lettura tenuto in italiano e in LIS dall’Associazione CODA Italia – Children of Deaf Adults. Il laboratorio è aperto a un massimo di 15 partecipanti tra i 4 e gli 8 anni. Per iscrizioni e informazioni scrivere a: caretta.monica79@gmail.com specificando nome, età del bambino e contatti di riferimento del genitore.

L’evento è patrocinato dal Municipio III.
LA MOSTRA FOTOGRAFICA RESTERÀ ALLESTITA PRESSO LA BIBLIOTECA DEL LICEO SCIENTIFICO NOMENTANO FINO AL 31 GENNAIO 2020.

Viviana Rocchi è assistente alla comunicazione presso la Scuola Media Tommaso Silvestri e insegna LIS presso l’ISSR – Istituto Statale Per Sordi.

Isabella Pinto, già docente di discipline giuridiche ed economiche, dal 2012 è dirigente scolastico: prima all’Istituto Tecnico Faraday di Ostia e, dal 2015, all’Istituto Statale di Istruzione Specializzata per Sordi “Antonio Magarotto” di Roma, Padova e Torino. Dal 1992, l’Istituto ha aperto le porte agli alunni udenti realizzando un modello in base al quale l’integrazione e l’intercultura sono alla base del percorso di crescita formativo e personale degli alunni.

Alessio di Renzo è collaboratore tecnico del laboratorio LaCAM ISTC-CNR dell’ISTC-Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR. Dirige la cooperativa Il Treno, che offre attività ludiche ed educative in LIS e italiano, e insegna LIS e Linguistica della LIS presso il Gruppo Silis – Onlus. È autore con Volterra, Roccaforte e Fontana del volume Descrivere la Lingua dei segni italiana (Il Mulino 2019).

Virginia Volterra, dirigente di ricerca CNR, attualmente associata presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, ha coordinato progetti sull’acquisizione e lo sviluppo del linguaggio in condizioni tipiche e atipiche. Con le sue ricerche pionieristiche sulla LIS ha contribuito ad una più approfondita conoscenza e corretta diffusione di questa lingua.

Evento FB – Vi aspettiamo!

8 Dicembre 2019
di Michela Moschillo
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I SORDI E LA REALTÀ. STRATEGIE COMUNICATIVE ED EDUCATIVE

Resoconto del 7º incontro del ciclo di 9 seminari I SORDI E LA REALTÀ. STRATEGIE COMUNICATIVE ED EDUCATIVE.” organizzato dall’SP ENS Padova, ringraziamo per gli interessanti spunti Romilda Danesi e Rita Sala.

cronaca: http://padova.ens.it/images/cod_pro_138/07_cronaca.pdf

video intervista: https://youtu.be/2x4Ia6ZvAWY


“Autodeterminazione e rivalsa” 💪

galleria foto: http://padova.ens.it/i-sordi-e-la-societa-d-oggi-strategie-comunicative-ed-educative