Coda Italia

(Children of Deaf Adults), associazione di promozione sociale, figli udenti di genitori sordi

Marcello Cardarelli: il dialogo è la strada del mio vivere

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Intervista a Marcello Cardarelli di Michele Peretti – 18/10/2019

Oggi ricorre il quinto anniversario dalla fondazione di CODA Italia, Associazione di Promozione sociale che si occupa di figli udenti di genitori sordi.

Marcello Cardarelli è interprete di Lingua dei Segni da oltre venti anni. Dal 2007 al 2016 è stato Presidente nazionale di ANIOS, Associazione Interpreti di Lingua dei Segni Italiana. Dal 2016 fino a settembre 2019 ha fatto parte del direttivo del Forum Europeo degli Interpreti di Lingua dei Segni (EFSLI). Docente di interpretariato in ambito giuridico e Storia dell’Interpretariato in Lingua dei Segni in vari corsi destinati a interpreti LIS.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Direi una fortuna e un’opportunità. Crescere con due lingue ti fa vedere la realtà in maniera diversa. Nel mio caso, ho imparato a osservare sempre le cose da più punti di vista. Mi ha portato inoltre a notare che le differenze emergono a seconda di come le guardi. Sicuramente si cresce prima e più in fretta. Sono anche figlio unico e questo forse accentua ancor di più la mia esperienza di vita.

2) Come e quando sei stato esposto all’italiano?
Ho vissuto i primi tre anni della mia vita con i miei genitori, poi ci siamo trasferiti a casa di mia nonna, udente. Posso dire di essere stato esposto sin da subito a entrambe le lingue. I miei genitori lavoravano e finché non sono andato all’asilo ho trascorso le mattine con mia nonna.

3) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentito diverso dagli altri?
A scuola la diversità la avverti. I genitori dei miei compagni di classe tendevano a fare amicizia e spesso, inevitabilmente, i miei rimanevano fuori da questi contesti. Anche ai colloqui con gli insegnanti spesso veniva mia nonna insieme ai miei genitori e, benché fosse giovane, era pur sempre una nonna. Ricordo il fastidio in alcune situazioni, quando ad esempio persone udenti si rivolgevano ai miei dandogli direttamente del “tu” e non del “lei” come avveniva per tutti gli altri. Poi sicuramente ci sono esperienze che noi facciamo prima di altri coetanei. Siamo coinvolti nelle problematiche degli adulti fin dalla nostra infanzia. Tuttavia, se consideriamo il lato positivo, da bambino e da adolescente ho viaggiato e preso parte a vacanze di gruppo che altri della mia età nemmeno si sognavano. Ho avuto inoltre la possibilità di stringere amicizie con ragazzi e ragazze, udenti e sordi, al di fuori del contesto scolastico, di quartiere e della mia stessa città.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sordo?
Sono udente. Non posso sentirmi sordo. Posso comprendere più di altri cosa significhi essere in una condizione di sordità. Conosco la comunità sorda e ho scelto di viverla in pieno, ma sono udente. Linguisticamente mi muovo su entrambe le lingue e sono esposto a entrambe le culture. È la mia storia personale a raccontarlo.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Intanto partiamo da un presupposto ben preciso: esiste una cultura sorda segnante in Italia, in Europa e nel mondo. Teatro, cinema, pittura, scultura, letteratura con tradizione orale, sia essa poesia o narrazione storica, tracciano l’identità culturale della comunità sorda. Io stesso ho avuto la fortuna di lavorare al doppiaggio di pièce teatrali della compagnia romana di Laboratorio Zero e addirittura di recitare in italiano e in LIS in una rappresentazione. Le tradizioni trasmesse oralmente sono parte delle comunità segnanti ma anche di molte piccole comunità udenti. Oggi abbiamo progetti come Sign-Lab che recupera i racconti delle persone sorde anziane e li cristallizza in forma di video. Questo è un modo di fare letteratura attraverso la tradizione orale. Esistono altresì manifestazioni come il CineDeaf che ci mostrano le potenzialità dei sordi a livello cinematografico. Ora in Italia siamo custodi di una consapevolezza e di un’attestazione culturale che prima non c’era. Come principio generale non mi piace definire positivamente o negativamente una cultura. Ci sono modi e tradizioni differenti di approcciare una determinata situazione. Dipende sempre da quale punto si guarda. Non si può definire una cultura giusta o sbagliata solo perché diversa o distante dalle nostre abitudini.

6) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Un po’ quello che dicevo prima: vivere con due lingue, qualsiasi esse siano, vocali o segnate, offre una visione più ampia della vita e si è dunque più predisposti a esplorare nuove culture. Impari a vedere le cose da più punti di vista.

7) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Ce ne sarebbero tanti di episodi dalla mia infanzia a oggi. Ma l’emozione di vedere mio padre raccontare la sua storia in un seminario o durante un’intervista a Sign-Lab è qualcosa di molto forte. Altrettanto emozionante è stato vedere dal palco del Concertone del primo maggio 500.000 persone che applaudivano scuotendo le mani come usano fare le persone sorde. Per questo devo ringraziare Daniele Silvestri, promotore dell’iniziativa, Renato Vicini, un grande collega e amico e i ragazzi sordi di Radio Kaos ItaLIS protagonisti di una bella operazione di integrazione.

8) Diventare Interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Né l’uno né l’altro alla fine dei conti. Fai un percorso un po’ perché ci cresci, un po’ perché vedi amici CODA più grandi che lo hanno intrapreso e inizi così un percorso simile. Ho cominciato questo viaggio a metà degli anni ’90, un periodo di grande fermento. Il corso interpreti organizzato dal Gruppo SILIS e a cui ho partecipato era soltanto alla seconda edizione. Eravamo proprio agli esordi. La fortuna è stata di vivere quegli anni all’Istituto per Sordi di via Nomentana, di formarmi e di crescere giorno dopo giorno con personalità del calibro di Virginia Volterra, Elena Pizzuto, Cristina Caselli, Paolo Rossini ed Emanuela Cameracanna. E poi aver lavorato per quasi due anni con Serena Corazza e Paolo Girardi al neodipartimento Falics (Formazione e aggiornamento sulla Lingua e Cultura dei Sordi) dell’ENS. Ero un semplice supporto per loro, ma ho imparato tantissimo.

9) In quanto formatore di interpreti ritieni che i CODA abbiano una predisposizione naturale a svolgere tale professione?
A mio parere i CODA non hanno una particolare predisposizione a essere interpreti LIS. Essere bilingue, in qualsiasi lingua, non significa essere interpreti. Il processo interpretativo presuppone conoscenze e tecniche da applicare di livello superiore. Inoltre bisogna considerare che lavoriamo con due lingue, l’italiano e la lingua segni, quindi è fondamentale imparare le tecniche e avere consapevolezza della deontologia. In una comunità piccola come quella dei sordi avere etica e deontologia è fondamentale. Inoltre è molto importante anche l’atteggiamento che si ha. All’interno della comunità sorda noi siamo sempre considerati interpreti, anche quando non stiamo lavorando. Diventa quindi un fattore rilevante anche il nostro comportamento. In alcuni contesti il rapporto fiduciario entra nel nostro lavoro e quindi i nostri comportamenti si riflettono in esso. Detto ciò ribadisco che essere CODA non è sempre un vantaggio. Abbiamo fior fior di interpreti professionisti che non sono figli di genitori sordi e sono molto più che bilingui.

10) Che cos’è EFSLI? Qual è la tua esperienza come membro del direttivo?
EFSLI è il Forum Europeo degli Interpreti di Lingua dei Segni. Riunisce le associazioni degli interpreti di Lingua dei Segni di tutta l’Europa. Nel corso dei nove anni in cui ho ricoperto il ruolo di presidente nazionale ANIOS, una delle due associazioni nazionali di categoria, nel 2011 abbiamo organizzato una Conferenza europea di interpreti di Lingua dei Segni a Salerno. In seguito ho avuto l’opportunità di entrare nel direttivo del Forum e quindi di poter conoscere le diverse realtà del nostro continente. L’obiettivo di EFSLI è quello di diffondere e sviluppare la professione di interprete di Lingua dei Segni in Europa, supportando le realtà nascenti nel mondo dell’interpretariato di Lingua dei Segni e favorendo lo scambio e il sostegno di realtà già consolidate.

11) Cosa apporterebbe agli interpreti professionisti un eventuale riconoscimento della LIS?
Credo che il vero salto di qualità nel lavoro degli interpreti LIS avverrebbe con un riconoscimento formale della professione. Definire il ruolo ed esplicitare chi è l’interprete LIS. Siamo all’inizio del terzo decennio del 2000 e ancora vediamo tanti praticoni che si improvvisano. La stessa legislazione italiana non aiuta quando definisce l’interprete “una persona capace di farsi intendere a segni e a gesti” o “una persona abituata a trattare” con la persona sorda. Sono leggi scritte nella prima metà del Novecento. È ora di apportare una profonda riforma. Nel tempo ci sono stati vari tentativi di riordino della categoria a partire dalla prima proposta di legge del 1994 fino a quelle attuali. Il Parlamento europeo nella risoluzione del 2016 sulle Lingue dei Segni dedica i primi due articoli agli interpreti professionisti. Il comitato delle Nazioni Unite sulla convenzione per le persone con disabilità ha richiamato per ben due volte l’Italia alla necessità di interpreti professionali. Questo per dire che il riconoscimento della LIS è un passo fondamentale, ma deve avere un impatto pratico nella vita quotidiana delle persone sorde, con servizi accessibili e interpreti preparati al compito al quale vengono chiamati. In mancanza di tutto ciò si rischia un riconoscimento formale ma senza effetti reali. È un lavoro bellissimo, ma di una delicatezza e di una importanza estrema, con conseguenze che ricadono spesso sulla vita delle persone udenti e sorde. Noi siamo interpreti di due lingue, la Lingua dei Segni e l’italiano, per le persone sorde e per le persone che sentono. Per carità, anche noi siamo umani e possiamo sbagliare come accade in qualsiasi altro lavoro, ma commettere un errore è una cosa, non avere gli strumenti è un’altra. Mi auguro inoltre di vedere al più presto anche in Italia una formazione a livello universitario.

12) Qual è il tuo motto?
Ho imparato da mio padre la mediazione, la diplomazia, la capacità di individuare l’essenza delle cose sempre con un certo garbo. Chi ha avuto modo di conoscerlo, sa di cosa parlo. Il mio motto l’ho coniato più di venti anni fa e credo che derivi da tutto questo, oltre che dal mio essere interprete: “Il dialogo è la strada del mio vivere”.

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