Coda Italia

(Children of Deaf Adults), associazione di promozione sociale, figli udenti di genitori sordi

Essere CODA: intervista a Luca Caimi

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Intervista a Luca Caimi di Michele Peretti – 10/03/2019

 Se in profondità siamo tutti vibrazione, dove sono le differenze?

Luca Caimi ha 26 anni ed è figlio di genitori sordi. Ciò che più lo affascina è il corpo umano, il movimento e ascoltare le persone. Lavora come preparatore atletico ed è studente di Osteopatia. Grazie all’Associazione CODA Italia, Luca e Gloria Antognozzi stanno portando avanti il Progetto “VIBRATIONS”: un video documentario che racconta il vissuto di famiglie con genitori sordi e figli udenti e viceversa.

Cosa significa per te essere CODA? 
Intanto ti ringrazio per questa domanda che per me ha un significato molto importante. Io credo che il verbo “essere” sia molto pericoloso, spesso porta a una forte identificazione con quello che si crede di essere, quando in realtà è solo una parte di ciò che siamo. Penso che i maggiori problemi nascano proprio dall’identificazione di una parte di sé, che spinge a chiudersi e a non vedere l’immensità che possiamo essere. Per questo, per me l’acronimo CODA racchiude un insieme di esperienze che mi hanno fatto crescere. CODA è ciò che ho e non ciò che sono; e io amo profondamente ciò che ho, perché mi ha permesso di essere ciò che sono.

Come e quando sei stato esposto all’italiano? 
Fino all’età di sei anni sono cresciuto con i miei nonni materni, in un paese della Puglia, e con loro ho imparato le prime parole, direi un mix tra italiano e dialetto. I miei nonni sono e sono stati delle figure fondamentali nella mia crescita.

A scuola ti sei mai sentito diverso dagli altri? 
Sì, profondamente. Avvertivo spesso un disagio e una sensazione di diversità, legata al fatto che per me molte cose erano normali. Eppure, come spesso accade, le reazioni degli adulti creano scompiglio. Vedevo fare cose dai miei compagni che io non potevo fare, come ad esempio telefonare ai miei genitori dopo un’interrogazione andata bene, o cose che io dovevo fare, come dover tradurre il giudizio, spesso non positivo, della maestra a mia madre. Questa diversità, i compagni spesso la vedevano con curiosità, mentre alcuni genitori come una distanza che sentivo molto forte. Questa diversità la porto nel mio cuore come la più grande bellezza e ricchezza che avessi mai potuto avere e solo ora so che ha una ragione profonda di esistere, perché senza di essa non ci sarebbero dubbi e senza dubbi non ci sarebbe crescita. Allo stesso tempo la diversità esiste nella misura in cui noi glielo permettiamo. Questo è il messaggio che io e la mia amica Gloria vogliamo trasmettere con il progetto “VIBRATIONS”. La diversità che vediamo nel mondo e che definiamo realtà rispecchia la separazione che abbiamo dentro di noi. Ora voglio condividere una domanda che mi sono posto: e se la diversità esistesse per essere accettata e farci comprendere che in realtà non esiste?

Da un punto di vista culturale ti senti più udente o sordo? 
È una domanda a cui non so rispondere. Credo di essere semplicemente Luca, con una mia cultura, sicuramente influenzata da entrambi i mondi ma allo stesso tempo che non appartiene a nessuno dei due.

Hai mai seguito dei corsi di Lingua dei Segni Italiana? 
Non ufficialmente, ma se vivere con due genitori sordi può essere considerato un corso, allora sì.

Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno? 
A me non piace generalizzare perché credo che ogni persona sia unica al di là della Cultura cui appartiene. Ci sono ovviamente delle tendenze che ogni cultura ha e quello che mi piace dei sordi è sicuramente l’espressività. Hanno una capacità di comunicare con il corpo e con il viso che gli udenti non hanno. Spesso dico che anche se non sai cosa sta dicendo un sordo lo puoi intuire. Un’altra tendenza che hanno, sicuramente legata al loro vissuto, ma che non condivido, è la rigidità e la chiusura nei confronti della comunità stessa; facendo distinzione tra impiantati, oralisti e segnanti. Mi dispiace davvero tanto perché stanno facendo quello che hanno ricevuto in passato da altri, ovvero emarginano ed escludono solo per un’etichetta (sordo, oralista, impiantato) senza conoscere la persona che c’è dietro. Così facendo stanno andando contro quello che per molto tempo hanno ricercato: l’integrazione.

Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlio di sordi? Se sì, quali? 
Le chiamerei particolarità e non difficoltà, ma effettivamente, sono diventate tali quando cose che per me erano normali per gli altri erano strane. Questo ha fatto sì che l’ignoranza, la mancanza di informazione e di figure sociali adeguate, rendessero queste particolarità delle vere e proprie difficoltà. Ora so quanto un riferimento negli ospedali, nelle scuole e in vari contesti possa aprire la mente e il cuore delle persone, così da far vedere al bambino che la sua stranezza è in realtà una grande ricchezza, senza dover aspettare di fare un lavoro personale per comprenderlo. Ovviamente le maggiori difficoltà le ho incontrate a scuola dove i miei genitori non erano ben inseriti e resi partecipi del mio andamento e mi auguro che nessun bambino debba più tradurre a sua madre quanto non sia bravo in una materia o quanto si debba impegnare.

Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)? 
I benefici credo siano ben visibili. Primo fra tutti l’elasticità mentale di conoscere due lingue di cui una visiva e quindi diversa da tutte le altre. E sicuramente la ricchezza di avere uno strumento in più di comunicazione. Molti pensano che la LIS sia limitata, io credo che ogni lingua lo sia, in quanto non potrà mai esprimere pienamente cosa si ha dentro. Sono convinto però che l’italiano lo sia molto di più. Sappiamo perfettamente che la comunicazione reale dipende non tanto dalle parole quanto da quella che si definisce comunicazione non verbale e su questo credo che la LIS sia molto più incisiva.

C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi? 
Ce ne sono davvero tanti, ma vorrei condividere prima di tutto un episodio pieno di amore e di tenerezza che ogni volta mi commuove. Ricordo come se fosse ieri che, dopo un colloquio a scuola e dopo aver tradotto a mia madre il mio scarso impegno nei compiti e nello studio, tornando a casa mi obbligò a studiare. Io come sempre aprivo il libro e facevo finta, ma quella volta mia madre si sedette vicino a me e io, spiazzato, finsi di ripetere a voce alta. Lei, per capire se stessi facendo sul serio, mi poggiò le dita sulla gola all’altezza delle corde vocali per sentire le vibrazioni e contemporaneamente mi leggeva le labbra. Questo andò avanti per ore. Io in quel momento capii di avere qualcosa in più rispetto agli altri.
Ricordo con altrettanta gioia quando mio padre, tornato la sera da lavoro, studiava per prendere il diploma e si impegnava nel migliorare il suo italiano. È un esempio che mi porterò sempre nel cuore e che mi ha insegnato molto di più di ripetere a memoria quella lezione in presenza di mia madre. Ora so che i miei scarsi risultati in italiano erano dovuti al mio essere bilingue. Mi stupisce che sin dalla più tenera età i bambini siano giudicati con dei numeri chiamati voti, senza tuttavia comprendere cosa c’è dietro e lasciare che si esprimano liberamente. Lo dico senza critica ma con la certezza che questa vecchia consapevolezza possa cambiare. Posso dire in base alla mia esperienza che sentirsi giudicati ed etichettati come “non bravi” in qualcosa, crea effettivamente questa realtà e non il contrario.

Qual è il tuo motto? 
Segui il flusso.


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